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Il cimitero di Via Lata: dove riposa la storia (e l’anima) di Velletri

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Ci sono luoghi che l’Italia, distratta e frettolosa, tende a dimenticare fino a quando non ci scappa la ricorrenza o il camposanto non finisce al centro di qualche polemica da bar sport. Eppure, a Velletri, c’è un pezzo di storia patria che si estende su sette ettari di verde e di silenzio: il cimitero monumentale di Via Lata.

Aperto nel 1876, quando i nostri padri decisero di sfrattare i defunti dal vecchio San Giovanni Vecchio, questo non è un semplice deposito di anime. È un archivio a cielo aperto, un museo d’arte e di memoria che meriterebbe ben altra attenzione da parte di chi oggi strepita sui social network per un fotoricordo, dimenticandosi che tra quei viali si cammina sulla nostra stessa identità.

Facciamolo, allora, un salto oltre quel cancello. Senza irriverenza, ma con la curiosità del cronista che vuole capire chi eravamo per sapere chi siamo.

I signori del tempo e della pietra

Appena entri, se non hai i paraocchi dell’indifferenza, ti imbatti in un campionario umano e artistico di prim’ordine. C’è la cappella Mecheri, che custodisce il riposo di quella Maria Pia Mecheri a cui era intitolato l’istituto vicino a Sant’Antonio Abate. Pochi passi più in là, ecco la tomba di Monsignor Ettore Moresi, arciprete della Cattedrale e Vicario Generale.

Salendo sulla destra, la vista si posa sulla cappella Berardi: la più antica tra quelle giunte fino a noi, un pezzo di storia architettonica che resiste al tempo. E se imboccate il vialetto alla destra del Crocefisso – un dono del Cardinale Camillo Di Pietro – arrivate dritti alla Cappella Caracciolo Ginnetti, ultimo baluardo degli eredi di una delle famiglie nobiliari più illustri della città.

Scendendo lungo il viale centrale, in una semplice tomba a fossa, riposa Aurelio Mariani, artista veliterno stimato a livello nazionale. Gli sta di fronte la cappella dei Cappuccini, dove ha trovato pace Padre Clemente Messore. Spostandoci invece sulla destra dell’ingresso principale, la Storia fa sul serio: c’è una cappella che custodisce tre medaglie d’oro al valor militare, tre paracadutisti con una vicenda umana e militare talmente particolare che merita un capitolo a parte.

Più avanti, sul viale, il ricordo va al compianto assessore Nicola Ferri. Ma è arrivati al piazzale dell’ossario che lo spettacolo (quello vero, fatto di pietra, ingegno e passione civile) si apre davanti agli occhi.

Da Orestes Nardini ad Achille Campanile, passando per Tognazzi

Guardatevi intorno. C’è la cappella Tata Nardini: dentro riposa Oreste Nardini, benemerito ispettore alle antichità e alle belle arti, fondatore del Museo Civico Archeologico. Con lui, il figlio Ferruccio, che ne raccolse degnamente il testimone. E non è tutto: proprio al centro del viale, a due passi da queste cappelle (molte delle quali disegnate dallo stesso Oreste Nardini), c’è la tomba di Achille Campanile. Quell’Achille Campanile che con la sua ironia fulminante ha sbeffeggiato il Novecento e che, a Velletri, ha scelto la sua dimora definitiva.

Più in là, sul vialetto di destra guardando l’ossario, ci sono Padre Italo e Luigi Laracca. Salendo nella parte alta, il pantheon veliterno si arricchisce di nomi che dicono molto all’Italia intera: Ugo Tognazzi, Mario Ciancia e il monumento solenne che commemora i caduti della gloriosa battaglia garibaldina del 19 maggio 1849.

I loculi e la memoria viva

Poi ci sono loro, i personaggi custoditi nei singoli loculi, che a cercarli sembra di sfogliare un romanzo d’altri tempi. C’è Gastone Medin, scenografo di razza; c’è Bruno Bernabei, deputato alla Costituente, la cui tomba spunta davanti all’ingresso del Cigliolo. E ancora: Edgardo Zauli Sajani, l’architetto Marcello De Rossi, gli ultimi eredi della nobile famiglia Filippi, le sorelle Lidia ed Eugenia Ciancia (figlie di Antonino), con Eugenia che oggi riposa insieme a figlie e nipoti nella cappella Cellucci.

Insomma, cari lettori. Si può continuare a litigare su internet su cosa sia lecito o meno pubblicare, oppure ci si può mettere le scarpe comode, varcare quel cancello e fare un vero e proprio cammino della memoria. Perché una città che dimentica i suoi morti – e soprattutto la grandezza, l’arte e l’ingegno di chi l’ha costruita – è una città che ha smarrito la bussola del proprio domani.

Alessandro Filippi