Scrivere articoli per i propri venticinque lettori che senso può avere?

Nella scrittura libera ed indipendente, soprattutto sul web o sui blog personali, è diventato frequente dichiarare di scrivere per i propri venticinque lettori, che è un modo di dire per indicare la propria cerchia ristretta di lettori o la “propria community”.
L’espressione nasce dalla citazione letteraria di Alessandro Manzoni il quale, dopo aver descritto lo spavento provato da don Abbondio dopo l’incontro con i Bravi di Don Rodrigo, con ironia e modestia così si esprime: “Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato.”
Chi fa informazione online di qualità, che generalmente rimane priva di interazioni, può avere l’impressione che quanto da lui scritto sia destinato a pochi lettori perché sopraffatto dalla disinformazione e dalle notizie false concepite per fare leva sulle emozioni e catturare l’attenzione più rapidamente degli articoli con spiegazioni verificate.
Interazioni, commenti e condivisioni sono riservate ad ampliare la portata soprattutto delle notizie false e dei contenuti manipolati, creati anche con l’intelligenza artificiale, per generare forti reazioni come rabbia, indignazione, stupore o paura.
In questo contesto, fare corretta informazione anche sui giornali locali è fondamentale perché il giornalismo di prossimità agisce come un presidio di verità e i giornali online possono costituire un antidoto diretto alla disinformazione globale sulla stessa piattaforma digitale.
I giornali locali, oltre a fornire notizie utili che riguardano direttamente la vita di tutti i giorni, come viabilità, trasporti, scuole, sanità e servizi di prossimità, rappresentano il primo presidio di informazione responsabile e di democrazia sul territorio.
L’informazione sul giornale mantiene la sua identità, viene individuata dai motori di ricerca ovunque, rimane verificabile e citabile nel tempo e quindi c’è una bella differenza con i social (come Facebook, Instagram, TikTok o X) dove i post che generano forti reazioni, ma anche quelli di dialogo autentico e valore relazionale, hanno il destino segnato perché scompaiono dai flussi attivi in pochi giorni o poche ore.
Sorprendente il ruolo che i social stanno assumendo negli ultimi tempi nel sensibilizzare sull’importanza del voto e nello spingere a recarsi alle urne persone che non ne avevano intenzione.
La rimonta di Lula in Brasile è destinata a diventare un caso di studio della comunicazione politica per il fatto che dopo il primo turno la gestione della campagna sui social network, che ha fatto diventare virali messaggi di mobilitazione su diritti sociali, tutela dell’Amazzonia, sovranità nazionale e sul rifiuto degli attacchi personali, è stata decisiva, non soltanto a riportare alle urne gli elettori demotivati, anche a persuadere nuovi elettori.
La comunicazione sui social media quando non sia propaganda e riesce a far capire cosa cambia concretamente nella vita di ognuno, se si vota per uno schieramento anziché per un altro, o come una singola decisione politica possa influenzare la quotidianità (es. il costo dei trasporti locali, i fondi per la scuola dei figli, i tempi di attesa in ospedale) può determinare un forte interesse a partecipare.
Sembra che i post di maggiore efficacia siano quelli che spiegano cosa può cambiare concretamente nella vita individuale se si va a votare: soprattutto video brevi che mostrano come il voto può incidere sulla risoluzione di un disagio comune o un bisogno collettivo per risolvere il quale sia necessaria una decisione politica.
Utilizzando i social si possono analizzare e mettere in luce i diversi impatti negativi dell’astensionismo elettorale soprattutto sulla tenuta democratica e sociale, ma anche sul fatto che gli studi sociologici evidenziano come l’astensione colpisca di più i giovani, le classi a basso reddito e le persone con minori risorse, che vedono così poco rappresentati i propri interessi.
Per ricordare una situazione che ci ha visto recentemente coinvolti, l’effetto mediatico dei post sui social e la loro risonanza sembra siano stati fattori determinanti, attraverso la polarizzazione del dibattito e la mobilitazione giovanile, per l’esito del voto sul referendum costituzionale.
Stando alla sociologia politica digitale, i post sui social media possono essere straordinariamente efficaci nel mobilitare l’elettorato, nel motivarlo a partecipare, ma difficilmente fanno spostare un elettore da uno schieramento all’altro, anzi tendono a consolidare le opinioni precedenti.
Il motivo è che gli algoritmi dei social network sono strutturati per mostrare contenuti in linea con gli interessi dell’utente e quindi le persone tendono a visualizzare post che confermano i propri orientamenti politici, consolidando l’intenzione di non mutare la propria preferenza cambiando coalizione.
Considerando tutto ciò, cerco di fare informazione su questo giornale locale e da qualche tempo con post o commenti su Facebook, convinto che c’è ancora chi voglia analizzare in modo autonomo, oggettivo e approfondito informazioni, andando oltre i pregiudizi e le apparenze.
Lo scopo principale del mio contributo su questo giornale, che si prefigge di precisare in modo comprensibile i contorni legali di determinate situazioni, è quello di fornire soprattutto ai giovani gli strumenti critici necessari per comprendere la realtà e prendere decisioni consapevoli in merito alla libertà individuale e alla democrazia.
L’incentivo deriva dal senso di smarrimento e di rammarico che provo di fronte al declino della politica ed al pericolo che corre la democrazia anche in Italia (che ha la Costituzione più bella del mondo!) e quel che posso fare in base alla mia esperienza è cercare di capire attraverso la ricerca quel che sta succedendo e informare come atto di responsabilità civile e sociale.
Alla mia età è naturale guardarsi indietro, fare un bilancio e constatare che l’aver partecipato (sempre) al voto, l’aver rispettato le leggi e cercato di vivere onestamente, delegando con fiducia a governanti democratici la gestione pubblica, non è servito ad evitare lo sfacelo al quale stiamo assistendo.
La bellissima canzone di Giorgio Gaber (“La libertà non è star sopra un albero… la libertà è partecipazione”), esprime una verità fondamentale: la democrazia non è uno stato permanente o un traguardo raggiunto una volta per tutte, ma un processo continuo che richiede l’impegno attivo di ogni cittadino.
Il passato non posso cambiarlo, ma posso agire nel presente, scrivendo articoli per questo giornale e condividendo con gli amici virtuali spunti di riflessione per distinguere i fatti dalle opinioni o dalle falsità.
L’uso del mio profilo social come impegno civile di sensibilizzazione ha avuto inizio con un post pubblicato il 3 marzo 2026 quando davanti al pericolo che stava correndo la Costituzione non mi è sembrato il caso di fare l’indifferente sui social ignorando il problema.
Siamo riusciti a respingere l’attacco al cuore della Costituzione rimane l’arduo compito di salvaguardare la democrazia e il sistema democratico.










