Quando lo Stato non c’è, la comunità si fa sentire. La storia di Mohamed e della rete “invisibile” della Palestra Popolare di Velletri

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Spesso, quando si parla di rete, si pensa ad un qualcosa che serve a trattenere, a limitare. Ma non per tutti è così. Chi vive ai margini, chi cammina costantemente in equilibrio precario sul filo dell’incertezza, chi non ha un terreno stabile sotto ai propri piedi sa che una rete ha una funzione molto più vitale e indispensabile: ti impedisce di cadere nel vuoto e, soprattutto, ti impedisce di perderti.

Nell’Italia di oggi, un Paese che invecchia precocemente e con costanza, dove le certezze sembrano sfaldarsi quotidianamente, la statistica ci dice che ognuno di noi può contare, in media, su sei parenti pronti a fornire un aiuto, se e quando necessario. Potremmo definirlo come il nostro “welfare invisibile”: un sostegno che non è quasi mai solo economico, ma fatto di presenza, di supporto, di passaggi in auto, di consigli e chiarimenti su come districarsi tra i mille complessi nodi della burocrazia. È quella mano che ti stringe e ti guida mentre lo Stato, impegnato tra tagli e riforme volte all’oppressione, sembra fregarsene ogni giorno di più, promuovendo politiche d’isolamento a discapito dei più fragili.

Ma cosa accade quando quei sei parenti non ci sono? Cosa succede a chi la famiglia non ce l’ha o la sente solo attraverso lo schermo di un telefono, magari a migliaia di chilometri di distanza? Tale condizione, tra l’altro, non riguarda solo gli stranieri. Spesso basta cambiare regione, scendere da un treno in una città nuova che non è la nostra, dove non si conosce nessuno, per sentirsi profondamente soli e ritrovarsi improvvisamente impreparati di fronte alle difficoltà. Quante volte abbiamo dato per scontato il privilegio di poter chiedere a un genitore di accompagnarci a una visita medica, o a un amico di spiegarci come compilare un modulo per noi incomprensibile?

Ecco a cosa serve una rete: trovare quelle soluzioni che le istituzioni, quasi sempre troppo rigide o distanti, sembrano nascondere. È qui che il concetto di comunità smette di essere una mera parola e si concretizza come vero e proprio salvagente. Quando mancano i legami di sangue (o sono troppo lontani), è il territorio che deve farsi famiglia e diventare casa, accogliendo e non emarginando. È la vicinanza, l’appoggio spontaneo di chi è accanto a rendere possibile l’integrazione e ad allontanare la voragine d’isolamento altrimenti inevitabile. In questo scenario di solitudini che si incontrano, nascono posti che non sono semplici spazi fisici, ma luoghi di resistenza umana. Ed è proprio in uno di questi luoghi, ossia nella Palestra Popolare DLF di Velletri, tra l’odore di cuoio e sudore e il suono dei guantoni che colpiscono forte il sacco, che ho avuto il piacere di incontrare Mohamed Karim Hlimi.

È in quest’ottica che la storia di Mohamed assume un valore esemplare. Per lui, l’aiuto non è arrivato da un ufficio comunale, ma dal calore di una palestra di pugilato.

Mohamed, spesso le istituzioni sembrano usare l’amministrazione come una rete che, invece di sostenere, intrappola. Cos’è per te la Palestra Popolare DLF? Quanto è stata importante nell’aiutarti a superare le peripezie burocratiche?

