Velletri, la Fondazione Magni Mirisola ricorda nel decennale della scomparsa Luigi Magni

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Questo pomeriggio al Polo Espostivo Juana Romani proiezione de “In nome del Papa Re” e de “La Tosca” – Domenica 29 alle 17.00 cerimonia di consegna del Premio Magni/ Mirisola e inaugurazione ufficiale della mostra “Gigi Magni il racconto di Roma e del Risorgimento, sarà presente Ugo Tucci produttore di alcuni film del maestro.

Il 27 Ottobre del 2013, ci lasciava il maestro Luigi Magni, autore – sceneggiatore e regista romano, a distanza di dieci anni dalla sua scomparsa, sono in programma alcuni eventi per ricordare questa importante figura della storia del cinema italiano. Questo pomeriggio alle ore 17.00 presso il Polo Espositivo Juana Romani, alle ore 17.00 ci sarà la proiezione de “In nome del Papa Re” film premiato con tre David di Donatello – quattro Nastri d’argento e una grolla d’oro e a seguire La Tosca nel 50 anniversario dell’uscita nelle sale.

Domenica pomeriggio alle ore 17.00 sempre presso il Polo Espositivo Juana Romani avrà luogo la cerimonia di consegna del Premio Luigi Magni e Lucia Mirisola ai The Roma, Nadia Natali e Alberto Laurenti e all’Associazione Lando Fiorini per la romanità, riceveranno il premio anche le giovani registe Silvia Monga per il suo “Garibaldi eroe leggendario” e Vittoria Mosconi per il suo “in attesa”.

A seguire Graziano Maraffa presidente dell’Archivio Storico del Cinema Italiano – Alessandro Filippi presidente della Fondazione Museo Luigi Magni e Lucia Mirisola con Ugo Tucci che è stato produttore di alcuni film del maestro ricorderanno la figura del maestro Magni e inaugueranno ufficialmente la mostra “Gigi Magni il racconto di Roma e del Risorgimento”

Via del Babuino, la celebre strada che collega Piazza di Spagna a Piazza del Popolo, nel cuore della capitale è stata la silenziosa testimone di una storia d’amore e professionale, durata mezzo secolo. Una storia che ha fatto nascere un nuovo filone nella storia del cinema italiano, quello storico. Assoluti protagonisti sono stati Luigi Magni e Lucia Mirisola, che sui tetti del 193 hanno messo in piedi una sorta di bottega, nella quale sono nati alcuni dei personaggi oggi nella memoria collettiva le cui battute sono citate a memoria e molto spesso sono diventate dei modi di dire.

Il maestro Luigi Magni è stato un profondo conoscitore di Roma, uno studioso pignolo e puntiglioso della romanità che amava profondamente, forse più della sua Lucia, ma lei non era stata mai gelosa. Negli anni nello studio sui tetti di Via del Babbuino la celebre “babuinetta” ha scritto sceneggiature – opere teatrali romanzi dove ha raccontato la quotidianità del popolo romano durante il potere temporale del Papa e durante i giorni convulsi del risorgimento che hanno portato alla breccia di Porta Pia. 

Si tratta di un racconto per immagini, un libro non su carta, ma su pellicola, fatto di fotogrammi non di illustrazioni. Fotogrammi che però possono essere delle illustrazioni, fedelmente ricostruite attraverso l’immane lavoro fatto da Lucia Mirisola scenografa e costumista che può essere definita il vero ed unico architetto del cinema di Magni.

Ecco l’essenza, le fondamenta di questa storia. Una coppia che oltre ad amarsi alla follia si è compensata nel lavoro riuscendo a creare dei prodotti che oggi hanno uno straordinario valore didattico, che possono essere strumento da utilizzare nelle scuole per fare lezione di storia, senza annoiare i ragazzi che molto spesso odiano la materia perché viene insegnata senza stimoli.

Da storico quale è stato Gigi Magni, ha “spolverato” personaggi realmente esistiti come Angelo Targhini e Leonida Montanari Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti che sono stati testimoni di particolari accadimenti nella Roma del XIX secolo, ma ha anche creato altri personaggi che oltre ad alleggerire la narrazione, sono serviti per completare un discorso che a volte non forniva diciamo attori di secondo ordine. 

Questa intuizione è servita al maestro per raccontare il modus viventi del popolo di quegli anni, la vita comune è stata sempre la maggiore fonte d’ispirazione di Magni, ma anche della signora Mirisola che ha disegnato e realizzato abiti di rara bellezza proprio per queste figure che possono sembrare secondarie ma non lo sono affatto.

Sono figure che rappresentano l’ossatura narrativa di ogni sceneggiatura, Cornacchia e Giuditta in “Nell’Anno del Signore” sono i protagonisti della vita quotidiana, una vita non certo facile e agiata quella del popolo di Roma sotto il regno di Papa Leone XII e specialmente durante quello che doveva essere come proclamato dal papa un anno santo.

Il popolo non poteva esprimere liberamente il suo pensiero e il suo malcontento, doveva rientrare a casa allo sparo del cannone, gli ebrei costretti nel ghetto, dovevano subire le prediche coatte mirate alla loro conversione, avevano insomma delle restrizioni a causa della loro fede. Cornacchia faceva il calzolaro a Roma e fingendosi analfabeta in verità dava voce alla statua di Pasquino, Giuditta era una ragazza ebrea che mal sopportava il modo in cui erano costretti a vivere.

