Giornata Mondiale della Salute Mentale, intervista alla dottoressa Lucia Sacchetti (Psichiatra della Clinica “Madonna delle Grazie” di Velletri)

Altre Notizie

Il 10 ottobre è la “Giornata mondiale della salute mentale”, istituita nel 1992 dalla World Federation for Mental Health con il supporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Una giornata che vuole accendere i riflettori sui problemi psicologici e psichiatrici, sensibilizzando e aumentando il livello di conoscenza dell’opinione pubblica su queste patologie anche per combattere lo stigma sociale che le accompagna. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Lucia Sacchetti, specialista in Psichiatria presso la Casa di Cura “Madonna delle Grazie” di Velletri, affrontando in un’intervista diversi argomenti: dall’insorgenza e dalla prevenzione delle patologie mentali all’impatto che esse hanno nella vita quotidiana e sui giovani.

Quali sono i problemi di salute mentale più comuni tra la popolazione italiana?

Sulla base dei dati epidemiologici disponibili, i disturbi più diffusi nella popolazione italiana sono i Disturbi dell’Umore come la Depressione Maggiore e il Disturbo Bipolare, i Disturbi d’ansia, come l’Ansia Generalizzata e gli Attacchi di Panico e le Fobie specifiche. In aumento è anche l’incidenza dei Disturbi legati allo stress, come il Disturbo da stress post-traumatico (PTSD), ma anche quello correlato allo Stress lavorativo cronico.

Guardando ai giovani, quali sono le problematiche maggiori che vanno ad affrontare da un punto di vista psicologico e psichiatrico?

L’età giovanile si caratterizza per strutture di identità in evoluzione, che presentano fragilità in termini di autoregolazione, autoaffermazione e autostima e una vulnerabilità emotiva legata ai cambiamenti neurobiologici dell’adolescenza. Il disagio spesso nasce dalla necessità di doversi confrontare con prestazioni accademiche soggettivamente o oggettivamente competitive, pressioni sociali e relazioni digitali crescenti; con confronti costanti e autostima fragile; cyberbullismo e isolamento paradosso; difficoltà nel distinguere la realtà virtuale da quella concreta; disturbi alimentari; uso di sostanze e comportamenti a rischio. La prevenzione precoce e l’accesso al supporto psicologico rimangono sfide significative.

⁠Come si distingue l’ansia patologica da quella fisiologica?

L’ansia fisiologica è una risposta adattiva a situazioni che richiedono una prestazione, concreta o emotiva, che scompare quando lo stimolo svanisce, di intensità proporzionata al fattore scatenante, protettiva, che migliora la performance, come per esempio il vissuto sperimentato prima di un esame, di un colloquio di lavoro o un evento importante. L’ansia patologica è eccessiva e sproporzionata, persistente, difficile da controllare con la volontà, non è una risposta adattiva funzionale, ma compromette e riduce le capacità della persona. Può manifestarsi in tanti modi diversi, con sintomi psichici (dall’inquietudine fino all’angoscia), somatici (tachicardia, tremori, sudorazione, difficoltà respiratoria) e cognitivi (deconcentrazione, riduzione della memoria, rimuginio costante, pensieri ripetitivi e catastrofici) e conduce spesso a evitamenti e angoscia anticipatoria.

La depressione ha diversi spettri, quando bisogna sospettare un disturbo depressivo e quant’è importante una diagnosi precoce?

La depressione può avere manifestazioni diverse. Il DSM 5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 5ª edizione, il manuale diagnostico di riferimento internazionale per i disturbi psichiatrici) ne descrive diverse tipologie: con ansia, con caratteristiche miste, malinconica, atipica e con sintomi psicotici; può avere diverse intensità e decorsi.  La diagnosi precoce è ovviamente importante, spesso non è semplice distinguere la tristezza fisiologica da quella patologica, un elemento che guida nella diagnosi è l’impatto e l’inferenza che il vissuto ha sulla vita quotidiana della persona.

Esiste ancora nella società uno stigma rispetto a chi soffre di problematiche di questo tipo?

Rispetto allo stigma, negli ultimi anni si è ridotto, sono in aumento le politiche mediatiche di informazione, ma persiste nella nostra società la paura del disagio mentale, che appare una realtà ancora poco conosciuta, difficile da comprendere, dalle cause complesse e sulla quale gravano preconcetti e giudizi privi di una reale contezza del problema, con il pericolo di semplificare e colpevolizzare la persona che non riesce con la sua volontà a guarire.

Quando è indicato un approccio psicoterapeutico, quando un approccio invece farmacologico, e quando invece è migliore quello integrato?

