Ignoranza e disinformazione

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A differenza di altri Paesi di cultura mitteleuropea, scandinava o anglosassone, la cultura scientifica in Italia patisce di scarsa diffusione: ciò determina sovente una certa arroganza, quasi un malevolo istinto, che porta molte persone a parlare con saccenza su temi dei quali non ne comprendono neanche la portata, non avendone la benché minima cognizione di causa; per contro, altre persone, dotate di cultura scientifica, preparazione e titoli giuridicamente comprovabili, vengono tacitate e quasi costrette all’angolo proprio da coloro che più che parlare dovrebbero avere il buon senso di studiare e documentarsi in maniera decente.

Sicuramente il nostro è un Paese che, in ragione di tali meccanismi comportamentali, potrebbe offrire abbondante materiale per uno studio sociologico su alcune patologie diffuse nel costume e nella cultura, le quali determinano vere e proprie disfunzionalità nelle stesse capacità progettuali e gestionali in materia di risorse, produttività e ambiente. Tutto ciò si ripercuote anche negli atteggiamenti della nostra classe politica e di amministratori locali: una insensibilità ed incapacità nella gestione del nostro patrimonio ambientale figlia di scarsa preparazione, di incompetenza e della mancanza dei benché minimi fondamenti di cultura scientifica. Si ignora così che la gestione di un territorio richiede conoscenza, approfonditi studi conoscitivi della sua storia, della sua evoluzione e delle sue peculiarità; richiede capacità progettuali e previsionali che devono poi concretizzarsi in quella fase che si chiama “reingegnerizzazione ambientale” della quale i più ne ignorano significato e portata. Tutte le forze politiche sono colpevoli, nessuna esclusa, perché patiscono delle summenzionate mancanze; ancor più colpevoli sono quelle forze che diconsi Verdi e Progressisti, ostentando un’aura di difensori dell’ambiente e del futuro dei nostri figli, ma che “de facto” assolutamente nulla fanno nelleAmministrazioni in cui esse stesse sono presenti, anche con ruoli di non trascurabile responsabilità in tema di tutela ambientale. A quanto sopra esposto, aggiungasi la grossolana disinformazione che circola su vari canali della quale mi limiterò a fornire un paio di eloquenti esempi.

Il primo esempio riguarda l’affermazione secondo la quale la superficie boschiva italiana è aumentata in questi ultimi anni; questa è una notizia totalmente falsa e fuorviante: ciò che è aumentato sono soltanto le aree abbandonate dalle attività agricole. Un’area ex agricola, specie se lungamente sfruttata, non è detto che possa automaticamente rendersi adatta per l’instaurarsi o il reinstaurarsi di una biocenosi forestale: si tratta spesso di terreni che per molti decenni, se non addirittura per secoli, sono stati sottoposti ad un continuo uso che ne ha modificato i caratteri pedologici e chimico-fisici; suoli che sovente si presentano impoveriti di nutrienti essenziali e che non di rado presentano tracce di concimi fosfatici e di pesticidi o defoglianti (come l’acido triclorofenilacetico), sostanze utili per aumentare la resa in prodotto (e quindi utili per il profitto), ma non certo salutari per l’ambiente. Altre modificazioni sfavorevoli riscontrate in terreni ove sono state praticate intensive attività agricole riguardano l’alterazione del grado di acidità, della componente argillosa, della capacità naturale di imbibizione e drenaggio delle acque e via dicendo. Per tutti questi motivi, i suoli nelle condizioni ora descritte si presentano idonei in massima parte ad essere ricolonizzati da vegetazione erbacea o al massimo una povera vegetazione arbustiva, ma non altrettanto facilmente da vegetazione arborea d’alto fusto.

Tutto questo è ben noto, ormai da svariati decenni, in altri Paesi europei ove si è provveduto nel recupero di migliaia di chilometri quadrati di superficie con adeguati interventi di riforestazione, previo esame e trattamenti mirati dei terreni. Nei Paesi di lingua tedesca esiste un termine tecnico specifico “Umweltumstrukturierung” che letteralmente significa “ristrutturazione ambientale”, ma si parla anche di “Umweltwiederaufbau“, cioè “ricostruzione ambientale”: sono questi dei processi che rientrano in quei vasti piani di “reingegnerizzazione ambientale”, di recupero di aree con il fine di realizzare una estesa riforestazione, ambienti che, altrimenti lasciati a se stessi, non sarebbero in grado di accogliere una biocenosi forestale. Si potrà controbattere che questi interventi umani di natura correttiva rappresentano una volontà di pilotare delle modifiche ambientali a proprio piacimento e che quindi non rappresentano dei correttivi naturali. In risposta a tale obiezione invito a far mente locale sul fenomeno attualmente in corso di desertificazione della Sicilia (che ha visto anche in questi anni il totale prosciugamento di interi bacini lacustri) e di altre aree del Meridione italiano: è acclarato che la causa di tutto ciò risiede eminentemente nella totale mancanza di una adeguata politica che preveda piani di riforestazione.

