La stoffa della bellezza – fervono i preparativi per la XIII edizione del Velletri Wine Festival “Nicola Ferri” 26 e 27 Settembre 2026

Italiani, purtroppo. O forse, a ben guardare la provincia che non si piega, per fortuna. Perché ci sono luoghi dove la storia non è una polverosa pratica d’archivio, ma un pezzo di pane duro, un calice di vino sincero e una testardaggine che resiste a tutto, persino all’indifferenza dei benpensanti. Velletri è uno di questi posti. Una di quelle patrie minori che spiegano l’Italia profonda molto meglio di cento trattati di sociologia.
Prendete gli anni Sessanta. Sotto la Galleria Ginnetti in Piazza Cairoli, tre giovanotti – Claudio Marini, Agostino De Romanis e Romolo Caporro – decisero che la cultura locale non doveva essere una colonia dello spirito. Intorno a loro si mosse gente come Gustavo Gualtieri, l’oste del “Telaio Vecchio” che trasformò il cortile del suo locale in un cenacolo d’arte, piantando il seme di quel Circolo Artistico “La Pallade Veliterna” che oggi continua a camminare a testa alta sotto la guida di Alessandro Filippi.
E badate bene che qui la storia cammina rasoterra, tra un colpo di genio e una sferzata d’ironia. Come quella volta del 1985 in cui Josè Van Roy Dalì si presentò al concorso con un quadro, sbaragliò la giuria e vinse il primo premio. Salvo poi confessare, ghignando, che l’opera non l’aveva dipinta lui, ma i suoi cani. Una pernacchia solenne ai baroni della critica d’arte, che ci cascarono con tutte le scarpe. Oppure pensate a Giglio Petriacci, il preside schivo che all’Istituto d’Arte educava i ragazzi con la severità dei maestri di una volta, mentre in silenzio cesellava metalli e sogni.
La verità è che a Velletri le cose si fanno rimboccandosi le maniche. Nel 1978 nacque il Premio “La Scaletta”, lassù sulla “costa de faciolo” di Via Ettore Gabrielli. Lo volle Gualtieri, lo tennero in vita con la forza della passione Tonino Calcagni e la sua famiglia, e oggi il cammino prosegue attraverso le tappe che hanno portato l’evento fino al Museo Civico Archeologico. Qui tutto ha radici ruvide e autentiche. C’è la stirpe dei Di Vito che fa cantare il marmo con Eleonora; c’è il mito delle “Tre C” – Calcagni, Cipollari, Cupellaro – che celebra l’amicizia e la forza del colore; c’è la precisione chirurgica di Giuseppe Cherubini, il medaglista dei Lepini.
E poi ci sono le figure che a questa terra hanno dato l’anima. Romina Trenta, indimenticabile assessore il cui ricordo vive nel premio dedicato a chi sa raccontare i Castelli; o Menotti Garibaldi, il figlio dell’Eroe che a Carano lasciò la retorica per sconfiggere la fillossera con le viti americane e morire di malaria, dimenticato dai bilanci dello Stato ma scolpito nella memoria dei velletrani. Fino agli oggetti della fatica quotidiana: la stera, quel cucchiaio da cucina appiattito che i contadini tenevano nel taschino per ripulire le zappe dal fango, trasformato dal professor Gianfranco Arcero in un simbolo di nobiltà civile oggi custodito dalla Fondazione Museo Luigi Magni e Lucia Mirisola.
La politica, quella seria, torna a farsi carne con il Premio “Ludovico Camangi”, dedicato al deputato veliterno della Costituente che scrisse le fondamenta della Repubblica. E infine, come non inchinarsi davanti a Marcello Mammucari, per tutti ‘O Dottore? Un tipografo che ha fatto della carta stampata una religione laica, pubblicando i monumenti della nostra storiografia e tenendo in edicola La Torre con quattro soldi e una cocciutaggine commovente. A lui, dalla scorsa edizione del Velletri Wine Festival “Nicola Ferri”, è intitolato il Premio Ve.La.: un modo per dire che le buone penne e la storia patria non si seppelliscono facilmente.
Perché l’Italia che vale la pena di raccontare è questa: quella che non chiede permessi, che fa i conti con la fatica e che sa ancora difendere, con ostinazione feroce, la stoffa della propria bellezza.










