Tre uomini, una Repubblica

Altre Notizie

Si fa presto a dire Costituzione. Dietro quei dodici princìpi fondamentali, dietro quella architettura che doveva rimettere in piedi un Paese uscito a pezzi dalla guerra, c’erano volti, storie, e vite interrotte. Oggi, a ottant’anni dal quel 25 giugno del 1946, a Velletri si ricordano i “suoi” uomini. Tre storie diverse, tre percorsi che si incrociano tra le aule del potere e le strade di provincia. Bruno Bernabei era un avvocato, un uomo di legge e di loggia. Un repubblicano che credeva nell’impegno civile come una missione. Per lui, la Costituente fu un traguardo inseguito con pazienza: non entrò subito, ci arrivò quasi per caso, per quella fatalità che è il destino di chi ci precede. Ma il suo tempo a Montecitorio fu breve, troppo breve. Morì all’improvviso, a fine ’47, nel mezzo di una cerimonia, quasi che la vita avesse voluto congedarlo mentre stava ancora celebrando il lavoro. Un destino amaro, da uomo che aveva dedicato la toga alla giustizia. Poi c’è Ludovico Camangi. Lui era l’ingegnere, l’uomo del fare. Anche lui repubblicano, ma con una marcia in più: il fiuto per le istituzioni. È stato una colonna, per vent’anni, dal ’48 al ’68, restando sempre dove le cose venivano decise. È un nome che riempie le cronache dei governi di allora: Sottosegretario ai Lavori pubblici con De Gasperi, poi all’Agricoltura con Fanfani e Moro. Camangi è stato il volto di una classe politica che conosceva bene il valore della mediazione e del cantiere. Un uomo di governo, fino in fondo. Infine, Dante Veroni. Lui era il veterano, l’uomo d’altri tempi. Avvocato, eletto la prima volta addirittura nel 1909, quando il mondo era ancora un altro mondo. Aveva visto passare il fascismo e aveva resistito, fino a tornare in campo nel momento della ricostruzione. Fu sottosegretario, fu voce della Consulta e poi senatore di diritto, di quelli che la Costituzione l’hanno vista nascere dal cuore. È morto nel 1949, a Roma, chiudendo una stagione lunghissima che ha attraversato quasi mezzo secolo di storia nazionale. Tre figure, tre modi di servire lo Stato. C’è chi è passato come una cometa, chi è rimasto per vent’anni nei corridoi del potere, e chi ha fatto da ponte tra l’Italia liberale e quella repubblicana. Eppure, in questa eterogeneità, c’è il senso di quei giorni: una classe dirigente che, nel bene e nel male, ci ha restituito una casa comune. La storia è fatta di grandi ideali, certo, ma è anche il nome di chi, quel giorno, si è seduto in aula per scrivere le nostre regole.

Alessandro Filippi