La palestra è la mia vita, è il mio unico pensiero da quando mi sveglio la mattina. È il luogo in cui mi sento a casa, la mia costante. Senza questo posto non sarei nemmeno qui, a Velletri.
Sono arrivato in Italia come minorenne non accompagnato e sono entrato in un centro d’accoglienza. Lì la vita non è stata facile, non venivamo realmente seguiti e accompagnati in un processo d’integrazione. Ad esempio, io non so leggere l’italiano e non c’era nessuno che mi aiutava nel farlo o che, banalmente, mi sosteneva nella compilazione dei moduli necessari. Non mangiavamo affatto bene, i riscaldamenti non venivano accesi praticamente mai, eravamo
insomma lasciati a noi stessi. Il circuito dei centri d’accoglienza voleva mandarmi a Cuneo, in un ambiente a me sconosciuto, dove avrei dovuto ricominciare tutto daccapo. È stata la Palestra a fare in modo che io rimanessi qui, anche dandomi una mano nello svolgere la pratica di rinnovo del permesso di soggiorno. L’aiuto ricevuto è stato, quindi, fondamentale. Se vieni lasciato a te stesso rischi di finire in cattive compagnie. Senza questo posto avrei preso una brutta strada.

Quanto è stato complicato trovare una casa? Credi che ci siano dei pregiudizi sugli stranieri e che ci sia una forma di “razzismo immobiliare”? Secondo te, quanto conta avere alle spalle delle associazioni come la PPDLF e R/Esistenza per non farsi calpestare in queste situazioni?

Trovare casa è stato faticosissimo e sì, è colpa dei pregiudizi. È molto difficile trovarne una se sei straniero. In questo, il supporto dei ragazzi e delle ragazze dell’Associazione è stato vitale:
mi hanno fatto conoscere una signora per bene, attraverso l’ALFAD, con cui ho stipulato un contratto di affitto regolare. Avere alle spalle una realtà come questa significa non essere soli davanti a chi vorrebbe ostacolarti solo per le tue origini.

E il lavoro invece? Hai riscontrato tante difficoltà anche nel trovare quello? Quanto impegno e sacrificio c’è dietro?

Anche per il lavoro l’aiuto della palestra è stato decisivo. Oggi lavoro per vivere, per mantenermi, ma la mia vera aspirazione è un’altra. Dietro ogni mia giornata c’è tantissimo sacrificio: metto tutto me stesso, la testa e la forza, per riuscire a far conciliare la quotidianità con la mia passione.

Ti sei mai sentito solo o ti capita ancora di provare questa sensazione? Credi di aver creato dei legami importanti grazie alla Palestra e di poter contare su di loro?

La solitudine e la sofferenza ci sono, soprattutto perché mia madre, che per me è tutto, è lontana. Distaccarmi da lei e affrontare il viaggio da solo dalla Tunisia è stato tutt’altro che facile. Lei è ancora lì, ma rimane comunque una presenza fondamentale come fondamentali sono le nostre chiamate. Quando però metto piede in palestra, riesco a dimenticare per un po’ il resto.
Lì parlo, lì sono nate tutte le mie amicizie. Carmine, il mio allenatore, per me è come un fratello, una figura di riferimento. La palestra non è solo uno spazio fisico: è la mia cura, una seconda famiglia su cui so di poter contare sempre.

Ti alleni ancora? Cosa speri per il tuo futuro?

Certo che mi alleno! Mi immagino come un campione di boxe. Voglio continuare a coltivare questa passione con tutta la determinazione che ho. Il mio sogno è realizzarmi come pugile:
è l’unica cosa che conta davvero per me e per cui sono pronto a lottare.

In un mondo che troppo spesso alza muri e si ripara dietro freddi moduli burocratici, la storia di Mohamed ci insegna che il vero cuore di una comunità batte in luoghi come questo, tra le corde di un ring e in un posto che cancella le differenze e diventa porto sicuro per chi è in difficoltà. La Palestra Popolare DLF è la prova vivente che nessuno dovrebbe mai camminare da solo, difatti, quando le istituzioni voltano le spalle, resta la forza di quei legami nati per scelta, capaci di trasformare un estraneo in un fratello e un sogno lontano nel motivo per cui, ogni mattina, vale ancora la pena lottare. Mohamed non ha solo trovato degli amici o un tetto sulla propria testa: ha trovato il diritto di sentirsi, finalmente, a casa.

Aurora Ierussi Articolo e foto