Velletri, i “Canti della gratitudine” alla Mondadori: pienone per Franco Arminio

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Franco Arminio non canta solo la bellezza: rende poetico qualsiasi discorso, da quello più grottesco e delicato come l’ipocondria fino all’amore, che in fondo spesso ci lascia in sospeso quanto una diagnosi sospetta. Nel meraviglioso mercoledì pomeriggio della Mondadori Bookstore di Velletri, il poeta, scrittore, giornalista e paesologo ha parlato di “Canti della gratitudine” (Bompiani), un libro di cui si sta dicendo un gran bene proprio in virtù dell’essenzialità e della schiettezza dei versi che lo compongono.

Di fronte a una Libreria gremita, l’autore di origini campane non ha voluto alcun relatore e si è rivolto – dopo il saluto di benvenuto da parte del libraio, Guido Ciarla – direttamente al pubblico in una di conversazione intima collettiva che ha man mano coinvolto sempre più persone fino a diventare un vero e proprio salotto poetico. Il nuovo libro di Arminio esorta i lettori e le lettrici a fare un buon uso della parola, ricercando in essa l’essenza, la traccia, il significato. Con ironia e rigore, la conversazione con la platea di Velletri è proseguita veloce e leggera, intervallata da reading e applausi.

Prima della presentazione veliterna abbiamo scambiato qualche parola con Franco Arminio, analizzando un po’ il perché di quest’ultima fatica letteraria e i legami con le precedenti pubblicazioni, fino ad affrontare il tema della paesologia che è al centro del suo progetto letterario e non solo (a Bisaccia il poeta ha fondato la “Casa della Paesologia”, uno spazio che “Tiene insieme le persone, gli oggetti, le storie, le emozioni, i pensieri. Dentro si stabiliscono dinamiche relazionali diverse dagli incontri sporadici e in esterni”, come si legge sul sito ufficiale nelle parole di Grazia Coppola).

Ci racconta un po’ l’esperienza di questo libro che rimanda a un sentimento così nobile e importante?

Questo libro segue una linea iniziata già con “Cedi la strada agli alberi”, “La cura dello sguardo” e “Sacro minore”. A grandi linee potremmo dire che è una sorta di riscoperta di valori antichi per costruire un mondo nuovo o esprimere la necessità di pensarci meno come individui e un po’ di più al tutto di cui facciamo parte. L’idea è che in questo modo si possa guarire e si vada a risacralizzare il mondo, preparando il terreno al ritorno degli Dei. Io sento molto questa assenza di sacralità e mi ferisce profondamente, penso faccia male al mondo.

In questo senso che funzione ha la “paesologia”?

I luoghi marginali, e i paesi, paradossalmente hanno tanti problemi ma a volte hanno un cenno di sacro, molto più dei posti affollati. Da questo punto di vista ai miei occhi sono interessanti e forse è proprio questo il punto di contatto tra l’idea di cui parlavo prima e la paesologia.

Leggo alcuni suoi versi e le chiedo di commentarli: “Credo nei furiosi, nei folli, negli esclusi. Credo in chi cerca una comunità in cui i morti e i vivi, le mucche e gli umani, abbiano lo stesso valore”…

Nei paesi la gente è molto più vicina alla morte, si moriva in casa, si assistevano i morenti. Adesso c’è invece una sorta di grande rimozione della morte, in tutto l’occidente, e anche nei paesi. Ancora una volta c’è questo filo a tenerci vicini all’antico, in fondo per me l’antico è una ricchezza e non una cosa da buttare o da rottamare come abbiamo fatto nei decenni passati.

Portare tra la gente – nei teatri, nelle librerie, nelle piazze – temi così lontani dalla frenesia moderna che riscontro le dà?

È un riscontro bello perché le persone hanno bisogno di riconnettersi, di agganciarsi a questi sentimenti profondi, di avvicinarsi proprio a un senso di gratitudine. Spesso sono consolanti, questi temi, e mi fa piacere che ci sia questa attività terapeutica nelle presentazioni. Non è voluta ma di fatto è così e mi va benissimo.

Foto a cura di Sofia Bucci.