
Marco Nocca*
Ai margini dell’unico quartiere pianificato di Velletri, sorto a partire dal 1972 con le case Gescal (oggi zona 167) di Alfredo Lambertucci, i cui alti profili richiamano da lontano le mura turrite di una città medioevale, le ville suburbane di via di Cori e i loro parchi sono qui il canto del cigno di una campagna che ancora non si arrende alla città. Appartenute a famiglie importanti (Alessandri, Moroni, Soderini poi Parodi-Delfino) che vi si recavano in villeggiatura dalla vicina Roma, e vi risiedevano per tutta l’estate, per fuggire la calura dell’Urbe, al centro di vaste vigne coltivate con meticolosa cura, le ville vedevano alla vendemmia la presenza di tutta la comunità: proprietari e loro figli, parenti, operosi vignaioli testimoniavano, nella partecipazione collettiva a quel rito, modi del vivere e dell’abitare in perfetta armonia con la natura. Tra esse, la tenuta dell’Inviolata, che, nel suo aspetto immutato, di quel rito contadino sembra custodire ancor oggi preziosi echi. Appartenuta fino ai primi dell’Ottocento ai monaci basiliani del Peschio, che curavano le ampie proprietà gravitanti intorno alla chiesa di s. Maria “in via Lata” (di fronte al cimitero monumentale di Velletri scarsi resti architettonici sopravvivono, inglobati nella bottega di un marmista) l’Inviolata, cosi detta dalla distorsione del toponimo originario, sorveglia con la sua altissima sentinella, un maestoso eucalipto, l’ingresso orientale della città, che ha visto di certo volare verso Cori Giovambattista Piranesi a caccia di ispirazione per le sue Antichità di Cora (1764). Passata poi agli Schneider-Graziosi, al cui archivio appartengono le belle immagini di una vendemmia del 1920 proposte nella brochure, si è trasmessa per li rami fino ai Palieri (importante studioso è stato Michele, Direttore dell’Istituto Sperimentale per l’Enologia nel dopoguerra), di cui la nipote rappresenta oggi l’ultima generazione. Tornata dopo due decenni di impegni lavorativi all’estero, Ilaria Palieri ha deciso di custodire all’Inviolata le importanti memorie di famiglia, qui trasferite dopo l’ultima guerra da Mietta Filippi e Alessandro Cellucci, nonni materni, e fissate dai suoi genitori in un restauro conservativo esemplare (1980) – aprendo la tenuta all’ospitalità esterna. Questo però non le è bastato: per far continuare a vivere nel presente la sua dimora, arricchita da presenze di artisti come Mario Ciancia, il pittore della palude, o Giuseppe Sartorio, marmoraro attivo ai primi del Novecento, autore qui di deliziose suppellettili da giardino, Ilaria ha chiamato Vincenzo Pennacchi a dialogare, attraverso le sue opere, con l’anima più sensibile della residenza, in un’evoluzione ulteriore del rapporto Arte-Natura, ormai centrale nella sua ricerca. Nel 2023 la “domus aurea” di questo artista-ingegnere – casa minuscola mirabilmente inserita tra le canne – costringeva i visitatori a sentirsi avvolti dal suo guscio, conservando la bellezza sospesa degli insediamenti effimeri. In simbiosi totale con il luogo, la domus annullava la separatezza tra spazio interno ed esterno, fonte dell’infelicità dell’abitare contemporaneo. All’Inviolata Pennacchi cerca ora, disseminando l’opera nel parco, un percorso iniziatico. Dal maestoso eucalipto, genius loci custode, foderato di grandi tele colorate, il visitatore s’imbatte in un albero di specchio, metafora del rapporto Arte/Natura, e dell’ambiguità della rappresentazione (realtà? illusione?). La seconda tappa si svolge in un ambiente interno, quasi uno spazio sacro cui il visitatore si affaccia: qui occhieggiano Lari e Penati, immagini del Padre, della Madre, del Figlio, che sembrano presiedere (e vigilare) il racconto della storia dell’Inviolata. Dopo uno snodo sacro, sorta di tempietto votivo con Natività, il grande spazio interno della biblioteca accoglie Cavallo e cavaliere, tema caro a Vincenzo, e la sua Sedia, allusione all’otium creativo offerto dai libri. Alla ricerca e alla meditazione resa possibile dai volumi rimandano le sue Carte astratte, sinfonie cromatiche di grande suggestione. Tornati all’aperto, infilato uno splendido pergolato, cadenzato da antiche anfore restituite dal mare, e concluso da una maestosa bouganville, ci sorprende più avanti il piccolo padiglione circolare metallico, ornato di verzura, impacchettato dalle tele dell’artista, che vi reimpianta una domus. Al termine del percorso iniziatico, che qui si conclude, Vincenzo ripropone la sua riflessione sull’abitare. Noi sappiamo, con Oscar Wilde, che se la Natura fosse stata confortevole, non avremmo inventato l’architettura: ma Pennacchi ripropone in questo gazebo da giardino un desiderio inconfessato, la nostalgia di una condizione primigenia della nostra relazione con l’Aperto, in cui anche il paesaggio, illuminato dal nostro sguardo non compromesso, possa divenire opera. Vincenzo Pennacchi all’Inviolata segna dunque una nuova tappa della sua vicenda di artista/ingegnere. Laureato nel 1980 con una tesi sperimentale sul funzionamento della casa “intelligente”, una delle prime applicazioni della domotica, Pennacchi giunge con l’arte a conclusioni diametralmente opposte. Facendo rivivere la domus, archetipo della capanna agreste, in cui i vignaioli -da cui la famiglia di Vincenzo discende- risiedevano per lunghi periodi all’anno, per affrontare con continuità i lavori agricoli, l’artista insinua il dubbio che la modernità, pervenuta ad un totale affidamento dell’uomo alla tecnologia, abbia preso una direzione sbagliata. La proiezione del desiderio dell’ancestrale contatto della casa con la Natura rivive negli spettatori anche al termine del percorso dell’Inviolata. Traduce in un impulso vivo e presente, grazie all’arte contemporanea, un’esperienza qui sedimentata nella sua esistenza secolare, che ci parla, dalle sue immagini, di persone felici al tempo della vendemmia. Un richiamo alla condizione primigenia della nostra relazione con l’Aperto. Un’ Età dell’Oro esiodéa, perduta per sempre, ma che forse all’Inviolata può essere ancora sperimentata: grazie alle installazioni artistiche di Vincenzo Pennacchi, e all’accoglienza ed ospitalità di chi non ha perduto il desiderio di divenire Arcadia, per chi si presenta al suo cancello d’ingresso, ai piedi del grande eucalipto.
*L’autore è Professore Ordinario di Storia dell’Arte Antica, Accademia BB AA Roma










