Si apre in una nuova scheda

Velletri 2030: “Le nuove generazioni chiedono Vogliamo capire chi ci ha tolto il futuro”

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Il sedicente Movimento 17 o ttobre ha pubblicatoun manifesto con la premessa: «Non siamo una sigla. Siamo un processo: un movimento non strutturato nato per prendere iniziativa e far avanzare la coscienza politica collettiva dei giovani in Italia. Prima di chiederci cosa chiedere, vogliamo capire insieme perché ci è stato tolto tutto, chi ce l’ha tolto e come riprendercelo». L’obiettivo? Uno solo. «Prendere in mano il nostro futuro. Non lasciarlo nelle mani di questi cleptocrati che lo hanno ipotecato, venduto e svuotato prima ancora che potessimo viverlo. Non vogliamo un posto al tavolo di chi ci ha tolto la sedia: vogliamo costruire un altro tavolo, tutti insieme, dal basso».

Dichiaratamente apartitici ma assolutamente non apolitici, portano avanti tre rivendicazioni generali:

Sfiducia nelle istituzioni e nel governo, che giudicano autoritario.
Sfiducia nelle strutture politiche classiche, partiti e sindacati istituzionali.
Autotutela dalla repressione, contestano la repressione preventiva.

Il 15 ottobre ISTAT  ha pubblicato i dati sulla povertà in Italia nel 2025: 5,4 milioni  di individui in povertà assoluta, il 9,3% della popolazione, una quota sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. L’incidenza raggiunge il 12,5% tra i minori e il 12,1% tra i 18-34enni, contro il 6,1% tra gli ultra sessantacinquenni. Quasi un milione e 200mila giovani adulti non hanno risorse sufficienti per i beni e servizi essenziali. Il dato colpisce ancora di più se consideriamo che negli ultimi anni l’occupazione è aumentata. È una buona notizia, ma evidentemente non sufficiente. La povertà continua a riguardare anche famiglie in cui si lavora: l’incidenza raggiunge il 14,3% quando la persona di riferimento è operaia.

Il 17 ottobre Federico Rampini sul Corriere della Sera ha descritto una questione generazionale che interessa società molto diverse. In Francia gli studenti protestano contro le condizioni della scuola pubblica, in Spagna i giovani chiedono case a prezzi accessibili, negli Stati Uniti il costo della vita e le disuguaglianze alimentano nuove mobilitazioni. In Cina la sfiducia assume altre forme: il rifiuto di una competizione lavorativa esasperata e la difficoltà di riconoscersi nel modello di successo delle generazioni precedenti.

Il 21 ottobre Luigi Manconi, su Repubblica, ha ricordato che nel 1968 la popolazione italiana sotto i 24 anni rappresentava il 41,5% della popolazione totale. Cinquant’anni dopo era scesa al 21,7%. È una trasformazione demografica profonda, che incide anche sulla rappresentanza politica e sulle priorità pubbliche. Quando i giovani diventano numericamente minoritari, rischiano di contare meno nelle scelte di bilancio, negli investimenti e nella costruzione del consenso politico, soprattutto se i benefici di una decisione sono immediati e i costi ricadranno su chi oggi ha venti o trent’anni. E se le opportunità dipendono sempre più dalla famiglia in cui si nasce, come può non risentirne la coesione sociale?
Il 20 ottobre Michele Serra, commentando i fatti di Milano di qualche giorno prima su Repubblica, ha descritto una società nella quale i centri storici si arricchiscono mentre le periferie si impoveriscono. Una frattura visibile in molti Paesi europei, dove gruppi sociali vicini geograficamente vivono realtà sempre più distanti. Sarebbe una semplificazione ricondurre a queste condizioni ogni episodio di protesta. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il contesto sociale in cui maturano rabbia e insoddisfazione.

Recentemente Tommaso Leotta sul settimanale locale di Velletri l’Artemisio del 24 ottobre ha trattato l’argomento facendo ampio riferimento al psichiatra e psicologo Paolo Crepet. Pur attribuendo parte delle responsabilità alla famiglia oggi, conclude l’articolo con una frase condivisibile “una ripassatina alle proprie responsabilità non fa mai male“.

La risposta non può limitarsi a nuove misure emergenziali, a qualche incentivo o a interventi assistenziali, per quanto necessari a proteggere chi si trova in maggiore difficoltà. Serve una visione d’insieme: nella vita delle persone, le difficoltà economiche, abitative e sociali si intrecciano, mentre la politica continua troppo spesso ad affrontarle separatamente.

Non sappiamo che sviluppi avranno le proteste di questi giorni e se daranno vita a movimenti duraturi. Ma il malessere non scomparirà con la fine delle manifestazioni. Ha ragione il Presidente della Repubblica SergioMattarella, che ha invitato a non guardare ai giovani con “indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione”. Quella dei giovani è una “grande questione sociale”, che chiama in causa le istituzioni e l’intera società.

La domanda iniziale rimane: chi risponde dell’attuale situazione economica, sociale e climatica, in altre parole del nostro futuro? Ricordiamoci che l’età minima per essere eletti deputati è 25 anni (Art. 56 della Costituzione) e l’età minima per essere eletti senatori è 40 anni (Art. 58 della Costituzione). Chi rappresenta le nuove generazioni? Ricordiamoci che la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) è stata introdotta in Italia con la legge n. 167 del 10 novembre 2025. Alcuni Comuni hanno già iniziato ad integrarla nelle loro politiche. E a Velletri?