1975-2025: 50 anni di Wish You Were Here, l’icona dei Pink Floyd

La copertina di Wish You Were Here non è soltanto una protezione di cartone: è un’estensione del disco stesso.
Qual è l’album per eccellenza dei Pink Floyd?
Molti risponderebbero senza esitazione: The Wall.
È certamente il più conosciuto e riconoscibile, anche da chi non è un appassionato del gruppo inglese.
Ma c’è un altro vinile che merita lo stesso titolo: Wish You Were Here, un concept album sull’assenza, tema che si riflette fin dall’artwork, o meglio, dalla copertina della copertina.
Uscito il 12 settembre 1975, e oggi arrivato al traguardo dei cinquant’anni, l’album aveva infatti una particolarità unica: nei negozi arrivava avvolto in una pellicola nera, sulla quale compariva soltanto l’immagine di due mani robotiche che si stringono.
Solo rimuovendo quel velo scuro si rivelava la vera copertina: un cartone bianco con una foto al centro.
Quella fotografia, scattata da Aubrey Powell, storico designer e fotografo britannico che fondò insieme a Storm Thorgerson lo studio Hipgnosis (responsabile di gran parte delle copertine dei Pink Floyd), è diventata un’icona.
Due uomini in giacca e cravatta si stringono la mano davanti ai Warner Bros Studios di Burbank, in California.
Uno dei due, però, è avvolto dalle fiamme: un gesto quotidiano trasformato in un’immagine potente.
Un’immagine che racchiude in sé tutta la poetica di Wish You Were Here: l’assenza, l’alienazione, la sensazione di “bruciarsi” nei rapporti umani e nei meccanismi spietati dell’industria discografica.
Un saluto formale che diventa inganno, una fiamma che consuma in silenzio.
Chi conosce la storia dei Pink Floyd sa della maniacalità con cui curavano ogni dettaglio: ogni suono, ogni effetto, ogni strumento doveva suonare in modo perfetto.
Ma la loro precisione non si fermava alla musica: si estendeva anche alle cover e alle confezioni dei vinili.
Ogni disco era un’opera d’arte che partiva dall’immagine.
In Wish You Were Here il tema centrale è l’assenza: l’assenza di sentimenti, di “onestà intellettuale” nel mondo discografico, ma anche quella di Syd Barrett, uno dei fondatori dei Pink Floyd, che aveva abbandonato la band qualche anno prima, o meglio, che fu allontanato definitivamente il 26 gennaio 1968.
Shine On You Crazy Diamond – “brilla pazzo diamante” – è la lunga suite che apre e chiude l’album, ed è interamente dedicata a lui.
L’idea di creare una foto con due uomini d’affari che si “scottano” nacque a Thorgerson dopo aver ascoltato il brano Have a Cigar, che ironizzava sulla falsità del mondo discografico.
Fu Powell a proporre Hollywood come location e a ingaggiare due stuntman per realizzare un’idea apparentemente folle.
La foto di copertina mostra un uomo in fiamme, e nel 1975 non esistevano effetti digitali né fotoritocco: quell’uomo prendeva realmente fuoco.
I due protagonisti furono gli stuntman Danny Rogers e Ronnie Rondell, morto il 12 agosto scorso.
A quest’ultimo toccò il compito più pericoloso: venne cosparso di liquido ritardante e dato alle fiamme, protetto soltanto da una tuta ignifuga nascosta sotto il vestito e da una parrucca. Il viso, però, restava scoperto.
Powell, in un’intervista, raccontò che furono necessarie quindici pose per ottenere la foto giusta. Durante l’ultima, una folata di vento fece cambiare direzione alle fiamme che avvolsero il volto di Rondell, bruciandogli un baffo e un sopracciglio.
Lo staff intervenne subito con estintori e coperte, ma lo stuntman si infuriò: aveva avvertito che restare immobili mentre si brucia è più pericoloso che muoversi.
Rondell, che l’anno prima aveva partecipato alle riprese del film L’Inferno di Cristallo, spiegò che correre aiuta a tenere le fiamme lontane dal corpo, mentre restare fermi significa lasciarsi avvolgere completamente dal fuoco.
In una successiva intervista, Rondell raccontò con ironia di essere stato riconosciuto più per la copertina di Wish You Were Here che per i film a cui aveva lavorato.
Quando tornò a Londra, Powell mostrò le foto a Thorgerson.
Fu allora che nacque l’idea della pellicola nera: oscurare la copertina per rendere l’assenza ancora più presente.
I fan iniziavano a vivere l’esperienza del disco ancora prima di ascoltarlo.
Non a caso, alcuni collezionisti non hanno mai rimosso l’involucro originale, lasciando la copertina nascosta per sempre.
I Pink Floyd non hanno rivoluzionato soltanto la musica rock, ma l’arte nel suo insieme.
Ogni copertina dei loro album è un’opera visiva capace di vivere di vita propria, tanto che molti le hanno appese ai muri come quadri.
Le loro cover erano idee potenti, visivamente e intellettualmente stimolanti, al punto che bastava uno sguardo per dire: quello è un disco dei Pink Floyd.
Rubrica a cura di Daniele Trombetti










