Non spetta al paziente danneggiato provare l’errore medico

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Il paziente che agisce in giudizio per il risarcimento del danno da responsabilità sanitaria, non deve provare l’errore commesso dal medico, nell’esecuzione della prestazione sanitaria, ha solamente l’onere di dimostrare (anche presuntivamente) il collegamento (nesso di causa) tra il comportamento denunciato e il danno subito. La struttura sanitaria o il professionista, per contestare la fondatezza della richiesta di risarcimento, devono dimostrare che la prestazione è stata eseguita correttamente, oppure provare che l’inadempimento o l’inesatto adempimento sono stati determinati da impedimenti imprevedibili e inevitabili.

PREMESSA

Secondo la disciplina della responsabilità medica, sulla quale è intervenuta la cosiddetta “legge Gelli-Bianco” (Legge 24/2017), quando un paziente si rivolge ad una struttura sanitaria per essere curato e riporta un danno, per ottenere il risarcimento può agire nei confronti della clinica e del medico che ha eseguito l’intervento. La struttura risponde a titolo di responsabilità contrattuale diretta (art. 1218 c.c.) e indiretta (art. 1228 c.c.); il sanitario risponde a titolo di responsabilità aquiliana (art. 2043 c.c.), salvo il caso in cui abbia agito nell’adempimento di un’obbligazione contrattuale costituita ad esempio da un contratto di lavoro subordinato oppure da un contratto d’opera intellettuale con la struttura sanitaria. Se il fatto dannoso è imputabile a più soggetti (ad esempio, la clinica e il medico), essi sono obbligati in solido al risarcimento del danno. In tal caso, viene a configurarsi un concorso di responsabilità ai sensi dell’articolo 2055 del Codice civile il quale prevede che se il fatto dannoso è imputabile a più persone, tutte sono obbligate in solido al risarcimento del danno. Il caso di specie, riguarda una fattispecie di responsabilità medica di natura contrattuale, quindi il criterio di riparto dell’onere della prova non è quello della responsabilità aquiliana, che deriva dalla commissione di un fatto illecito, nel qual caso l’onere della prova è posto a carico del danneggiato che ha subito un danno ingiusto.

CASO DI SPECIE

Un soggetto, sottoposto ad intervento chirurgico per ipertrofia prostatica, ricorre in giudizio nei confronti di un’Azienda Sanitaria Locale per chiedere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti a causa di una manovra di anestesia spinale, “praticata in maniera erronea e imperita da parte dell’anestesista”, che gli aveva provocato “vivo dolore seguìto da una specie di scossa elettrica”. Nel mese successivo all’intervento, aveva accusato “disturbi alla spalla destra e difficoltà respiratorie, si era dovuto recare due volte al Pronto Soccorso e si era sottoposto a diverse visite ortopediche e neurologiche”. Inoltre “a poco più di due mesi dall’intervento, gli era stata diagnosticata la paralisi del nervo ascellare destro e dell’emidiaframma sinistro da ‘verosimile reliquato di anestesia’”.

Il Tribunale accoglie in parte la domanda del danneggiato e liquida la somma capitale di Euro 29.203,15, oltre accessori e spese. La Corte d’appello ribalta la decisione del primo giudice accogliendo l’impugnazione principale dell’Azienda sanitaria.

Per l’autorità giudiziaria pronunciatasi sull’appello, l’attore non ha fornito la prova del nesso di causa tra la condotta dei sanitari e il danno lamentato, “dal momento che non aveva formulato alcuna richiesta di prova testimoniale diretta a dimostrare l’allegata condotta imperita dell’anestesista”.

Inoltre, non aveva provato “l’effettività del conseguente stress algico da lui subìto, quale concausa dell’irritazione radicolare e della sofferenza neurologica” e quindi la concretezza del danno subito.

LA CASSAZIONE

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 5922 del 5 marzo 2024, ricapitola in maniera particolarmente circostanziata le regole di riparto dell’onere probatorio relativo al nesso di causa, con specifico riferimento al risarcimento del danno da errore medico, in ragione di un rapporto di natura contrattuale.

Il paziente in questi casi deve provare il nesso di causa tra la condotta medica ritenuta erronea e il danno subito.

Non spetta quindi al paziente che chiede il risarcimento dei danni subiti dimostrare l’errore medico. È onere invece della struttura sanitaria dimostrare l’esatto adempimento o l’impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile, provando che l’inadempimento o l’inesatto adempimento sono stati determinati da impedimenti imprevedibili e inevitabili, anche adottando l’ordinaria diligenza.

Con particolare riferimento alle prestazioni professionali come quella medica, la Cassazione ricorda poi di aver chiarito da tempo che il creditore attore ha l’onere di dimostrare la fonte del credito e il nesso di causa, provando che la condotta del professionista è stata, secondo il criterio del più probabile che non, la causa del danno lamentato”.

La Corte si sofferma sul fatto che nell’accertamento del nesso causale in materia di responsabilità civile, la giurisprudenza prevalenteha costruito la figura della “preponderanza dell’evidenza” costituita, in realtà, dalla combinazione di due criteri:

  • la regola del “più probabile che non” nel caso sullo stesso evento, si pongano diverse ipotesi alternative;
  • la regola della “prevalenza relativa” della probabilità nel caso in cui, sullo stesso evento si pongano un’ipotesi positiva ed una complementare ipotesi negativa.

A proposito dei due procedimenti, mette in rilievo che: “nel primo caso (regola del “più probabile che non” propriamente detto), il giudice del merito formula il giudizio se una certa condotta – attiva od omissiva – possa essere considerata causa di un evento dannoso sul rilievo che le probabilità che tale evento sia la conseguenza di quella condotta risultano maggiori delle probabilità che non lo sia; nel secondo caso (c.d. “criterio della prevalenza relativa“), il giudice formula il giudizio se la probabilità che una certa condotta sia la causa di un evento dannoso prevalga sulla probabilità che lo siano tutte le altre cause alternative o le possibili concause teoricamente esistenti.

Quindi, gli Ermellini nell’accogliere il ricorso del paziente rilevano prima di tutto l’errore applicativo dei principi di riparto dell’onere probatorio da parte della Corte di Appello.

Infatti, ha ritenuto erroneamente il paziente onerato della prova dell’inadempimento della struttura sanitaria, quando avrebbe dovuto provvedere, in applicazione progressiva dei due criteri sulla preponderanza, ad analizzare la specifica situazione valutando le ipotesi più probabili.

L’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza, ha comportato il rinvio alla Corte d’appello, in diversa composizione, la quale, “attenendosi agli enunciati principi, rinnoverà la valutazione circa la sussistenza o meno della responsabilità contrattuale dell’Azienda Sanitaria Locale”. Il giudice del rinvio valuterà anche se il ricorrente ha diritto ad un risarcimento maggiore “con particolare riferimento al danno non patrimoniale e al danno patrimoniale emergente per spese mediche e medico-legali”. Lo stesso giudice del rinvio, infine, provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità. La vicenda giudiziarianon finisce qui, bisognerà aspettare la decisione del giudice del rinvio.