Velletri, intervista alle studentesse dell’Università Federico ll di Napoli

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A cura di Lucio Allegretti 

Non si può trarre un bilancio definitivo della giornata dello scorso primo dicembre se non si interrogano le stesse protagoniste, future agronome, sulle impressioni ricevute dalla visita effettuata presso il CREA di Velletri. Rivolgiamo loro qualche domanda su alcuni punti significativi al riguardo.

1.      Sicuramente nell’arco della vostra esperienza di studio avrete avuto occasione di visitare altri siti di coltura vitivinicola e produzione enologica. Nel caso, è possibile fare un confronto della vostra recente visita al CREA di Velletri con altre eventuali vostre esperienze passate? In caso affermativo, quali osservazioni avete al riguardo?

Risposta:

Sfortunatamente non abbiamo avuto mai occasione prima d’ora di visitare altri siti di coltura vitivinicola e produzione enologica; per questo motivo la nostra visita guidata al CREA di Velletri è stata un’esperienza coinvolgente che ha ampliato notevolmente la nostra comprensione del mondo della coltura vitivinicola. Il dottor Massimo Morassut, insieme ai suoi colleghi, ci ha condotti attraverso un percorso avvincente, ci ha permesso di esplorare le diverse sfaccettature della ricerca agraria avanzata e  ci ha saputo trasmettere con chiarezza concetti complessi in modo accessibile. I vigneti sperimentali sono stati un punto culminante, dove abbiamo potuto osservare le ultime varietà di uva in coltivazione e comprendere le tecniche agronomiche all’avanguardia applicate per massimizzare la qualità del raccolto.

Proprio per questi motivi, la visita al CREA di Velletri, oltre ad essere stata istruttiva, è stata di grande ispirazione grazie alla dedizione e passione dei dottori che ci hanno accompagnato.

2.      Quanta importanza riveste per voi la salvaguardia, conservazione e riproduzione delle specie autoctone nella produzione vitivinicola?

Risposta:

Alla luce della nostra esperienza, possiamo asserire che la biodiversità rappresenta la risorsa più importante dei sistemi naturali del nostro pianeta, tutelarla è funzionale alla stessa conservazione degli ecosistemi dai quali dipendono direttamente o indirettamente tutte le attività antropiche. Preservare una specie autoctona, non significa mantenere una varietà di vite, o di qualsiasi altra famiglia vegetale, in una collezione, ex situ, dove raccogliere come in un museo i genotipi a rischio di scomparsa, bensì, nel concreto, far in modo che queste varietà ritornino ad essere protagoniste dello sviluppo agricolo ed economico di quelle popolazioni. Un vitigno autoctono smette di essere una curiosità biologica e diventa cultura nello stesso momento in cui esce da una collezione ampelografica e ritorna ad avere un rapporto con lo spazio: l’area geografica, il suolo, il clima, la tecnica colturale e la tradizione. In altre parole, ritorna ad essere a tutti gli effetti una risorsa culturale, e non solo colturale, dell’Italia. Solo in questo caso potremmo quindi dire che stiamo salvaguardando, conservando e riproducendo una specie vitivinicola che altrimenti sarebbe andata perduta per sempre.

3.      L’introduzione o la selezione mirata di specie bioresistenti nel settore vitivinicolo si può coniugare con specificità ambientali del territorio (come fattori chimico-fisici del terreno e fattori climatici), nonché peculiarità della tradizione, storia e cultura dello stesso territorio?

Risposta:

Sì, l’introduzione o la selezione mirata di specie bioresistenti nel settore vitivinicolo può essere armonizzata con le specificità ambientali del territorio, compresi i fattori chimico-fisici del terreno e climatici. Questo approccio può anche rispecchiare le peculiarità della tradizione, storia e cultura del territorio, contribuendo così a una viticoltura più sostenibile e integrata.

Adottando specie di vite bioresistenti in un contesto vitivinicolo specifico, ad esempio, si potrebbero considerare specie resistenti alle malattie in una regione soggetta a determinate malattie fungine dove si potrebbero introdurre varietà di vite geneticamente resistenti a tali patogeni; adattamento al clima locale selezionando varietà di vite che si adattano bene alle condizioni climatiche della regione così da migliorare la resistenza alle avversità meteorologiche e ottimizzare la produzione; territorio e tradizioni in quanto introducendo varietà di uve che riflettono il territorio locale e rispecchiano la tradizione enologica della zona, preservano l’autenticità e la storia del vino prodotto; infine, favorire la biodiversità attraverso la selezione di specie che contribuiscono a ecosistemi equilibrati, migliorando la resilienza del vigneto.

4.      Quali ritenete siano, in base alle vostre conoscenze acquisite nel settore ed anche in base al vostro parere personale, le indicazioni sui processi nella filiera produttiva indispensabili per una corretta certificazione di qualità di un prodotto enologico?

Risposta:

Per ottenere una corretta certificazione di qualità per un prodotto enologico, potrebbero essere cruciali processi come la corretta raccolta dell’uva, la gestione igienica della cantina, il controllo della fermentazione, l’analisi chimica e sensoriale del vino, oltre alla conformità, alle normative di sicurezza alimentare e sostenibilità ambientale. Pertanto, un monitoraggio costante dei processi, dalla raccolta all’imbottigliamento, contribuirà a garantire la coerenza e l’eccellenza del prodotto finale. Inoltre, anche la consultazione degli enti certificatori e le linee guida specifiche del settore è fondamentale per garantire un adeguato rispetto degli standard.

