I “Cavalieri della Stera”: l’onorificenza della zappa e dell’inchiostro

Altre Notizie

C’è una Velletri che non si rassegna a diventare un dormitorio per pendolari distratti e televisori accesi. È la Velletri della zappa e del calamaio, quella che sa da dove viene e, a differenza di tanta Italia smemorata, sa anche benissimo dove va.

Bisogna risalire al 2009, in quel di un giardino che sapeva di glicini e di vino buono, per capire l’intuizione di un professore testardo e lucido come Gianfranco Arciero. Uno che aveva capito una verità elementare: la civiltà contadina non si racchiude nei musei etnografici con la naftalina, ma vive nei gesti quotidiani. E cosa c’è di più quotidiano, nei Castelli, della stera? Badate bene: non un ferro blasonato, ma un vecchio cucchiaio da cucina sbeccato e appiattito, infilato nel taschino della sarica. Serviva a una cosa sola: a scrostare il fango pesante dalle zappe e dalle scarpe prima di rimettere piede in casa, pena il linciaggio della “padrona”. Una specie di passaporto per la civiltà domestica, che legittimava persino una pausa di riposo sotto i filari.

Da quell’attrezzo umile e geniale è nato un ordine cavalleresco che non ha spade né feudi, ma ha una dignità da vendere. E quest’anno, sotto l’egida di quella infaticabile fucina culturale che fa capo al Museo Luigi Magni e Lucia Mirisola e in mezzo al fermento del Wine Festival, la baracca si rinnova. Il nostro Alessandro Filippi – uno che la storia di Velletri la mastica e la resuscita ogni giorno – ha pensato bene di rifoggiare l’insegna.

Mettetevi gli occhiali buoni e guardatela. Sembra tirata fuori dai fondi notarili del Seicento, con quell’aria da pergamena scurita dall’inchiostro ferrogallico che puzza di polvere d’archivio e di verità. Al centro, dentro un cartouche barocco che farebbe svenire i rigattieri di via dei Coronari, c’è lei: la Stera, appoggiata sui vecchi signa tabellionum dei notai che su quei tavoli di legno hanno scritto i secoli di questa comunità. E lassù in cima, una corona nobiliare cesellata con la severità di chi sa che la storia non è una gentile concessione, ma un obbligo morale.

Il ventisette di settembre, nella Sala Tersicore del Comune, si replica il rito. E chi sale a ritirare l’insegna? C’è la torrefazione storica di Via del Corso – settant’anni di profumo di caffè e di memoria per il caro Maurizio che non c’è più —, c’è il dottor Umberto Savo, c’è la giovane agronoma Giorgia Giordani, e poi Claudio Cappello, Ombretta Colonnelli che difende le donne con la forza dei leoni, Michela De Rossi che fu tra i padri del Premio Eduardo, l’assessore Cristian Simonetti e Romina Trenta indimenticata assessora alla cultura

Ecco, a Velletri succede ancora questo: che ci si raduna per premiare chi fatica, chi studia e chi non dimentica. Una piccola, formidabile opera d’arte civica. Roba da far arrossire i tromboni delle metropoli.