L’Angolo dell’Arte: Velitrae, culla dell’Imperatore

[Acta est fabula. Plaudite! (Svetonio – Vite dei Cesari, Aug. II, 97-99) La commedia è finita. Applaudite!
Queste furono le ultime parole che Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, Primo Imperatore di Roma, pronunciò dal suo letto di morte, a Nola il 19 agosto del 14 d.c. come nell’epilogo delle commedie a teatro.
Che straordinario attore della storia di Roma, fu Ottaviano Augusto! Il fondatore dell’Impero Romano, primo imperatore della lunghissima storia imperiale, fra l’altro il più longevo di tutti. Governò per circa 40 anni, dal 27 a.C. al 14 d.C. Egli incarnò l’imperator, colui che fu vittorioso. Indossò le vesti del salvatore di Roma. Lo chiamarono pater patriae, princeps civitatis, poiché ebbe la capacità, più unica che rara, di trasmettere vitalità e forza alla Res Publica, così da poterla quasi assoggettare al proprio potere, mantenendone inalterata la facciata, tramutandola in una conditio sine qua non, di robustezza e centratura, per la nascente monarchia.
Egli concentrò nelle sue mani tutto il potere.
Fu anche Pontifex Maximus, oltreché politico e generale.
Riuscì a divenire, in maniera totalmente innovativa, Divi filius, figlio della divinità, colui che il popolo di Roma considerò superiore a chiunque altro e a cui, per i suoi meriti, fu attribuito, col nome di Augusto, il segno di un’imperitura venerazione.
Quest’uomo straordinario proviene, certamente per discendenza e forse anche per nascita, dalla nostra Velletri. Figlio di Gaio Ottavio e di Azia (nipote di Cesare), nacque il 23 sett. del 63 a.c.
Sulla controversia relativa al luogo di nascita di Ottaviano Augusto, esistono sostanzialmente due diversi orientamenti: quello portato da Svetonio, autore delle Vite dei Cesari, e quello di Cassio Dione Cocceiano, storico greco. Quest’ultimo asserì che Augusto fosse nato proprio a Velitrae dove la Gens Ottavia affondava le proprie radici, mentre Svetonio disse che Augusto nacque a Roma sul Colle Palatino ma che, sicuramente, trascorse la giovinezza in quel di Velitrae, assieme ai nonni paterni, dove la famiglia degli Ottavi era molto potente e possedeva svariate proprietà.

La più famosa tra quelle proprietà e con il passato più controverso è certamente quella conosciuta come la “Villa degli Ottavi” o “Villa di San Cesareo”.
Sul colle di S. Cesareo, appena fuori Velletri, sul lato occidentale della via Madonna degli Angeli, proprio all’inizio, su una strada che si dirama tangente a sinistra dell’Appia Nuova, si stagliava la grande villa della famiglia Ottavi, ad un’altitudine di circa m 352 s.l.m. Fu proprio lo stesso Svetonio ad identificare la presenza della villa di Augusto in quella zona suburbana dell’antica Velitrae.

Guido Giani me ne ha parlato profusamente e mi ha raccontato che la Villa, era strutturata su due terrazzamenti: quello a nord era destinato ad ospitare edifici residenziali, mentre quello sul lato rivolto a sud era deputato ad ospitare, oltre al Viridarium che, nella Roma Antica, era il giardino della casa patrizia munito di aiuole e fontane, anche un ninfeo oltre ad un grande edificio termale.
La Villa degli Ottavi doveva essere originariamente collegata alla via Appia Vecchia o alla via di Rioli che proseguendo verso l’attuale castello di S.Gennaro, si univa con l’appia Antica. Sembra che, secondo alcuni studi, l’estensione della proprietà si aggirasse, complessivamente, intorno ai 40 ettari. Il sito ove si presume che la Villa fosse stata costruita, iniziò ad essere indagato dal punto di vista archeologico, a partire dalla seconda metà del cinquecento.
Ma fu solamente all’inizio del Novecento che due insigni studiosi: il Lanciani e il Battisti realizzarono
alcuni disegni, dando alla Villa, per la prima volta, corpo e contorni reali. Nel 1940 furono condotti degli scavi ed in quella circostanza furono rinvenuti alcuni rilevanti reperti: delle monete, alcune riportanti l’effige di Augusto, un Giano bifronte e una prua di nave. Successivamente, venne rinvenuta anche una testa laureata di Augusto oltre ad un busto di Annibale . Nonchè delle tegole con bolli.
Oreste Nardini, responsabile degli scavi iniziati nel 1909 e da lui portati avanti a cavallo degli anni 30, ricorda che nel 1926, nel corso di lavori di scasso per un vigneto, presso il Ninfeo, vennero rinvenuti un piano lastricato formato da poligoni di lava basaltina ed anche alcuni pavimenti in mosaico con tessere bianche e nere. Lo scrittore, giornalista e studioso Manlio Lilli, autore della “Carta Archeologica Veliterna” parla diffusamente di questi scavi degli anni 30 e ci racconta che essi riportarono alla luce numerose mura , un battistero paleocristiano dedicato a S.Cesareo, ed anche una cisterna romana.
Fu proprio grazie a quegli scavi che, con ottima approssimazione, fu possibile ricostruire l’ampiezza della Villa che, dalle misure della planimetria prodotta attraverso gli studi degli archeologi, aveva una superficie di quasi 10.000 metri quadri ed è proprio sulla base di questa che Giani ha mirabilmente prodotto un’assonometria del complesso intero. Ad oggi, la summa di questi resti non è più indagabile, considerato il fatto che, nel corso dei secoli, essi sono stati inglobati nelle costruzioni rurali sviluppatesi in loco, nonostante l’esistenza di un vincolo archeologico istituito nel 1957. Ragion per cui, purtroppo, ad oggi è impossibile pensare ad un recupero della struttura della villa al fine di poterla valorizzare come meriterebbe. A meno, ovviamente, che non si effettui un esproprio complessivo delle proprietà che si sono sviluppate in loco, ma è chiaro che sia un’ipotesi completamente irrealistica.
Quindi, all’esito di tutto ciò che sin qui vi ho narrato, l’unica cosa che è in nostro potere fare, constata l’impossibilità oggettiva di far rivivere materialmente la Villa degli Ottavi, è quella di immaginarla conglobata profondamente nella nostra terra, come fosse parte integrante ed essenziale della stessa. Come lo sono le radici delle piante, che si diramano e si impastano nel terreno divenendo con esso una cosa sola. Avendo la certezza che uno degli uomini più grandi della Storia di tutti i tempi, abbia affondato, anch’egli, le proprie radici nella nostra terra veliterna.










