Velletri, confronto acceso su “L’economia della paura”: quando i numeri diventano emozione

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Non una semplice presentazione, ma un vero dibattito pubblico. È quello che si è svolto il 15 giugno nella Sala Mastrostefano della Banca Popolare del Lazio, dove la professoressa Veronica De Romanis ha presentato il suo libro L’economia della paura, dando vita a un confronto partecipato sui nodi più critici dell’economia italiana.

Al centro dell’incontro, un tema quanto mai attuale: il modo in cui l’economia viene raccontata. Numeri, dati e indicatori complessi finiscono sempre più spesso per essere tradotti in slogan semplificati, capaci di parlare alla pancia più che alla ragione. Ed è proprio su questo terreno che, secondo l’autrice, si gioca una partita decisiva.

Negli ultimi anni, il dibattito pubblico – in Italia e in Europa – si è progressivamente costruito attorno a paure diffuse: la globalizzazione, l’euro, i mercati finanziari. Preoccupazioni reali, certo, ma che diventano strumenti comunicativi potenti nelle mani della politica e dei media, utilizzati per orientare consenso e opinione pubblica.

Il risultato è un racconto economico sempre più ridotto a frasi ad effetto: “l’Europa impone sacrifici”, “il debito non conta”, “l’euro ha impoverito il Paese”. Narrazioni che, ha spiegato De Romanis, semplificano eccessivamente fenomeni complessi e rischiano di alimentare più confusione che consapevolezza.

Tra gli esempi citati durante l’incontro, quello della cosiddetta “coperta corta” del bilancio pubblico: ogni scelta di spesa implica una rinuncia, e mettere in contrapposizione settori come sanità e difesa significa ignorare la complessità delle decisioni politiche.

Un altro nodo centrale riguarda il sistema delle agevolazioni fiscali. Oggi in Italia esistono oltre 600 misure tra detrazioni, deduzioni, crediti d’imposta ed esenzioni, con un impatto complessivo che supera i 100 miliardi di euro l’anno. Un sistema cresciuto nel tempo in modo frammentato, che ogni governo promette di razionalizzare senza però incidere davvero: eliminare benefici è politicamente costoso.

Da qui l’idea, provocatoria ma efficace, di “economia delle tribù”: gruppi organizzati che difendono i propri vantaggi – spesso trasformati in privilegi – mentre chi non ha forza rappresentativa resta ai margini. Tra questi, secondo l’autrice, spiccano due categorie: donne e giovani.

Le prime continuano a registrare tassi di occupazione tra i più bassi nei paesi avanzati. I secondi, invece, sono spesso intrappolati nel fenomeno dei NEET – giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione – un primato negativo che pesa sul futuro del Paese.

L’analisi di De Romanis non si limita alle percezioni, ma affronta anche i cosiddetti “falsi miti economici”. Senza negare le difficoltà strutturali dell’Italia, l’autrice respinge l’idea che esse dipendano esclusivamente da fattori esterni come l’Unione Europea. Le cause, sottolinea, sono in larga parte interne: bassa produttività, debito pubblico elevato, riforme incomplete.

Particolarmente critico il quadro della spesa pubblica: tra interessi sul debito, sanità e pensioni, restano poche risorse per investimenti strategici come istruzione e ricerca, ambiti in cui l’Italia continua a inseguire gli altri paesi industrializzati.

Non è mancata, nel corso del confronto, una proposta provocatoria: attribuire maggiore peso politico alle categorie meno rappresentate, come i giovani. Un’idea che, pur riconosciuta come difficilmente compatibile con i principi costituzionali, ha acceso il dibattito tra i presenti.

Il nodo, emerso con forza, resta quello della partecipazione e della consapevolezza. In un contesto dominato da comunicazione rapida e social media, temi complessi vengono compressi in pochi secondi, perdendo profondità. “In trenta secondi non si spiega l’economia”, è stato uno dei messaggi più incisivi emersi durante l’incontro.

Infine, il rapporto con l’Europa. Un tema spesso affrontato in chiave conflittuale, ma che De Romanis invita a rileggere con maggiore equilibrio: l’Unione Europea non è né un capro espiatorio né una soluzione miracolosa, ma uno spazio di responsabilità condivise.

La serata si è chiusa con una riflessione che va oltre il libro: comprendere l’economia oggi significa anche imparare a difendersi dalla paura. Perché, come ha sottolineato l’autrice, è proprio quando prevale l’emotività che si rischia di perdere lucidità nelle scelte collettive