La domanda su quale sia il trattamento migliore per i disturbi psichiatrici è una delle più importanti in clinica, e la risposta non è univoca: dipende davvero dalla situazione specifica del paziente e dalla natura del problema. Partiamo dalla psicoterapia. Questo approccio è consigliabile quando ci troviamo di fronte a disturbi lievi o moderati, soprattutto se è il primo episodio nella vita della persona, quando si riconosce una natura reattiva del disagio, a eventi ambientali o relazionali; quando è possibile aiutare la persona a comprendere e modificare i propri schemi di pensiero e comportamento. Molte persone preferiscono questo approccio per ragioni personali — non vogliono assumere farmaci, sono in gravidanza, o semplicemente preferiscono affrontare il problema in modo “psicologico”, e se l’intensità della sintomatologia non è grave, è corretto ascoltare i bisogni e le richieste del paziente. L’uso degli psicofarmaci è necessario quando l’intensità del quadro clinico è tale da impedire il funzionamento quotidiano e da causare sintomi gravi, come idee di morte o condotte aggressive o che possano mettere a rischio la salute e la vita della persona o di altri.  Ma l’uso della terapia farmacologica è indicato, in modalità specifiche, con determinati farmaci e dosaggi, anche in quadri più lievi, a supporto della psicoterapia, quindi con approccio integrato, o a supporto delle risorse individuali della persona.

Quali sono i campanelli d’allarme che devono far sospettare l’insorgenza di una malattia inerente il campo della salute mentale?

La tendenza al “ritiro” della persona, dagli ambiti fondamentali della vita, come investimenti personali, affetti, relazioni, progetti, passioni, con evitamento e isolamento.

Giornate come quella per la salute mentale del 10 ottobre sono effettivamente importanti per alimentare la sensibilizzazione dell’opinione pubblica su queste problematiche?

Sì, giornate come il 10 ottobre (Giornata Mondiale della Salute Mentale) sono importanti, perché rompono il silenzio dello stigma e sensibilizzano chi non ne soffre direttamente, molte persone non comprendono veramente cosa significhi soffrire di un disagio mentale, le campagne di sensibilizzazione aiutano a educare, a spiegare che questi sono disturbi concreti con basi biologiche, non debolezza morale o capriccio. Inoltre può rappresentare una sollecitazione non solo dell’opinione pubblica, ma anche delle politiche sanitarie sulle evidenti difficoltà di accesso ai servizi di salute mentale in Italia, con liste d’attesa lunghe e una carenza di personale specializzato nel Servizio Sanitario Nazionale.

A suo avviso e secondo la sua esperienza, negli ultimi anni le patologie hanno cambiato le sfumature considerando anche il radicale mutamento dello stile di vita?

Sicuramente i mutamenti sociali e generazionali influenzano il tipo di presentazione dei disagi, ma i meccanismi psicologici alla base dei disturbi si ripetono con aspetti antropologici che non mutano nel tempo. Questo significa che i disturbi psichiatrici hanno radici profonde nella natura umana, nel modo in cui la nostra psiche e il nostro corpo sono costruiti per elaborare minacce, perdite, incertezze. La depressione, fondamentalmente, è una disfunzione nei sistemi neurobiologici di motivazione e ritiro sociale. L’ansia è uno squilibrio nei sistemi di paura e protezione. Questi sistemi esistono perché servono uno scopo evolutivo — il problema è quando si “inceppano”, quando rispondono in modo sproporzionato. Quindi il contesto generazionale modella l’espressione di meccanismi psicologici antichi. Proprio per questo, il DSM-5 ha introdotto il concetto di “formulazione culturale”: l’idea che per comprendere davvero una persona, bisogna capire come il suo disturbo si esprime nel suo specifico contesto culturale e generazionale.

Che cos’è e quanto incide lo “stress”, un concetto spesso banalizzato o utilizzato in maniera impropria?

È una domanda fondamentale, perché stress è un termine usato così frequentemente e in modo così vago che spesso perdiamo di vista cosa significhi veramente. Lo stress è uno stato di squilibrio tra le richieste ambientali (stressor) e le risorse disponibili per affrontarle. Quando sentiamo di non avere abbastanza strumenti, tempo, energia, capacità per gestire una situazione importante, entriamo in uno stato di stress. L’aspetto fondamentale è riconoscere la centralità della “soggettività” di ciascun individuo nella sua percezione di una richiesta come stressante.

Prenotazioni e Info:

CUP: 06 9644 1655

Whatsapp: 331 194 5659

Mail: informazioni@clinicamdg.com / prenotazioni@clinicamdg.com

Sito web: clinicamadonnadellegrazie.it