Velletri, la Chiesa di San Lorenzo “nido” di Santi

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Provate a immaginare di fare un salto indietro nel tempo, di oltre tre secoli. Ci troviamo nel cuore del Lazio, nel punto più alto e panoramico di Velletri. Proprio qui sorge la splendida chiesa di San Lorenzo Martire. Guardatela. Oggi ci appare come un gioiello di pietra e silenzio, ma per oltre cinquecento anni questo luogo è stato un alveare di vita, di spiritualità e di storie straordinarie. È stato la casa dei padri dell’Ordine Minore di San Francesco.

Ed è proprio tra queste mura, tra il profumo di incenso e il fresco del chiostro, che si sono incrociati i destini di uomini eccezionali. Figure capaci di lasciare un’impronta indelebile non solo nella storia locale, ma nella grande storia della fede.

Gli storici ci regalano una fotografia affascinante della fine del Seicento. Tra i giovani frati che camminano su questo pavimento ce n’è uno, originario di Cori, che si appresta a completare il suo cammino verso il sacerdozio. Si chiama Tommaso Placidi. È il 1683: proprio qui, in questa chiesa, viene ordinato sacerdote e celebra la sua prima Messa. Ma la sua non sarà una vita ordinaria. Padre Tommaso diventerà un predicatore formidabile, tanto da essere ricordato come l’”apostolo del sublacense”.

La sua sete di spiritualità lo spingerà nel 1684 a Bellegra, dove fonderà un convento di ritiro, scrivendo regole di ascesi severissime e dedicando la vita a tre pilastri: preghiera, evangelizzazione e carità. Quest’uomo, che finì i suoi giorni nel 1729, verrà proclamato Beato da Pio VI e, in tempi molto più recenti, nel 1999, Santo da Giovanni Paolo II. Oggi lo conosciamo come San Tommaso da Cori.

Ma San Lorenzo non è nuova a queste figure monumentali. Pensate a Giovanni da Triora. Anche lui fu superiore qui, prima di imbarcarsi in un viaggio senza ritorno verso la Cina come missionario, dove pagherà con il martirio la sua fedeltà al Vangelo. O pensate all’antico e discreto Beato Bonaventura Torricchia, un frate laico la cui leggenda popolare sussurra fosse persino capace di risuscitare i morti.

Nel 1731, le navate di San Lorenzo vibrano per le parole di un altro gigante della fede: San Leonardo da Porto Maurizio. È a lui che si deve la nascita dell’oratorio della Coroncina, i cui resti, seppur in rovina, sono ancora visibili proprio qui, alle spalle della chiesa, come un fossile di pietra che ci parla di un passato vibrante.

Ma c’è una storia, più intima e quasi cinematografica, che merita di essere raccontata. Riguarda il Venerabile Filippo Visi.

Padre Filippo non viveva qui stabilmente, ma veniva a Velletri per “respirare aria buona” su licenza dei superiori, per curare la tisi che lo logorava. Chi lo conosceva raccontava che ogni volta che varcava questa soglia, il suo spirito si infiammava.

E proprio qui, tra questi banchi, avviene un incontro straordinario, registrato nei minimi dettagli        negli atti del processo di beatificazione grazie alla testimonianza del suo confessore, Don Basilio Suzzi.
Siamo nella cappella di Santa Rosa. Don Basilio è nascosto poco lontano, dietro il banco del magistrato, e ascolta. La cugina di Padre Filippo, Cecilia Montagna, è venuta a trovarlo. È preoccupata, si sente sola e cerca il conforto del parente illustre. Ma sentite la risposta di Filippo, una risposta che ci mostra tutta la radicalità della scelta francescana:

“Come sei sola? È teco Gesù Cristo e la Madonna… ma se brami altra compagnia, puoi entrare nel Conservatorio della Madonna Santissima della Neve di questa città”.

Cecilia ha portato con sé un piccolo dono, un pensiero umile: quattro uova. Ma Filippo, con una fermezza che lascia sbalorditi, rifiuta: “Io non voglio uova, ma unicamente quello che dà la tavola del padre San Francesco”. La cugina insiste, lo invita a pranzo, gli dice che ha pronta una gallina pur di passare un po’ di tempo insieme. Ma il distacco di Filippo è totale, quasi drammatico: “Io non mangio fuori del Convento… della gallina fatene quel che volete”.

Alla fine, di fronte alle lacrime della cugina, Filippo le promette solo le sue preghiere, raccomandandole però di non fidarsi troppo di quelle e di fare la sua parte. Poi, si abbassa il cappuccio sul volto e si ritira nel silenzio del convento. È un’immagine potente, non trovate? Ci mostra l’uomo dietro il santo. Un uomo che, nonostante la malattia e le penitenze durissime a cui si sottoponeva – si batteva tre volte a settimana e affrontava enormi sacrifici durante la Pasqua – aveva reciso ogni legame terreno per appartenere solo a Dio.

Chiese come questa non sono solo monumenti di fede o di architettura. Sono veri e propri scrigni di storie umane. Storie di uomini che hanno cercato l’assoluto camminando proprio qui, dove oggi camminiamo noi.

Alessandro Filippi