L’antica statua di S.Antonio di Padova

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Martedì nella chiesa di S.Lorenzo inizia il triduo di preparazione. Venerdì la tradizionale processione per le strade cittadine – sabato festa del Santo distribuzione del pane benedetto. Immaginate di varcare la soglia della Chiesa di Sant’Antonio Abate, qui, nel cuore pulsante di Velletri. Siamo abituati a guardare l’insieme, la bellezza architettonica, l’atmosfera. Ma, a volte, sono i dettagli nascosti a raccontarci le storie più profonde. Spostiamo lo sguardo sulla destra: in una nicchia, quasi in attesa, troviamo una statua di Sant’Antonio di Padova.Non è solo un’opera d’arte devozionale. È un testimone silenzioso, un vero e proprio “fossile” vivente della tradizione francescana veliterna. Per capire l’importanza di questo simulacro, dobbiamo compiere un salto temporale. Torniamo indietro al 1513. Alle spalle di quello che oggi conosciamo come il complesso di San Francesco, sorgeva un tempo una piccola chiesa dedicata al Santo di Padova. Era il fulcro di una comunità viva, la Confraternita del Santo, fondata da Padre Domenico da Ferentino.

Pensate a quanto doveva essere suggestiva la vita di questi confratelli: si riunivano ogni mese, vestiti col loro abito color cenere e il cordone bianco, portando sul petto l’effigie del Santo col giglio. Avevano ruoli precisi, quasi una coreografia del sacro: il Camerlengo, le infermiere dedite agli ammalati, le sagrestane. C’era un rigore, un senso di comunità che attraversava i secoli. Il grande storico Teoli ci ricorda che il 13 giugno Velletri si trasformava: fuochi d’artificio, luminarie che accendevano le notti, una folla festante che arrivava anche da fuori città. C’è un episodio, in particolare, che sembra uscito direttamente dai Fioretti di San Francesco. Siamo nel 1563. I Cappuccini stanno costruendo il loro convento, ma un ladro ruba un mulo indispensabile per il trasporto dei materiali. I frati, disperati, si affidano a Sant’Antonio. Ebbene, accade l’incredibile: alle porte di Viterbo, il mulo si impunta, si rifiuta di fare un solo passo, e il ladro, colto da un’improvvisa cecità, comprende il segno. È il miracolo della restituzione. Una storia che ci parla di un rapporto, quello tra i fedeli e il Santo, fatto di fiducia assoluta, quasi di confidenza quotidiana.
Poi, la storia ha preso altre strade. Nel 1870, con la soppressione degli ordini religiosi, il convento di San Francesco passò al demanio, e quel culto che era stato il cuore pulsante di una comunità fu trasferito proprio qui, nella chiesa di Sant’Antonio Abate, dove ancora oggi la statua, circondata dagli ex voto, ci osserva.

Ma la storia è un cerchio che spesso si chiude, con il ritorno dei Frati Minori a San Lorenzo dopo le soppressioni conseguenti alla presa di Roma nel 1870, il culto di Sant’Antonio torna finalmente a casa, tra i suoi confratelli. Per non trasferire da S. Antonio Abate l’antica e venerata statua del Santo ne venne presa una nuova che è quella che ancora oggi si trasporta in processione. È un invito, questo, a riscoprire una radice che non si è mai spezzata. Martedì prossimo, a San Lorenzo, inizierà il triduo di preparazione, un momento di riflessione profonda che culminerà venerdì pomeriggio con la processione per le vie cittadine. E poi sabato, il giorno della festa, il pane benedetto: un gesto semplice, antico, che unisce le generazioni in un unico abbraccio.

Un appello, dunque, ai cittadini: addobbate i balconi, partecipate, sentitevi parte di questo racconto. Perché preservare questa eredità non significa solo guardare al passato, ma tenere viva quella fiamma di fede e pietà popolare che rende la nostra città, Velletri, così straordinariamente ricca di fascino.

Alessandro Filippi