Ultimo aggiornamento:  26 Giugno 2023

Il coraggio dei diversi: splendido incontro con ALFAD e cittadini al giardino di Largo Impastato a Velletri

Il giorno di giovedì 22 giugno scorso si è tenuto a Velletri, nel giardino adiacente al Largo intitolato a Peppino Impastato a poca distanza dalla stazione ferroviaria, un incontro che ha visto la partecipazione di alcune decine di persone fra membri dell’Associazione ALFAD, genitori e parenti di ragazzi disabili, nonché semplici cittadini sensibili ai temi della solidarietà e del sociale.

Con l’occasione voglio qui ricordare che cosa è l’ALFAD, cosa rappresenta e quale prezioso ruolo svolge nel tessuto sociale dei nostri territori. L’ALFAD (Associazione Libera Fanciulli Adulti Disabili) è una Associazione che dal 1988 opera nel nome della solidarietà: essa vede il coinvolgimento di genitori e famiglie di ragazzi affetti da varie disabilità psicofisiche; si impegna in un lavoro teso all’inclusione sociale di quei ragazzi che, oltre a patire il peso di una condizione di fatto invalidante o comunque notevolmente vincolante, spesso si trovano a fare i conti con una società non sempre adeguatamente preparata ad accoglierli ed inserirli dignitosamente nel proprio contesto. Attraverso iniziative improntate alla sensibilizzazione su temi quali inclusione, accoglienza, solidarietà e lotta contro ogni forma di pregiudizio ed indifferenza, l’ALFAD ha portato avanti sul territorio un vero e proprio sforzo nell’arco di questi decenni, improntato alla realizzazione di molteplici eventi: incontri, manifestazioni sportive (ad esempio, presso la piscina “Tortuga” di Velletri), attività di laboratorio teatrale, musicale, di pittura e di cucina.

All’incontro del giorno 22 giugno scorso erano presenti, fra gli altri, il Presidente dell’ALFAD Piero De Angelis, nonché Stefano Pennacchi, quest’ultimo noto per il suo impegno sul territorio, per la sua sensibilità sui temi del sociale e per le iniziative portate avanti in ricordo delle figure di Peppino Impastato e del Giudice Falcone. Erano presenti anche, accompagnati dai propri genitori, diversi ragazzi affetti da disabilità, i quali sono stati invitati a mettere a dimora diverse piante generosamente donate dalla Signora Ivana, la cui proprietà confina proprio con il giardino in cui si è svolto l’evento. Ci tengo a dire, come già in qualche altra occasione è stato da me rilevato, che questo stesso giardino, che fino a non molto tempo fa rischiava di trasformarsi in una vera e propria discarica, causa inciviltà, incuria ed abbandono, è andato, grazie alla buona volontà ed un profondo senso civico di alcuni volenterosi privati cittadini, trasformandosi in un vero e proprio luogo di incontro, ripulito, curato ed arricchito con nuove piantumazioni.

Mi sia permessa ora l’aggiunta di qualche mia riflessione personale. Il nostro Paese, la nostra stessa società, sta attraversando un momento storico che, senza indulgere all’esagerazione o al pessimismo, definirei pesante: la nostra è una società che si sta rivelando invecchiata, stanca, egoista, indifferente, anzi, cinica ed intollerante. Non sono nuovi gli episodi di violenza spinti apertamente fino al delitto e all’omicidio perpetrati ai danni di immigrati, senzatetto, donne indifese, persone affette da fragilità: spesso si tratta di violenze commesse nell’ambito della famiglia (come nel caso della maggior parte dei femminicidi); spesso si tratta di nefandi ed infami atti di bullismo perpetrati da giovanissimi; non di rado si tratta di efferate manifestazioni di violenza a scopo razziale. In aggiunta a tutto ciò non è raro vedere episodi di violenza gratuita o comunque ben difficilmente giustificabile esercitati da rappresentanti delle Forze dell’Ordine, come i violenti pestaggi avvenuti negli ultimi anni in vari istituti di pena, fra cui, accanto ai fatti di Ivrea, il caso più eclatante fu quello verificatosi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, che vide crudelmente manganellati detenuti che pativano condizioni invalidanti fra cui un detenuto paraplegico su sedia a rotelle (episodi documentati dalle telecamere interne, le cui immagini furono poi trasmesse in vari telegiornali). Non dimentichiamoci inoltre di tutti gli episodi di intolleranza razzista, omofoba e politica; non dimentichiamoci degli assalti alle sedi sindacali come fu alla sede della CGIL a Roma, episodio vergognosamente tollerato dai vertici delle Forze dell’Ordine che nulla, assolutamente nulla, fecero onde impedirne la realizzazione e le conseguenti devastazioni; non dimentichiamoci inoltre dei diffusi fenomeni di caporalato e sfruttamento schiavistico a danno soprattutto di immigrati privi di ogni garanzia che possa loro assicurare un minimo di stato di diritto.

