Approfondimento sull’evoluzione dello stato dei boschi italiani

In riferimento all’articolo “Ignoranza e disinformazione” pubblicato su Velletri Life il 20 febbraio 2025, desidero offrire alcune osservazioni costruttive in merito a quanto scritto, evidenziando alcuni aspetti che necessitano di correzioni e ulteriori approfondimenti. Nell’articolo infatti sono riportati dati non corrispondenti alla situazione attuale del patrimonio boschivo italiano. L’intento di questo mio articolo è quello di contribuire ad una comprensione più accurata dell’argomento, basandomi su dati scientifici, con l’obiettivo di promuovere un dibattito sereno e informato, al di là di visioni ideologiche sulla gestione delle aree forestali, come nel caso del Parco dei Castelli Romani.
Le foreste coprono oggi il 31% delle terre emerse mondiali, ma dal 1990 la loro superficie è diminuita di 178 milioni di ettari (-4,2%). Tuttavia, questa riduzione non è uniforme: oltre la metà delle foreste globali si concentra in soli cinque paesi (Brasile, Canada, Cina, Russia e Stati Uniti). Il cambiamento climatico e l’attività umana stanno aumentando la vulnerabilità degli ecosistemi forestali, accentuata da eventi estremi come incendi, siccità, parassiti e specie invasive.
In Italia, la superficie forestale è aumentata notevolmente negli ultimi decenni. Secondo i dati dell’ISPRA (“Transizione ecologica aperta. Dove va l’ambiente italiano?” dicembre 2021), dal secondo dopoguerra ad oggi le foreste sono passate da 5,6 a 11,1 milioni di ettari, coprendo il 37% del territorio nazionale, superando addirittura la Germania (31%) e la Svizzera (31%). Si potrebbe pensare che questo incremento riguardi solo l’estensione delle foreste, ma anche la biomassa è cresciuta: tra il 1990 e il 2015 è passata da 855 a 1.385 milioni di metri cubi, con un tasso medio annuo di crescita dello 0,7%, come riportato nel Rapporto sullo stato delle foreste e del settore forestale in Italia (RAF 2018), realizzato con il supporto del CREA. Questo significa che anche lo stoccaggio di carbonio è aumentato notevolmente nonostante alcune politiche di gestione territoriali alquanto discutibili, come nel caso dei Castelli Romani. In sostanza, l’Italia — dopo secoli di deforestazione — ha visto nell’ultimo mezzo secolo un progressivo incremento della copertura forestale, contribuendo in modo quasi involontario a contrastare il surriscaldamento globale molto più di altri Paesi. Vediamo più in dettaglio perché. Sebbene l’aumento della superficie forestale sia positivo in termini di copertura, riflette una profonda trasformazione del paesaggio. Mentre nelle pianure e lungo le coste l’espansione urbana ha portato alla perdita di suolo, nelle aree montane e collinari l’abbandono delle attività agricole e pastorali ha favorito la ricolonizzazione naturale delle foreste.
Boschi umidi, foreste vetuste e preziose formazioni forestali di pianura sono diventati quindi sempre più rari, frammentati e compromessi da incendi, urbanizzazione e infrastrutture.
Secondo il rapporto ISTAT “Noi Italia” 2020, a partire dal 1982, già solo nei primi tre decenni l’Italia ha perso il 21.5% della superficie agricola utilizzata (SAU) e ben il 78% dei pascoli. Nel complesso la SAT (Superficie Agricola Totale) dal 1982 al 2020 è diminuita del 28.2%, e circa due aziende su tre sono scomparse. Questi terreni abbandonati sono stati rapidamente ricolonizzati dalle aree boschive vicine grazie alla fauna selvatica, che ha favorito la dispersione dei semi.
In queste aree, si è innescato un rapido processo di successione ecologica. Inizialmente, le aree agricole si trasformano in un mosaico frammentato, con vegetazione spontanea che si mescola ai residui agricoli. Successivamente, si sviluppano formazioni di macchia bassa e cespuglieti, dominati da specie pionieristiche come il pruno selvatico (Prunus spinosa), il ginepro (Juniperus communis) e l’erica (Calluna vulgaris). Queste piante, adattate a suoli poveri e disturbati, preparano il terreno per l’arrivo di specie arboree più esigenti, aumentando la sostanza organica e la fertilità del suolo.
Nel tempo, il processo di successione porta alla formazione di boschi più strutturati e densi, con specie come il faggio (Fagus sylvatica) e le querce (Quercus spp.), che sostituiscono gradualmente la vegetazione pioniera. I boschi, inizialmente aperti e disomogenei, diventano progressivamente più fitti, con una copertura arborea sempre più compatta. Nell’articolo in questione si parla grossolanamente di “vegetazione erbacea o al massimo una povera vegetazione arbustiva”, ma questa non è la definizione di bosco e non è ciò che è accaduto in Italia, dove invece, come detto, abbiamo avuto un vero e proprio incremento boschivo reale con conseguente accumulo di CO2.