Tutto questo si fonde con la storia di Angelo Targhini e Leonida Montanari due carbonari, che per coprire una spiata fatta a Castel S. Angelo da uno di loro il principe Don Filippo Spada gli tendono un agguato all’Isola Tiberina col proposito di ucciderlo ma invece lo feriscono solamente.

Ecco gli aspetti fondamentali del film, la Roma del popolo con Cornacchia e Giuditta e la Roma rivoluzionaria cospiratrice rappresentata dai Carbonari. Su questi aspetti conditi dall’amore di Giuditta per i due cospiratori si svolge la narrazione che purtroppo finisce con l’inevitabile esecuzione dei due a Piazza del Popolo per mano di Mastro Titta il 23 Novembre 1825. E qui grazie alla fantastica capacità di Magni di scrivere meravigliosi dialoghi si vede un dialogo tra il boia e Montanari che è il riassunto di tutto il film.

Ne In nome del Papa Re ci troviamo davanti ad una ossatura a livello di sceneggiatura completamente diversa anche perché l’ambiente a Roma era cambiato, dai fatti raccontati in Nell’Anno del Signore erano passati oltre quarant’anni nel frattempo c’era già stata la Repubblica Romana e le battaglie del 1849. Sullo sfondo delle vicende di Monti e Tognetti troviamo due personaggi come Don Colombo da Priverno e il suo perpetuo Serafino che sono allo stesso piano dei protagonisti della vicenda.

Siamo sul finire del potere temporale del Papa, Garibaldi vittorioso a Mentana, marcia su Roma, l’anziano Don Colombo, giudice della Sacra Consulta, dopo il massacro compiuto dagli Zuavi Pontifici al Lanificio Ajani in Trastevere dove venne “scannata come una capra” Giuditta Tavani Arquati e dopo la rappresaglia compiuta da Monti e Tognetti con la bomba alla caserma Serristori, in profonda crisi di coscienza sta dettando al perpetuo Serafino la lettera con cui si dimetteva dai suoi incarichi, viene interrotto dalla Contessa Flaminia che lo implora di intercedere per Cesare Costa.

Partono qui una serie di sottotrame che entrano nelle pieghe della storia, scritta da Magni, partendo dai fatti reali dei due bombaroli. Don Colombo che prima vuole prendere le distanze da tutto è costretto invece ad intervenire perché la nobil donna gli fa capire che il ragazzo era suo figlio. Ecco che Magni fa emergere nell’anziano giudice l’aspetto umano e quello legato al suo status che crea a Don Colombo un lungo conflitto interiore.

Forzando qualche ingranaggio come del resto era d’uso nella Roma del tempo, riesce a salvare Cesarino, che tutti a Roma credevano il giovane amante della nobil donna, ma la sera amaramente confessa a Serafino di aver smarrito due pecore, ecco ancora il dualismo tra il prete e il giudice.

Un conflitto interiore che è l’ossatura del film e credo la massima espressione della cultura e della fantasia di Magni, come quando Don Colombo si trova davanti a suo figlio in qualità di giudice e lì si trova un dialogo sul valore della storia di straordinaria bellezza.

Ma questo era Magni, un immenso dialoghista. Che riesce a far parlare i suoi personaggi dando loro battute che a volte sono veri pugni allo stomaco. Come lo è il finale quando il generale dei Gesuiti interpretato da Salvo Randone si vede negata la comunione da Don Colombo. 

Quel “a voi no!” riassume tutto il film e fa capire l’eterno conflitto di potere che era una delle pagine nere dello Stato Pontificio quello che venne definito da Mazzini “la vergogna civile d’Europa”.

Andando avanti troviamo ne In nome del Popolo Sovrano una ossatura diversa dalle altre sceneggiature, anche se nel cast ci sono dei veri mostri sacri del cinema italiano e alcuni attori all’epoca emergenti il regista è riuscito a metterli tutti sullo stesso piano. Creando un equilibrio recitativo eccezionale, come eccezionale Nino Manfredi nel ruolo di Ciceruacchio.

In nome del Popolo Sovrano, il terzo in ordine cronologico ma il secondo in sequenza storica, come sempre ha delle sottotrame che sostengono la storia e alleggeriscono la narrazione. Questa volta è una storia d’amore tra Cristina la giovane moglie del marchesino Eufemio Arquati e Giovanni Livraghi giovane garibaldino a creare il contrasto con la radicata tradizione aristocratica romana e i freschi venti repubblicani arrivati a sconvolgere una vita che ormai andava avanti da secoli nello stesso identico modo.

Il Papa fugge a Gaeta, pur di non rinunciare al potere temporale, respingendo le implorazioni del barnabita Padre Ugo Bassi, lo stato pontificio, senza il suo capo è come un corpo senza testa, ma il sogno dura poco. I Francesi attaccano mettendo fine al sogno della Repubblica.

Importante è il ruolo di Nino Manfredi che nei panni di Ciceruacchio, pronuncia un monologo sull’amor patrio che oggi è ancora estremamente attuale.

Quello che Magni ha scritto è un vero racconto per immagini. Ed oggi lo straordinario patrimonio morale che ha consegnato ai posteri.

Ciao Gigi grazie.

Alessandro Filippi