Felicetta: una storia in cui rivive la Lariano di sessanta anni fa

Nel passato fine settimana, al teatro Comunale di Valmontone, è andato in scena lo spettacolo teatrale in dialetto larianese “Felicetta”, di cui ha curato l’allestimento la compagnia “O Stegnarello”. L’opera è stata scritta e diretta dalla poliedrica Sara Ceracchi, già autrice della piece “O posto fisso”, che abbiamo ammirato lo scorso anno a Velletri.
La scena ci porta in una Lariano dell’inizio degli anni Sessanta, nella modesta casa di Elvira, una donna accorta e pragmatica che guida con piglio virile, alternato a imprecazioni violente e scurrili, suo marito Elio e i figli Patrizia e Vincenzo. Il ragazzo, in particolare, per volontà della madre è in seminario e si appresta a completare la sua formazione religiosa per poi diventare il segretario personale del vescovo. Il prelato è addirittura atteso per l’imminente pranzo pasquale, che sancirà per Vincenzo l’ingresso definitivo nella Chiesa. Mentre tutti si preparano a questo importante evento giunge in casa un’ospite inattesa quanto indesiderata: si tratta di Felicetta, l’avvenente e procace sorella di Elvira. Vedova da molti anni, ha portato avanti la famiglia e i due figli dedicandosi al più antico mestiere del mondo; la sua condotta è nota a tutto il vicinato ed Elvira vorrebbe cacciarla via, per timore dei pettegolezzi. Ma Felicetta, la cui casa è in ristrutturazione, trova il modo di farsi ospitare per qualche tempo dalla sorella, offrendole in cambio una somma consistente: un milione! Alla donna bastano pochi giorni per capire che Vincenzo non ha una vera vocazione ed è, al contrario, innamorato di Marina che sta per renderlo padre. Riesce a legare anche con la piccola Patrizia, con cui la madre, fin troppo severa, non ha dialogo.
Insomma, Felicetta porta lo scompiglio e durante il pranzo di pasqua, alla presenza del vescovo e di tutta la famiglia, finirà per rivelare la verità. Nel terzo e conclusivo atto, con una trovata pirandelliana, il pubblico in sala assiste ad un inaspettato corteo nuziale: Vincenzo e Marina, con tutto il parentado e il vescovo, sfilano in platea e raggiungono il palco per la scena finale.

L’intreccio narrativo è davvero ben orchestrato, avvincente; spesso a dialogare sulla scena sono le due protagoniste, Elvira e Felicetta, che non potrebbero essere più diverse: sono agli antipodi per l’abbigliamento, i valori in cui credono e il modo che hanno di interagire con i figli e con il mondo circostante. Eppure qualcosa le unisce: la lingua, quel dialetto larianese che costituisce la matrice della loro cultura e dell’ambiente dal quale provengono. Nella festa finale si scoprono simili e unite, perché il perbenismo bigotto di Elvira ha lasciato il campo libero alla schiettezza di Felicetta, che chiama le cose con il loro nome e non ha paura di dire la verità.
Complimenti all’autrice e a tutto il cast: Mirella Caliciotti (Elvira), Eugenia Bencivenga (Felicetta), Aurora Ranieri (Patrizia), Matteo Muscedere (Vincenzo), Luigi Ceracchi (Elio), Carlo Caliciotti (Oreste), Graziano Di Giacomantonio (Peppino), Chiara Caliciotti (Marina), Primo Romaggioli (il Vescovo). Il ricorso ad espressioni dialettali ormai poco utilizzate ha creato momenti di intensa comicità e suscitato applausi a scena aperta, quasi a sottolineare, se ce ne fosse bisogno, che il dialetto è una parte significativa della cultura e dell’identità di un’intera comunità, che in esso si rispecchia e si identifica.
Le due rappresentazioni del 25 e 26 aprile sono state viste da oltre 350 spettatori, costretti però a recarsi a Valmontone per assistere allo spettacolo. Lariano attende con ansia la riapertura della sala presente nel Centro Polifunzionale “Tiberio Bartoli”, chiusa da ben tre anni. Ci auguriamo che essa venga restituita alla collettività quanto prima.
Maria Grazia Gabrielli