Nella società italiana stanno sempre più emergendo, mi dispiace doverlo riconoscere, veri e propri sentimenti collettivi improntati al disprezzo per il prossimo, alla aggressività, al cinismo e all’indifferenza. La nostra società si sta imbarbarendo sempre più: ne è prova la diffusione di un linguaggio sovente improntato sul turpiloquio gratuito e la violenza. L’indifferenza dei più di fronte a tale condizione di imbarbarimento è secondo me il male peggiore: è come una sorta di fatalistica rassegnazione collettiva di fronte ad un male voluto e fatto piovere dall’alto da qualche potente mente perversa. Antonio Gramsci aveva ben compreso con la sua acuta e profonda intelligenza non di semplice uomo politico, ma di vero e proprio scienziato della politica, di filosofo, di storico, antropologo, sociologo ed economista (la sua cultura in ogni campo era immensa) i meccanismi che sono alla base del consesso umano. In una sua opera redatta fra il 1915 e il ‘18 dal titolo “Odio gli indifferenti” egli affermava: “Poche mani, non sorvegliate da controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa”. Nell’attualità di questa citazione sta tutta la realtà dei nostri giorni: l’indifferenza, vero cancro, morbo parassita che sta lentamente divorando la nostra stessa civiltà, il nostro stesso essere in questo mondo.

Lo scorso secolo vide l’affermarsi della dittatura fascista nel nostro Paese per una serie di cause storiche che non starò di certo qui a rinvangare, ma mi preme far notare che un eminente ruolo in ciò fu giuocato da quella grande responsabilità collettiva che fu l’indifferenza delle masse, l’accettazione fatalistica di un destino che ai più appariva come ineluttabile; e ineluttabile fu poi tutto il carico di ingiustizie, prepotenze, atrocità, lutti ed immani sofferenze che ne conseguì. Oggi stiamo assistendo all’affermazione di una nuova forma di fascismo, più pericoloso del fascismo del passato perché più subdolo, più sotterraneo e più pernicioso: è un fascismo fatto di toni ingannevoli, falsamente democratici; è un fascismo fatto di collusione fra poteri forti, mafia e criminalità organizzata; è un fascismo fatto di frode e corruzione; è quel nuovo fascismo contro il quale si sono battuti con coraggio ed hanno dato la loro vita quei nuovi partigiani come i giudici Livatino, Falcone e Borsellino; è quel fascismo che si afferma e diviene realtà istituzionale, perché è quella malapianta che trova sempre il suo humus in quel male collettivo che si chiama indifferenza e il suo concime ideale si chiama ignoranza.

Esiste una dimensione del dolore che solo chi attraversa una condizione di sofferenza può comprendere: essa diviene una vera e propria forma di sensibilità, di intelligenza che permette di esplorare gli abissi stessi della dimensione umana; essa è una capacità che non potrà mai essere compresa da chi vive superficialmente nel proprio egoismo, nel proprio mondo fatto di vanità ed edonismo. Un narcisista, un gaudente spensierato fino al cinismo, come anche un arrivista avvezzo al solo pensiero di soldi, carriera ed autoaffermazione, non potrà mai comprendere la situazione di un disperato, di chi vive fame e miseria; altresì non potrà mai comprendere il dolore e l’immancabile preoccupazione quotidiana di un genitore di un ragazzo disabile: egli mancherà di sensibilità, di un minimo di empatia, proprio perché nel suo egoismo fatto di indifferenza avrà in partenza rinnegato il senso più profondo di quella qualità che si chiama umanità, quest’ultima fatta di amore verso il prossimo, pronto a manifestarsi attraverso il senso dell’accoglienza, di una mano tesa, un abbraccio, un sorriso.

Io non sono cristiano, perché appartenente ad altra cultura, ma permettetemi, mi viene in mente quel passo del Vangelo di Luca in cui si narra di Gesù che, durante la sua preghiera sul Monte degli Ulivi, incominciò a sudare sangue dal volto. Il sudare sangue è un fenomeno certamente inconsueto, ma non impossibile: in patologia medica è noto come “emotidriosi” ed è causato da fortissimi ed acuti sbalzi di pressione a seguito di emozioni violente. Come non cristiano, vedo la figura di Gesù, accanto a quella di altri profeti e maestri della tradizione ebraica, probabilmente come un ispirato idealista, visionario e forse dotato di chissà quali facoltà di preveggenza. Se storicamente si fosse mai verificato un episodio come quello riportato nel Vangelo qui citato, sarei portato a credere che proprio quel momento in cui Gesù stesso sudò sangue rappresentò il culmine del suo dolore: forse egli, nella sua possente intelligenza riuscì a scrutare in un solo istante l’intera storia umana: vide tutto il dolore, le ingiustizie, le sofferenze, le atrocità e lo scempio di tutte le guerre del passato, del presente e del futuro, dall’inizio fino alla fine dei tempi. Non saprei quale valore teologico o escatologico attribuire alla lettura di un testo evangelico e non voglio entrare, anche per doveroso rispetto, nel merito di una visione religiosa che non appartiene alla mia cultura. Mi azzardo però ad attribuire a ciò almeno un valore fortemente simbolico: l’immagine dell’uomo che suda sangue è l’immagine di tutti i sofferenti, di tutti gli afflitti, di tutti gli esclusi, di tutte le vittime innocenti di ogni luogo e di ogni tempo; è l’immagine di quella mano che da una croce si distaccherà e si stenderà pronta ad accoglierci nel nostro ultimo istante di vita al quale ineluttabilmente ognuno di noi sarà chiamato; ma io penso, che se ciò avverrà, ci sarà prima chiesto cosa nella nostra vita abbiamo fatto per il prossimo.

Lucio Allegretti

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