Velletri 2030: obiettivo educare

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In questi giorni il dibattito pubblico si concentra sul ruolo prioritario dell’educazione. Formare i giovani per eradicare la cultura della violenza. Un tema già ampiamente trattato dall’Agenda 2030, Obiettivo 4 Istruzione di Qualità, Target 4.7: Entro il 2030, assicurarsi che tutti i discenti acquisiscano le conoscenze e le competenze necessarie per promuovere lo sviluppo sostenibile attraverso, tra l’altro, l’educazione per lo sviluppo sostenibile e stili di vita sostenibili, i diritti umani, l’uguaglianza di genere, la promozione di una cultura di pace e di non violenza, la cittadinanza globale e la valorizzazione della diversità culturale e del contributo della cultura allo sviluppo sostenibile.

Tralasciamo il soggetto dell’educazione e istruzione scolastica perchè ampiamente dibattuto dagli esperti del mondo della scuola. Sul ruolo educativo della scuola ne parlano giornalmente tutti i media, e non solo. Ultimo in ordine di tempo l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia di inaugurazione dell’anno scolastico 2023/2024, nel quale tra l’altro ha detto “… la scuola è la prima e la più importante risposta al degrado. E’ la buona scuola lo strumento più efficace e prezioso di cui la Repubblica dispone per creare e diffondere tra le giovani generazioni una cultura della legalità, della convivenza, del rispetto….”

Si parla meno del ruolo educativo delle famiglie e delle diverse Organizzazioni culturali e sociali, istituzionali o del Terzo Settore, che hanno una grossa responsabilità nell’indicare un percorso verso il nostro futuro. 

In un recente lavoro, Flavia Belladonna, responsabile ASviS dell’area “ Redazione“, scrive:  “Ci sono genitori che preferiscono sgridare usando un tono severo, altri urlando; alcuni optano per un castigo breve o lungo, altri ancora minacciano o danno uno sculaccione. C’è anche, purtroppo, chi picchia o umilia, così come c’è il genitore assente e indifferente. Tante modalità diverse, frutto della storia di ognuno: di come i genitori a loro volta sono stati educati, dei contesti in cui sono cresciuti, del livello di istruzione, dei valori, ma anche di istinto e rabbia”.

In un’intervista su La Stampa, il fondatore di Libera Don Luigi Ciotti sostiene che in Germania, Francia e Inghilterra il numero dei minori in carcere è ben superiore che in Italia, eppure “non c’è stato un effetto deterrente”. Questo non vuol dire che “non sia giusto e doveroso inchiodare chi sbaglia, anche i ragazzi più giovani, alle proprie responsabilità. Ma poi c’è anche la messa in prova, l’accompagnamento, percorsi che portano più risultati, rispetto a interventi repressivi calati dall’alto e dettati dalla paura.

“Per salvare i giovani coltiviamo l’umanità”, titola un articolo del quotidiano La Stampa a firma di Chiara Saraceno in cui si legge: “L’ umanità, come modalità di essere, sentire, vivere, stare in relazione con altri, non è un dato per scontato, che fluisce naturalmente dalla biologia. Va coltivata, fatta fiorire e accudita in se stessi e negli altri, perché rimanga vitale ed anche perché non rimanga un esercizio selettivo, che distingue tra chi ha diritto di godere e di vedersi riconosciuta la pienezza dell’umanità e chi invece è considerato sub-umano, nei fatti e talvolta anche nelle norme”.

Don Maurizio Patriciello, classe 1955, dopo una conversione tardiva, parroco nel degradato Parco Verde di Caivano, recentemente catapultato sotto la luce dei riflettori, anche se impegnato da sempre nella lotta per la tutela del territorio inquinato dalle discariche industriali inquinanti e radioattive (la cosiddetta Terra dei Fuochi) e nella battaglia contro la camorra, e per questo dal 2022 sotto scorta, a proposito del ruolo educativo della famiglia ha detto: “La camorra si nutre e si sviluppa grazie al silenzio dei cittadini. Chi tace acconsente. Gridiamo il nostro “ no” deciso, convinto, coraggioso a ogni forma di prepotenza, di sopraffazione, di camorra, di mafia. Che nessun genitore possa sentirsi dire da suo figlio un giorno: “ È tu, papà, dov’eri, dove ti nascondevi, quando altri rischiavano la vita anche per me?”.

Ma vediamo cosa ne pensano i diretti interessati. Secondo un recente sondaggio di Ipsos per Actionaid, condotto su un campione di adolescenti tra i 14 e i 19 anni, il 78% ritiene che una donna può sottrarsi (se vuole) a un abuso, mentre il 22% ritiene che le ragazze possono contribuire a provocare la violenza sessuale se mostrano un abbigliamento o un comportamento eccessivamente provocante. Viene sottolineato, inoltre, che i motivi per cui si diventa vittime di violenza sono legati soprattutto alle caratteristiche fisiche (50%) e all’orientamento sessuale (40%). Sembra impossibile, ma questo è quello che dicono i numeri. Educare alla sessualità, al rispetto della diversità e al contrasto agli stereotipi appare dunque fondamentale per minare le fondamenta della cultura della violenza.

Tra tante considerarizioni bene si inserisce una riflessione di Massimo Cacciari, che può essere raccolta in una sola parola: PRIMA. Ma dove erano tutti gli esperti di politiche culturali, educative e sociali nei decenni precedenti fino ad oggi, vale a dire prima? Il modello sociale proposto e perseguito negli ultimi decenni non si cambia dall’oggi al domani. Servono decenni di lavoro coordinato famiglia, scuola, politica!

Ma che fine ha fatto, nelle aspirazioni dei giovani, la voglia di imparare per davvero un lavoro che si può apprendere solo vivendo in azienda? Domenico De Masi, il sociologo recentemente scomparso, che alla fine degli Anni ’50 entrò in Olivetti per 15mila lire al mese usava ricordare: “Per un ragazzo squattrinato come me era una pacchia”. E cosa imparò da quella breve esperienza? “Imparai dagli operai quello che chi non ha conosciuto quel mondo non può capire: la dignità del lavoro; l’etica del lavoro che muove le montagne”.

Buona riflessione

Sandro Bologna