5.      Ritenete fondamentale un controllo di qualità a partire dai fattori chimico-fisici già a livello della produzione in una piccola azienda, dal momento che la strumentazione chimica essenziale allo scopo è oggi disponibile sul mercato a prezzi abbastanza contenuti?

Risposta:

Si, riteniamo fondamentale un controllo di qualità a partire dai fattori chimico-fisici, ma questo sia nelle piccole realtà aziendali che nelle grandi, poiché il monitoraggio dei fattori chimico fisici ti permette già di sapere quale prodotto andrai a ottenere alla fine del processo produttivo, per cui non è facoltativo l’acquisto di strumentazione, ma penso sia assolutamente necessario. Solo in questo modo puoi andare a fare una selezione delle uve più adatte per la produzione di una determinata tipologia di vino. Per di più, utilizzare strumentazione chimica accessibile può contribuire significativamente a garantire la qualità dei prodotti e soddisfare le normative di sicurezza.

6.      Ritenete che l’attuale normativa italiana sulle certificazioni in campo enologico sia sufficiente a tutelare e garantire la qualità e la specificità dei nostri prodotti? Vi è possibile fare su questo punto un eventuale paragone con la realtà di altri Paesi?

Risposta:

Il vino, come tutti i prodotti agroalimentari, è soggetto ad una serie di norme, leggi e regolamenti che hanno lo scopo di tutelare la specificità e l’originalità del prodotto, considerando anche il consumatore, per assicurargli un prodotto di qualità. Il Testo Unico Vino garantisce la qualità e l’identità del vino italiano, riconoscendo anche il valore culturale, paesaggistico e ambientale dei territori nei quali viene prodotto. In Italia, il sistema di certificazione enologica è guidato principalmente dalle DOC e DOCG, che stabiliscono le regole di produzione per vini specifici in determinate regioni, o  anche il marchio IGT per vini di qualità che non rientrano nelle DOC o DOCG. Rispetto agli altri paesi è difficile dire se ci siano sistemi migliori o peggiori, ogni paese adotta delle valutazioni diverse in base ai livelli di rigore delle normative e all’efficacia dei controlli; alcuni paesi potrebbero avere standard più stringenti, mentre altri potrebbero essere più flessibili. Ad esempio, la Francia ha una lunga tradizione enologica e normative stringenti, secondo standard basati sulla regione di produzione, le pratiche agricole e di vinificazione. Al contrario, negli Stati Uniti, l’approccio é volto più all’etichettatura delle varietà di uva, senza enfatizzare l’importanza della regione di produzione. Secondo noi le attuali normative sono sufficienti per garantire la qualità e la specificità dei prodotti enologici italiani. Ciò però non esclude la necessità di costanti aggiornamenti e miglioramenti nel settore, considerando il feedback degli esperti del settore e monitorando le tendenze globali. In generale il confronto é sempre utile, in quanto può fornire spunti per migliorare e, se necessario, modificare le normative, adeguandosi al continuo cambiamento.

7.      Quali sono le vostre aspettative per una futura carriera lavorativa? Vi vedete più inserite in un contesto produttivo sul territorio facente parte di una realtà di piccoli o medi imprenditori nel settore (caratteristica del nostro Paese) oppure pensate che l’inquadramento in qualche Ente preposto al controllo del prodotto (si pensi al ruolo svolto dai nuclei dei NAS dei Carabinieri o a quello della Gdf) possa rappresentare una valida alternativa professionale con le sue eventuali soddisfazioni?

Risposta:

Ad oggi pensare ad un futuro lavorativo è difficile, data la rapida evoluzione della tecnologia e l’impatto delle dinamiche sociali ed economiche, può essere complesso prevedere come sarà il futuro lavorativo. In Italia il settore agricolo è un pilastro fondamentale dell’economia, pur dovendo affrontare sfide come la diminuzione delle dimensioni aziendali, l’invecchiamento della popolazione agricola e la necessità di adottare pratiche più sostenibili. Tuttavia, ci sono diverse opzioni che possono essere prese in considerazione, come l’agricoltura sostenibile, in quanto il consumatore è sempre più interessato alle pratiche agricole sostenibili e biologiche; l’innovazione tecnologica, attraverso l’uso di droni, sensori e tecnologie sempre più avanzate; un mercato locale e diretto al consumatore, che soddisfi sempre di più le esigenze anche dei piccoli gruppi.

D’altra parte, vanno considerate anche le possibili sfide, come la concorrenza globale, la pressione sui prezzi e il cambiamento climatico.

Tutto ciò ci fa ben sperare per il nostro futuro, ed inserirsi in un ambito aziendale sarebbe l’opzione più congrua al percorso di studi che abbiamo intrapreso, ma sicuramente entrare a far parte di un ente come quello dei NAS o della Gdf sarebbe una validissima alternativa per le competenze acquisite durante gli anni e per una grande soddisfazione personale.