Centenario della morte di Juana Romani, la pittrice di Velletri (13 giugno 1923)

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 “Il teatro della passione” è il titolo di una sceneggiatura di 120 pagine per un lungometraggio che ho scritto nel 2019 a ridosso della mostra avvenuta alla casa delle culture e della musica a cura di Marco Nocca, Gabriele Romani e Alessandra de Angelis,  e solo dopo  averne precisato  l’arco narrativo, ho preso visione del  bellissimo catalogo della mostra, trovandovi  conferme di  ciò che avevo scritto intuitivamente.

 Il  titolo fa riferimento  al famoso teatro all’aperto nell’attuale piazza Caduti del lavoro, smantellato a fine settecento, dove per secoli si è rappresentata la passione di Cristo, a rimarcare che le radici di ognuno sono inestirpabili, e che il maggior cruccio della Romani  fu di non poter  vedere realizzata la galleria d’arte che aveva  destinata  a Velletri, sia con opere sue che della sua collezione, e l’idea di un film su di lei potrebbe essere un risarcimento per il dispiacere patito,  facendola conoscere anche al di la della cerchia degli addetti ai lavori.

Dalla modella ricercata per freschezza e avvenenza, alla dotata allieva del mostro sacro Ferdinand Roybet, sono rimasto colpito per la storia della sua eroica affermazione e dei  violenti contrasti con il contesto sociale che l’ha vista protagonista. La Romani è stata una pittrice  che se da un lato rimase fedele al culto del dipingere classico e del virtuosismo  tecnico, dall’altra con la sua verve espressiva, portò una ventata  di ambizione e narcisismo che affascinò il milieu intellettuale della Ville Lumiere, allora allo zenit come centro mondiale dell’arte.

Oggi  la Romani appare come un’artista intrisa di quel malato romanticismo cantato da Charles Baudelaire, in cui gli estetismi  e gli estremismi, della, e del dandy, e la sua  sensualità, cozzano con la morbosa esaltazione per lo spleen parisienne che si poteva rintracciare e rivelare ovunque, e questo  produsse insieme alla sua notorietà, anche del  fanatismo, con conseguente affettazione per  narcisistiche esasperazioni  che la condussero per la strada  poi percorsa da altre grandi pittrici del novecento come Tamara De Lempicka e Frida Kahlo, fino allo squilibrio psichico sfociato in un’ irreversibile crollo che la costrinse alla rinuncia della vita attiva, per quella ‘vegetativa’. 

L’ultima parte  della mia sceneggiatura, non essendovi una documentazione sul suo ritiro dalla scena artistica, è totalmente inventata, e sono convinto  che non si poteva chiedere di più ad una ex contadinella divenuta una delle regine della Bella Epoque, poi sublimatasi nel dolore, con cui la città di Velletri  dovrebbe  riconciliarsi  ed essere per prima fiera del suo genio.   

Franco Di Matteo