Ma cosa dire a proposito della biodiversità?
Sebbene l’aumento delle superfici boschive possa far pensare a una maggiore biodiversità, la realtà è più complessa. Infatti, con l’abbandono delle attività agro-pastorali in Italia, stanno scomparendo le praterie secondarie, ambienti erbacei che si formano grazie al pascolo e allo sfalcio, ma che senza una gestione continuativa tendono a ricolonizzarsi con vegetazione arbustiva e boschiva. La loro importanza ecologica è riconosciuta dalla Lista Rossa Europea degli habitat, che le classifica come vulnerabili o a rischio. Il connubio di alberi isolati, praterie aperte e foreste dense favorisce una maggiore biodiversità rispetto alla presenza di un bosco fitto e omogeneo. La diversità di habitat all’interno dello stesso paesaggio consente la coesistenza di specie tipiche sia degli ambienti aperti che di quelli forestali, offrendo rifugi, risorse alimentari e microclimi variabili. Inoltre, la presenza di alberi sparsi nelle praterie crea condizioni ecologiche uniche, aumentando la varietà di specie vegetali e animali rispetto a un bosco chiuso, dove la competizione per luce e risorse può essere più intensa. A riguardo molto interessante è l’articolo “Under the Crown of Scattered Beech (Fagus sylvatica): Impact on Plant Community, Soil Resources, and Fungal Diversity” di Giulio Tesei et al.
Se da un lato le foreste stanno aumentando nelle aree interne, dall’altro il consumo di suolo continua a crescere. Secondo il rapporto SNPA del 2023, in Italia la superficie cementificata ha superato i 21.500 km², di cui l’88% riguarda suolo fertile e produttivo. Il degrado del suolo è quindi causato principalmente dalla cementificazione e da usi industriali, non dalle attività agricole tradizionali, né tanto meno dai boschi a ceduo, che possono avere un ruolo importante nelle economie locali se ben gestiti. Anzi, i terreni agricoli abbandonati si rigenerano velocemente, tanto che risulta difficile distinguere le nuove aree boschive da quelle già esistenti già dopo 4-5 decenni. Tuttavia, ciò non vale per i terreni sottoposti ad agricoltura intensiva, dove l’eccessivo sfruttamento del suolo e l’uso di sostanze chimiche possono rallentare il processo di recupero ecologico, ma questi terreni sono comunque inseriti in quota “superficie agricola”, e non è pensabile né auspicabile farne a meno, anche in virtù della scarsa autosufficienza alimentare dell’Italia. Ugualmente nei terreni industriali, dove l’inquinamento del suolo è più elevato, il processo di rigenerazione ecologica è molto più lento e può richiedere interventi significativi di bonifica che non sempre assicurano il ripristino delle condizioni originarie. Va chiarito inoltre che non vi è posizione scientifica unanime sugli effetti di residui di fitofarmaci sulla rigenerazione naturale del suolo, quindi affermare questa relazione è scorretto, anzi, l’espansione dei boschi degli ultimi decenni fa pensare il contrario, anche perché l’agricoltura praticata sui terreni persi e ricolonizzati da boschi è per lo più di natura estensiva, ovvero dove l’uso di fitofarmaci nel tempo è stato pressoché nullo. Va infine fatto notare come anche nelle aeree fortemente antropizzate, arrivino presto piante pioniere arboree come l’ailanto (Ailanthus altissima), la robinia (Robinia pseudoacacia), ma anche il pioppo (Populus alba) e olmi, in grado di ricolonizzare terreni cementificati, impermeabilizzati, infiltrando radici con forza in profondità e innescando una successione che trasforma in pochissimi decenni una periferia abbandonata in nuove aree vegetates. Un pioppo di età compresa tra 3 e 9 anni sequestra in media la quantità di CO2 emessa da un’auto endotermica per 1500 Km (Magnani, Raddi – Rivista di Selvicoltura ed Ecologia Forestale – 2021). La capitale è ricca di questi esempi, ma è anche sufficiente visitare qualche parco o strada abbandonata qui ai Castelli Romani. Queste specie (spesso alloctone) non riescono ad attecchire in boschi vetusti e rigogliosi perché non trovano sufficiente spazio vitale, mentre prosperano proprio dove l’uomo ha fortemente consumato suolo per poi abbandonarlo. Quindi perfino i suoli degradati degli spazi urbani, in alcuni casi, possono diventare grandi accumulatori di CO2. Ulteriore testimonianza diretta della grande capacità della natura di rigenerarsi rapidamente il che ovviamente non significa e giustifica continuare a consumare suolo e deforestare.
Spero di aver portato maggiore chiarezza sull’argomento, certamente molto vasto e complesso.
Cecilia Scandurra
Ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Chimiche dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata










