Alla scoperta di Renzo Giovampietro con il professor Marco Nocca

Altre Notizie

Pubblichiamo il discorso integrale del professor Marco Nocca, docente dell’Accademia di Belle Arti di Roma, tenuto in occasione della giornata dedicata a Renzo Giovampietro con l’intitolazione di una scala e un convegno che ne ha riscoperto a figura umana e professionale, svoltosi alla Casa delle Culture e della Musica il 23 giugno.

“Abbiamo poco fa inaugurato una scalinata in onore del nostro illustre concittadino Renzo Giovampietro, grande attore di teatro. Credo che a Lui piacerebbe molto sia il sito (il Carso, la montagna del sacrificio, cui simbolicamente alludono le rocce nel Monumento ai Caduti di Emanuele Caniggia), sia la funzione: collegamento pedonale per raggiungere il bellissimo luogo in cui ci troviamo, la Casa della Cultura e della Musica, entrambe per lui ragioni di vita (ricordo la viscerale passione per Giuseppe Verdi che lo ha sempre attanagliato). Una scalinata non è un luogo neutro: è un elemento architettonico attraverso cui si supera rapidamente un dislivello, non a caso simbolo di elevazione nella cultura giudaico-cristiana (scala di Giacobbe verso il Paradiso), come in quella greco-romana (l’ascensio ad Parnassum, figura che piacerebbe sommamente a Renzo, e che permette di raggiungere il luogo dove lui si trova ora per il centesimo compleanno: l’Olimpo). 

Vorrei partire dalla giovinezza: da Renzo ragazzo, ancora studente a Velletri, che cammina per le strade di una città molto diversa dall’attuale. Posso farlo con una testimonianza diretta d’eccezione: quella di un mio zio, il ragionier Bill Rossetti, suo compagno di scuola e di avventure. Nella mia famiglia i racconti su di lui, quasi un mito di fondazione della sua vocazione teatrale, incominciavano sempre così: la scarsa voglia di studiare la partita doppia, le materie di ragioneria, le uscite improvvise di Renzo dalla stanza dei compiti, per tornare paludato in un lenzuolo sottratto dall’armadio, a provare il monologo di Marcantonio nel Giulio Cesare di Shakespeare. O la sua passione per la geologia, la storia della terra: le sue passeggiate in campagna, nella vigna di Paganico, si concludevano rovesciando sul tavolo i pesanti e differenti sassi raccolti sul cammino, che gli ingombravano sempre le tasche. Nei racconti di mio zio affiorava sempre l’orgoglio di aver percorso un tratto di strada, la prima gioventù, in compagnia di Renzo Giovampietro, divenuto poi celebre attore di teatro, che lasciava i biglietti gratuiti al botteghino al Valle ai suoi vecchi amici, non dimenticandosi di nessuno dei coetanei. La prima adolescenza, negli anni Trenta del Novecento, aveva regalato al nostro ragazzo, già innamorato del Passato, grazie anche a circostanze storiche irripetibili, sensazioni forti: il ritrovamento a Nemi delle navi di Caligola, cui aveva assistito dalle sponde del lago, prosciugato attraverso l’emissario, vedendo riaffiorare in diretta, negli splendenti relitti la storia di gloriosi trascorsi; il mito di Roma, promosso dal grande bimillenario augusteo del 1937, che aveva incluso Velletri, denominata “culla dell’imperatore Augusto” nelle celebrazioni.

Gli scavi di Lugli alla presunta villa degli Ottavi, nel sito di San Cesareo, in contrada Madonna degli Angeli, il “luogo poco più grande di una cucina dove Ottaviano giovinetto era stato allevato” secondo Svetonio, avevano favorito il senso di appartenenza e l’identificazione orgogliosa dei veliterni nella patria del primo imperatore; l’inaugurazione di Littoria nel 1932 (Latina dal 1945) aveva visto Renzo bambino presente, in uno spettacolo della filodrammatica cittadina, Laura Gianmichele, nel suo La borsa rossa, racconta con ammirazione che per l’inaugurazione della via dei Laghi nel 1936 il suo amico Renzo dodicenne, di cui è orgogliosa per il talento di attore (lei nel 1943 sarà respinta da un accigliato Vito Pandolfi all’esame d’ammissione della Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico) si inerpica fino in cima al cippo installato al cosiddetto “triangolo”, l’ingresso della nuova strada in città, per compiere la sua impresa, mettendo in luce una componente precoce di teatralità della sua personalità. Tutti questi episodi compongono il mio personale mosaico dei ricordi di Renzo, continuato negli anni con un incontro, intorno al 1983, nella sua casa di via Monterone, dove fui accolto con spontanea amicizia (ero nipote del suo compagno di scuola, e la prima cosa che mi disse fu. “e Bill, l’ha fatti, i sordi?), e curiosità per la mia allora da poco intrapresa carriera di attore di teatro, che avrei lasciato per la Storia dell’Arte di lì a poco. Era tornato ad avere una sua compagnia, e, incurante degli anni Ottanta, che iniziavano a confinare in un angolo, con l’avvento delle televisioni private, il suo amato teatro, perseverava nella passione di far conoscere il grande teatro in versi di Vittorio Alfieri: di quegli anni è il successo del Saul, portato anche a Velletri, all’Artemisio, con qualche maretta e dissapore di Renzo verso rumorosi e distratti spettatori, che lo disturbavano nella celebrazione quasi sacerdotale del rito.

