Il filo rosso di Velletri: quando la Repubblica s’incontra con la terra

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C’è un filo rosso, sottile e tenace, che lega la pietra antica di Velletri alle bonifiche aspre dell’Agro romano, alla polvere dei campi e al battito di una democrazia nascente. Un filo che affonda le sue radici nell’epopea garibaldina e che oggi si rinnova nella consegna dell’“Augusto d’oro per la storia” a Donna Costanza Ravizza Garibaldi, custode di quel mausoleo a Carano che custodisce le spoglie del generale Menotti, Correva il 13 novembre del 1892. In un’aula consiliare gremita di venticinque consiglieri e di un popolo in festa, il sindaco Alfonso Alfonsi pronunciava parole che sapevano di gratitudine e di futuro. Non era un atto di oziosa piaggeria dinastica, ma il riconoscimento solenne di un legame profondo. Diciassette anni prima, nel 1875, lo stesso consiglio comunale aveva cinto della cittadinanza onoraria il padre, l’Eroe dei Due Mondi, Giuseppe Garibaldi. Ora toccava al figlio primogenito, Menotti, il deputato che aveva scelto Velletri non come un freddo collegio elettorale da sfruttare, ma come una terra da amare, curare e fare progredire.Illustre membro della massoneria siciliana venne iniziato nel 1862 , nella loggia “I riggerenatori”. Menotti non era soltanto il figlio di un mito. Era un combattente indomito – da Calatafimi a Mentana – ma soprattutto un costruttore di pace e di civiltà. A lui Velletri deve conquiste che cambiarono il volto della città: il pareggiamento del Liceo Comunale, il circolo straordinario di Assise, e soprattutto quell’istituzione della Cantina Sperimentale e del vigneto modello che ancora oggi rappresenta l’eccellenza e l’identità economica del territorio. Leggendo le cronache di quel 22 gennaio 1893, giorno in cui Menotti ricevette la pergamena tra ali di folla, carrozze, musica e fiaccolate, si avverte il respiro di un’Italia migliore. Un’Italia che credeva nella forza dell’istruzione, nella ginnastica e nel tiro a segno come palestre di cittadinanza; un’Italia che guardava alla questione agricola non come a un residuo feudale, ma come al cuore pulsante della questione sociale. Le parole di Menotti sui lavoratori della terra, sulla necessità di sconfiggere la malaria, di dare un salario giusto e di fermare l’emigrazione con il lavoro anziché con la retorica, risuonano oggi con una modernità impressionante. Sembravano scritte stamattina.
Quando Menotti Garibaldi si spense nell’agosto del 1903, Velletri pianse un padre e un difensore. Quel pianto non era solo lutto privato, ma la consapevolezza di aver perduto un custode dei valori fondanti della nazione. Oggi, celebrare questa storia attraverso la figura di Donna Costanza e il ricordo di quel consiglio comunale di fine Ottocento non è un esercizio di archeologia politica. È un richiamo severo e appassionato alla responsabilità civica, alla dedizione per la cosa pubblica e all’amore per la propria terra. Quel filo rosso, a distanza di oltre un secolo, continua a ricordarci chi siamo e da dove veniamo.

Alessandro Filippi