Il profumo amaro del mosto e della memoria

Ci sono luoghi che non fanno baccano, che non cercano la vetrina o l’applauso facile dei passanti distratti. E poi c’è Velletri. Una terra che ti entra sottopelle senza chiedere permesso, che sa di tufo bagnato, di sudore antico e di quel vino buono che consola i vivi e scalda l’anima.
Mettetevi comodi, o meglio, fate silenzio. Perché se vi fermate un attimo a respirare tra questi filari baciati dal sole, sentite che la storia qui non è una pagina morta da sfogliare in biblioteca: è una cicatrice viva, pulsante. È una triplice radice che non si spezza, celebrata ogni anno da quel rito collettivo che è il Velletri Wine Festival, nato nel 2013 da un’intuizione di Orlando Pocci, Romina Trenta e Alessandro Filippi per custodire l’eredità morale dell’architetto Nicola Ferri. Un evento che affonda le mani in tre pilastri che puzzano di fatica e profumano di genio.
Primo: l’Arte. Non quella dei musei algidi e lontani, ma quella vera, testarda, che nasce dalle botteghe e dalle tele. È il cuore che batte nella collettiva d’arte contemporanea del festival, nel Premio Nazionale “Pallade Veliterna” e in quel concorso “La Scaletta” che hanno preso il volo grazie a uomini come Gustavo Gualtieri. Roba di mani e di mente, di scalpelli e pennelli che non si piegano alla mediocrità.
Secondo: la Storia. Quella scritta a sangue e fuoco, passata attraverso l’inferno della Seconda Guerra Mondiale quando questa città fu ridotta a un cumulo di macerie. Ma la “polvere veliterna” non è riuscita a seppellire la dignità di un popolo che sa risorgere. Ogni edizione del Wine Festival strappa via il buio dal passato attraverso convegni e rievocazioni, ricordandoci chi siamo, da quale fango e da quale grandezza veniamo.
Terzo: il Territorio. Custodito oggi nella sua casa d’eccezione, il Museo Civico Archeologico “Oreste Nardini”, tra il calco della Minerva Pallade e le terracotte volsche che sembrano guardarti da un tempo lontanissimo. È la terra di Menotti Garibaldi e della Regia Cantina Sperimentale, quella che ha sfidato la fillossera con la forza degli innesti e la caparbietà dei contadini, meritandosi le visite di re Vittorio Emanuele III e i versi immortali di Trilussa.
Ecco cos’è il Velletri Wine Festival. Un patto segreto tra chi c’era, chi c’è e chi verrà. Perché un popolo senza memoria è come un treno lanciato nel buio senza binari. E Velletri, statene certi, la sua strada sa dove andarsela a cercare. Sempre a schiena dritta.










