Velletri 2030 su intelligenza, lavoro, inverno demografico

Uno degli interrogativi ricorrenti tra le diverse fasce sociali è: “l’Intelligenza Artificiale (IA) ci ruberà il lavoro?”. Partendo da un bello editoriale ASviS di Flavia Belladonna, di seguito una breve nota che mira a superare la narrazione semplicistica e spesso allarmistica che dipinge l’IA come una minaccia esistenziale per il lavoro umano.
Il World Economic Forum (WEF) nel Documento “Future of Jobs Report 2025”, sintesi disponibile in lingua italiana, rivela che “Secondo le proiezioni, le mutevoli tendenze globali della tecnologia, dell’economia, della demografia e della transizione ecologica genereranno 170 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030, mentre 92 milioni di altri saranno spostati. Le competenze in più rapida crescita entro il 2030 includeranno quelle tecnologiche insieme a quelle umane, come le capacità cognitive e di collaborazione.” I progressi tecnologici, i cambiamenti demografici, le tensioni geoeconomiche e le pressioni economiche sono i fattori chiave di questi cambiamenti, che rimodellano i settori e le professioni in tutto il mondo.
Sempre il WEF, nel Rapporto“Four Futures for Jobs in the New Economy: AI and Talent in 2030“, (non risulta al momento disponibile in lingua italiana) prevede quattro scenari: nel primo scenario l’IA evolve in modo esponenziale e la forza lavoro è ampiamente preparata, la produttività è da record, ma numerose occupazioni scompaiono; nel secondo l’IA avanza rapidamente, ma la forza lavoro non riesce ad adattarsi, con aumenti di produttività e disoccupazione strutturale; nel terzo c’è un’evoluzione più graduale dell’IA, con l’intelligenza artificiale che affianca il lavoro umano; infine, nell’ultimo scenario, l’IA progredisce lentamente e le competenze restano insufficienti, con un aumento delle disuguaglianze.
La Società ANTHROPIC, famosa nel mondo della Intelligenza Artificiale perchè ha sviluppato e distribuisce la piattaforma CLAUDE, in un recente Documento del marzo 2026 “Labor market impacts of AI: A new measure and early evidence“, ampiamente ripreso dalla rivista online GEOPOP, ci dice che l’Intelligenza Artificiale è in grado di sostituire ancora poco il lavoro umano rispetto al potenziale, almeno per adesso. C’è una contrazione della domanda nelle posizioni junior: una dinamica che rivela come l’IA abbia la tendenza a sostituire non solo alcune figure senior, ma anche le attività tipicamente affidate ai ruoli di ingresso. Le professioni per cui è stato osservato il livello di esposizione maggiore sono quelle di programmatore informatico, (74,5%), operatore di servizio clienti (70,1%), addetto all’inserimento di dati (67,1%), e analista di ricerche di mercato (64,8%). Al fondo della classifica, con esposizione zero, ci sono invece cuochi, meccanici, bagnini e baristi. Lavori come i braccianti agricoli, gli autisti delle consegne e gli operai edili, sono destinati a registrare la maggiore crescita occupazionale in termini assoluti entro il 2030. Si prevedono aumenti significativi anche per i posti di lavoro nel campo dell’assistenza, come gli infermieri, e dell’istruzione, come gli insegnanti di scuola secondaria, con le tendenze demografiche che determinano la crescita della domanda in tutti i settori essenziali. In sintesi, sono i lavori “con competenze artigianali” che rimangono meno esposti alla sostituzione completa del fattore umano, data l’importanza cruciale di competenze interpersonali, empatia e giudizio etico.
Non si tratta solo di imparare a usare nuovi strumenti, ma di sviluppare quelle capacità – pensiero critico, adattabilità, creatività – che rendono il lavoro umano complementare, e non sostituibile, dall’Intelligenza Artificiale. Si tratta di educarci a un nuovo mondo. Il Rapporto Randstad “Intelligenza Artificiale: una riscoperta del lavoro umano” individua una serie di azioni per prepararci. Innanzitutto, propone un nuovo modello formativo: per le hard skills, servono investimenti in programmi di formazione continua (upskilling e reskilling) per rendere accessibili competenze tecniche avanzate, alfabetizzazione digitale, l’analisi dei dati e l’interazione con piattaforme di IA; per le soft skills, servono politiche in grado di incoraggiare l’apprendimento e la pratica di pensiero critico, creatività e problem-solving. Il secondo punto riguarda il mercato e la necessità di ridefinire il lavoro ibrido per preservare la socialità e le competenze umane. Infine, su etica e governance, promuovere la trasparenza algoritmica, l’alfabetizzazione digitale e la sovranità tecnologica per la sicurezza sociale.
E’ qui che si inserisce il tema dell’inverno demografico, con il motto “Servono lavoratori non nuovi lavori!”. Il tema è stato trattato recentemente dall’economista Giampaolo Galli sul quotidiano “La Repubblica”. Immigrazione, attivazione femminile, invecchiamento attivo sono ricette giuste ma non bastono per far fronte al buco da 8 milioni della popolazione attiva da qui al 2050. Serve un aumento di produttività che potrebbe arrivare con l’IA.
Il tema dell’impatto della IA sul lavoro umano e l’inverno demografico che l’Italia sta vivendo è stato affrontato diverse volte nei Seminari di Velletri 2030. L’ultima volta nel Webinar di Francesco Varanini, esperto, scrittore e Presidente di Assoetica, venerdì 11 settembre 2025, intitolato “Il lavoro umano da Adriano Olivetti a Dario Amodei: Dal Welfare al Webfare”, la registrazione del quale è disponibile sul sito di Velletri 2030.
Come si evince dalla lettura e dalla voce dei diversi protagonisti della nostra epoca, non c’è una risposta univoca al quesito iniziale. Ogni forma di dibattito pubblico è il benvenuto.
Buona lettura e buona riflessione a tutti.
Sandro Bologna
Presidente Velletri2030
https://www.velletri2030.it
https://www.facebook.com/velletri2030/