Reingegnerizzare il territorio realizzando il prosperare di aree verdi e foreste è cosa utile, anzi necessaria, per le molteplici e vitali funzioni che le foreste stesse svolgono: dal sequestro dell’anidride carbonica e anche di altri gas serra, all’abbattimento del microparticolato ed alla produzione di ossigeno; dalle favorevoli modificazioni climatiche, alla funzione di pompa biotica che favorisce il ciclo dell’acqua in Natura; dalla stabilizzazione dei suoli mantenendone l’integrità dal punto di vista orografico ed idrogeologico, fino alla stessa garanzia di conservazione del patrimonio idrologico delle falde acquifere. In Germania (che vanta un patrimonio forestale di alberi d’alto fusto di oltre novanta miliardi di unità censite) diverse centinaia di chilometri quadrati di foreste sono stati così creati negli ultimi decenni con interventi di reingegnerizzazione ambientale; in Francia si sta seguendo ormai da tempo questa condotta, portando avanti progetti di riforestazione addirittura all’interno delle aree urbane; nei Paesi Bassi interi Polder (le isole artificiali create sottraendo superficie al mare) sono stati sottoposti con successo ad interventi di forestazione intensiva. Tutto ciò in altri Paesi si fa, ben consapevoli della necessità di creare nuove aree forestali utili per la salute dei cittadini, dei territori e dell’intero ecosistema. Se in Italia non si seguirà una politica improntata ad interventi seri di reingegnerizzazione del territorio, non si potrà neanche sperare in una riforestazione spontanea come fosse un miracolo piovuto dal cielo.

Il secondo esempio riguarda l’affermazione che la combustione delle biomasse non fa che restituire carbonio all’ambiente in forma di anidride carbonica che sarà poi riassorbita dalle piante per mezzo dell’attività fotosintetica, chiudendo così un ciclo naturale del carbonio. È questa un’affermazione che farebbe ridere qualsiasi chimico, perché chi afferma ciò palesemente dimostra di ignorare la complessa natura dei processi di combustione delle sostanze organiche. Dal punto di vista del rendimento energetico, considerare il materiale legnoso come biomassa combustibile non è un grande affare, visto il basso potere calorifico rispetto ad altri combustibili; inoltre, a parità di energia termica prodotta, la combustione del legno produce più anidride carbonica di quella dello stesso carbone. In un articolo riportato dalla rivista “The Map Report” del 20/12/2021 e facilmente reperibile in rete viene citato uno studio pubblicato sulla autorevole rivista scientifica “Journal Atmospheric Chemistry and Physics” in cui si riportano i dati inerenti il contenuto di idrocarburi  policiclici aromatici (IPA) prodotti dalla combustione del legno, i quali si disperdono in aggregati di minuscole particelle  inquinanti dai noti effetti cancerogeni. In tale articolo si dichiara: “La particolarità del nuovo studio è che ha scoperto che la combustione del legno produce più particelle dannose del diesel o della benzina utilizzati nei veicoli”. Si rileva inoltre che “anche le nuove stufe a legna che soddisfano lo standard “ecodesign” emettono comunque 750 volte più particelle di inquinamento rispetto ad un moderno camion”. E ancora: “Tendiamo a pensare che bruciando legna sia in qualche modo innocuo, perché il legno è un prodotto naturale; ma i dati parlano chiaro: le emissioni di benzopirene mostrano un aumento del 16% dal 2000 a causa della combustione domestica della legna”, come commentato da Gary Fuller dell’Imperial College di Londra, continuando nel mettere in guardia dai pericoli connessi con il rilascio in atmosfera dei prodotti di combustione del legno: dal cancro  allo stress ossidativo; dall’invecchiamento precoce a tutta una serie di patologie infiammatorie. La combustione di biomassa forestale nei soli Stati Uniti contribuisce al 17% delle emissioni inquinanti totali, nonostante rappresenti solo l’1,3% del mix energetico nazionale. In vari autorevoli studi fra cui uno del 2018 del MIT (Massachusetts Institute of Technology) si afferma che sussiste l’erronea convinzione che l’industria del pellet sia “neutrale” in termini di emissioni, basandosi sull’assunto che le foreste abbattute possano ricrescere assorbendo il carbonio emesso. È importante notare che questa teoria della neutralità climatica troverebbe un qualche fondamento solo se le aree forestali utilizzate venissero lasciate rigenerare per oltre un secolo. Inoltre, chi afferma che con la combustione delle biomasse legnose si restituisce semplicemente carbonio all’ambiente completando così un ciclo naturale del carbonio, dimostra di non avere la più pallida idea della chimica che regola i processi di combustione: le sostanze organiche complesse come la cellulosa, le resine contenute nel legno, i terpeni ed altre essenze varie presenti nella biomassa vegetale, quando bruciano non emettono soltanto anidride carbonica, ma, accanto ai già citati benzopirene ed idrocarburi policiclici e derivati eterociclici, anche altre categorie di inquinanti altamente tossici (come aldeidi ed eteri di varia natura) e cancerogeni, come le diossine e non in ultimo ossidi di azoto. Esiste in proposito un interessante rapporto dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Trento dal titolo “Dove c’è fuoco c’è fumo” pubblicato il 13 novembre del 2022, reperibile in rete, che invito chiunque a leggere: con linguaggio chiaro e riportando dati, vengono esposte le ragioni critiche in base alle quali la pratica dell’uso delle biomasse legnose come combustibile comporta più danni che vantaggi, a nocumento quindi della salute umana e dell’ambiente.

Chi vi parla quindi di superficie forestale in crescita nel nostro Paese e di innocuità dell’uso delle biomasse come combustibile sta letteralmente diffondendo notizie false, sta vendendo fumo che inquina la corretta informazione, forse a causa di ignoranza o forse con una buona dose di malafede, ma questo lo lascio decidere a voi.

Lucio Allegretti