Questo era infatti il teatro per Renzo, l’esaltazione del pensiero, della parola, del testo, dell’autore. Unica e irripetibile, impossibile da duplicare attraverso i consueti mezzi di riproduzione, pena la perdita del senso dell’atto: Renzo era allergico all’idea dello spettacolo ripreso dalla telecamera, ma non era certo un passatista.   Era anzi affascinato dall’idea di un teatro, elevato nella forma e nel contenuto, capace di proporre temi contemporanei, ma in un linguaggio di alta dignità letteraria. Già dagli anni Sessanta, con la sua compagnia italiana di prosa, era stato dunque, in questa direzione, regista e drammaturgo, trascrivendo per il teatro, con la collaborazione di intellettuali e autori (Francesco Della Corte, Giorgio Prosperi) il linguaggio dei classici (Apuleio, e il suo bellissimo Processo per Magia, con attori in abiti contemporanei, i Discorsi di Lisia, Il Governo di Verre di Cicerone. Entrato nelle principali stagioni teatrali nazionali, vincitore di premi come l’IDI Saint Vincent che gli riconoscevano l’originalità delle vigorose interpretazioni e di una drammaturgia, che rinvigoriva la cultura classica. Giovampietro non si è preoccupato di un’affermazione nel cinema o nella televisione, come molti altri attori della sua generazione, perseguendo con coerenza l’idea di una diffusione della cultura classica attraverso il teatro, con un’incessante attività rivolta alle scuole, ben prima dei Settanta, quando questa divenne pratica consueta. Voglio ricordare a questo proposito la sua attenzione rivolta a Velletri, dove fu presente in numerose stagioni negli anni Ottanta, e dove vero la fine dei Settanta, invitato come ospite d’onore, premiò per la sua interpretazione dell’Uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello Giuseppe Usai, bravissimo attore, allievo di Tatiana Pavlova e mio maestro, che mi preparò per l’esame in Accademia d’Amico, da me superato a 18 anni, nel 1979. In una intervista del 2002 ritrovata dall’amico Giorgio Corsetti, pubblicata alla consegna del premio Albo d’oro della città di Velletri, nel 2005, Renzo, reduce dal film Domani 2001 della Archibugi, si dichiarava deluso dal mondo della comunicazione: era stato contattato per una pubblicità delle caramelle.

Rammentava di Visconti e Strehler subito dopo la guerra, della sua amicizia con il grande scrittore argentino Borges, che non mancava mai alle sue rappresentazioni a Buenos Aires. Riandava tuttavia con più piacere ai ricordi velletrani: la poesia A precissione di Iachini sempre conosciuta a memoria, con la descrizione degli enormi stendardi che affaticavano gli uomini, costretti a trascinarli nelle stradine tortuose del centro, inadatte ad accoglierli, il rosso di Sole e Luna, migliore di tutti. Ricordava con precisione ogni strada, contrada, vicolo, di questa città: era affascinato dal quartiere ebraico, con la sua Sinagoga, dai suoi toponimi, vicolo del Serpe e via della Stamperia, dalla famiglia Borgia che vi si era insediata, poi diventata celeberrima grazie a Stefano, Cardinale e prefetto di Propaganda Fide: di quel luogo natìo così amato, tutto era scolpito nitidamente nella sua memoria. Perfetto dunque è oggi, nel giorno esatto in cui egli è nato, cento anni fa, celebrare qui i successi, la grandezza, l’amore per la sua città di Renzo Giovampietro, ad essa idealmente riconsegnato”.