Velletri, dove la storia ha il passo degli apostoli

Ci sono giorni in cui la storia e la fede si danno la mano per camminare tra i vicoli della nostra provincia, risvegliando memorie che il tempo e la distruzione hanno cercato, invano, di cancellare. Il mese di giugno, a Velletri, porta con sé due date che non sono soltanto segnate in rosso sul calendario liturgico, ma che appartengono alla carne e all’anima di questo popolo: il 24 giugno, la solennità di San Giovanni Battista, e il 29, il giorno dei Santi Pietro e Paolo. È un viaggio lungo secoli, che parte dalle macerie di una guerra e arriva fino alle origini stesse del cristianesimo. Per tutti, a Velletri, sono semplicemente la “Confraternita de San Giuvagni”, ma il loro nome ufficiale è Arciconfraternita del Gonfalone. In queste stanze si custodisce una devozione antica, fatta di solidarietà e di pietà popolare. La storia, che spesso sa essere un giudice severo, ha tolto a questo sodalizio due delle sue case. La prima era la chiesa di San Giovanni in Plagis, che sorgeva dove un tempo c’era il cimitero vecchio, lungo l’attuale circonvallazione di ponente. La seconda, forse la più amata, era la chiesa di San Giovanni Battista. Prima che la furia della Seconda Guerra Mondiale cambiasse per sempre il volto della città, quella chiesa accoglieva chi entrava a Velletri da Porta Romana. Era il cuore pulsante dell’ospedale che la stessa confraternita aveva voluto per curare i poveri e gli infermi, interpretando la fede non come un esercizio di parole, ma come un’opera di carne. Il 22 gennaio del 1944, le bombe venute dal cielo cancellarono l’ospedale e la sua chiesa. Non fu mai ricostruita in quel luogo, ma la memoria ha le gambe lunghe: cinquant’anni dopo, nel 1994, quel titolo è tornato a vivere tra la gente della zona 167, nella nuova parrocchia che oggi è il fulcro di quel quartiere. Oggi, per ritrovare i segni di questo passato, bisogna entrare nella Chiesa dei Santi Pietro e Bartolomeo. È qui che riposa un capolavoro dimenticato: un grande stendardo processionale che il Comune di Velletri commissionò nel 1879 al maestro Aurelio Mariani. Da un lato c’è il Battesimo di Cristo, dall’altro la Madonna del Gonfalone in gloria. Accanto al tessuto, c’è il legno di un’antica statua di San Giovanni, scampata alle distruzioni e proveniente da una di quelle chiese che non ci sono più. Guardandola, si capisce come l’arte sia stata, per generazioni, il Vangelo dei semplici. Ma la cronaca di questi giorni ci porta ancora più indietro, alle radici stesse della nostra civiltà. Gli Atti degli Apostoli raccontano un dettaglio che, a leggerlo bene, fa venire i brividi. Quando si parla del viaggio di Paolo verso Roma, l’autore scrive: “Venimmo accolti dai fratelli di Roma al Foro Appio e alle Tre Taverne.” Chi conosce queste terre sa bene di cosa si parla. Foro Appio è l’odierno Borgo Faiti; le Tre Taverne si trovavano nel territorio di Cisterna. Significa una cosa sola, con la certezza che ci dà la storia: Paolo di Tarso, l’apostolo delle genti, è passato da qui. Ha camminato in catene lungo la via Appia, calpestando la stessa terra che calpestiamo noi oggi. Pensare che fin dalle origini della fede, quando l’impero romano sembrava eterno e i cristiani erano solo una piccola voce nel deserto, ci fosse già qualcuno che su queste colline pregava e aspettava, fa riflettere. Ci ricorda che siamo figli di un cammino lungo, fatto di pietre stradali, di bombe che distruggono e di uomini che, nonostante tutto, continuano a ricostruire e a credere.










