Un bicchiere di vino, sette Augusti e le briciole di Virginia: a Velletri la storia fa i capricci

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Velletri, settembre. C’è chi va a cercare il progresso nelle start-up e chi, più saggiamente, preferisce scavare sotto gli intonaci del Palazzo Comunale per scoprire che, in fondo, eravamo grandi anche quando ci mancavano i soldi ma avevamo l’acquedotto. Oggi si inaugura la tredicesima edizione del Velletri Wine Festival “Nicola Ferri”. Due giorni di storia, vino e territorio che si aprono al Museo Civico Archeologico “Oreste Nardini”. Ma l’attrazione vera, il pezzo forte per chi ha il vizio della memoria, resta la casa dei veliterni: il palazzo Comunale.

Entrarci è come sfogliare l’album di una nobile famiglia decaduta che non risponde più al telefono. C’è l’Imperatore Augusto – quel “sommo veliterno” che tutti strattonano per la giacchetta – immortalato in sette affreschi della scuola degli Zuccari. Roba seria, roba d’autore. Peccato che nel 1775 siano arrivati i signori Marini e Valloni a “ritoccare” il capolavoro, combinando un disastro tale da far gridare vendetta al cielo. Per fortuna, secoli dopo, ci ha pensato il professor Aurelio Mariani a ripulire le croste, riportando alla luce decorazioni floreali che un tempo rallegravano gli sventurati inquilini del potere.

Salendo, si passa per la Sala delle Lapidi: un archivio di pietra che vale più di cento trattati di sociologia. C’è il Teoli, c’è l’arcivescovo Stefano Borgia – mecenate a Roma e oggi confinato nel suo museo a Napoli per uno di quei contraffatti scherzi all’italiana – e c’è la lapide del 1612 che celebra l’acquedotto di Giovanni Fontana. Quattordici chilometri di gallerie a colpi di scalpello e centosettantamila scudi spesi. Roba da far venire i capelli bianchi a qualsiasi assessore moderno ai lavori pubblici, che oggi fatica a rattoppare una buca in via Roma. Allora, invece, si facevano monumenti alla civiltà che ricostruiti dopo la seconda guerra mondiale restistono ancora oggi mentre ci scoliamo un bicchiere di vino fresco.

Infine, la sala dal damasco rosso. E qui casca l’asino, o meglio, casca la nostra proverbiale miopia culturale. C’è lui, Ruggero Giovanelli, maestro di musica, e c’è lei, Virginia Vezzi, pittrice di razza finita a Parigi alla corte di Luigi XIII. Risultato? Di Giovanelli non ci è rimasta una nota, della Vezzi non ci è rimasta una tela. La città li ha partoriti e poi beatamente dimenticati, consegnandoli a una manciata di note e a qualche ritratto di fantasia.

Ma l’Italia, si sa, è questo magnifico e disperato guazzabuglio di incurie e di splendori. Tra un saggio ginnico della Società Velitrae – con l’atleta paralimpica Eleonora De Paolis pronta a ricevere la Terracotta d’oro –, la commemorazione di Ludovico Camangi e l’estemporanea di pittura lungo le strade del centro storico, ci sarà comunque modo di brindare. Il passato ci prende a schiaffeschi, è vero, ma la bellezza di questi luoghi ci impedisce fortunatamente di smettere di sperare. Cin cin.