Velletri piange la scomparsa di Giuseppe (Peppe) De Rossi

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Sabato pomeriggio ci ha lasciato un amico. GIUSEPPE (PEPPE) DE ROSSI è tornato al Padre. Ci sono vite che non si misurano con il bilancino dei giorni vissuti, ma con il peso delle tracce che lasciano sui muri di una città, nelle aule di una scuola, o nel cuore della gente che non fa rumore. Quella di Giuseppe De Rossi, che tutti a Velletri chiamavano semplicemente Peppe, era una di queste vite. Se n’è andato nel tardo pomeriggio di un sabato di giugno, lasciando la sua terra un po’ più povera di prima. Più povera di arte, più povera di quella bottega di umanità che gli uomini come lui sanno costruire senza bisogno di troppi discorsi. Peppe era un figlio del fare. Negli anni Sessanta, quando l’Italia provava a cambiare pelle e la provincia cercava la sua voce, lui frequentava l’Istituto Statale d’Arte “Juana Romani”. Era il tempo delle speranze intatte, condivise con il fratello Roberto e con gli amici di sempre: Valerio De Angelis, Giorgio Corona, Gino Nanni, Sandro Lopes. Poi, in quella stessa scuola, ci era tornato da maestro. Ha insegnato discipline plastiche, che è un modo elegante per dire che insegnava a dare una forma ai pensieri attraverso le mani. E quando è andato in pensione, non ha smesso di essere una guida. Il maestro Mauro Leoni lo ha ricordato come una spalla, una roccia solida per quei ragazzi degli anni Ottanta che, usciti dalla scuola, decisero di fare il mestiere antico e difficile dell’orafo. Peppe c’era.

Con il consiglio giusto, con la pazienza di chi sa che l’arte non si improvvisa. Ma un uomo non è mai una cosa sola. De Rossi era un pezzo di storia veliterna anche per quel suo legame profondo, quasi carnale, con le tradizioni della sua terra. Membro benemerito dell’Associazione Portatori della Madonna delle Grazie, aveva messo il suo talento al servizio della fede, curando con precisione artigiana il restauro delle dorature della macchina processionale, al fianco del presidente Dante Ghelli. Poi, c’è stata l’altra sua vita. Quella che guardava lontano, oltre il Mediterraneo. Insieme a Romolo Di Lazzaro, che tutti ricordano come “Ciccio”, inventò una rete di adozioni a distanza in Madagascar. Non era carità da salotto, la sua. Era condivisione vera. Al punto da trasferirsi in Africa, un continente che ti entra dentro e non ti lascia più, alternando la terra rossa dei villaggi ai vicoli di Velletri. L’ultimo capitolo è il più doloroso, quello che definisce la statura di un uomo e di un padre. Era tornato dall’Africa per una di quelle battaglie che non si possono vincere, ma che si devono combattere stando vicini. Era tornato per sua figlia Francesca, strappata alla vita pochi mesi fa dalla ferocia della SLA. Ha voluto esserci, fino all’ultimo respiro di lei. Chi lo ha conosciuto sa che Peppe De Rossi era un artista moderno ma con le radici piantate nel cemento della tradizione; un uomo legato alla famiglia da vincoli antichi, di quelli che non si spezzano. Oggi il pensiero va alle figlie Nicoletta e Federica. A loro resta l’eredità pesante e bellissima di un uomo che ha saputo spendersi. Ci mancherà, Peppe. Ci mancherà il suo passo, il suo sguardo lungo e la certezza che, finché ci saranno uomini così, la storia di una comunità non sarà mai solo un elenco di date, ma un racconto di volti e di passioni.

Alessandro Filippi