Velletri 2030 su Cambiamento Climatico, Verde Urbano e Guerre

I morti da inquinamento ogni anno in Italia, secondo studi autorevoli pubblicati da Epidemiologia &prevenzione, sono 72mila; di questi almeno 43mila derivano dal particolato 2,5, ponendoci in testa a questa tragica statistica europea. Le decine di migliaia di morti ci dicono che bisogna abbattere l’inquinamento, ma non tutti sono d’accordo sul come e sono convinti del suo legame con la salute. Se ne è discusso, ad esempio, durante l’ audizione al Senato del 6 ottobre sulla qualità dell’aria nella Pianura Padana. L’Italia ha fatto passi avanti, anche se più lentamente rispetto all’Europa. Tra il 2005 e il 2022 le morti premature attribuibili al PM2,5 sono diminuite del 32%, contro il 45% nell’UE, mentre nel 2023 l’Italia è stato il Paese europeo con il maggior numero assoluto di morti attribuibili all’esposizione al PM2,5. Nei prossimi anni, senza interventi adeguati, il riscaldamento globale potrebbe rendere ancora più difficile affrontare il problema dell’inquinamento atmosferico, come evidenziato in un recente Rapporto dell’UNEP (United Nations Environmental Programme).
La domanda da porsi oggi non riguarda soltanto che cosa dobbiamo fare per ridurre le emissioni, ma anche quanto velocemente dobbiamo farlo per evitare crisi ambientali ed economiche e rendere gli investimenti nella transizione più convenienti.
Il Professore Giorgio Vacchiano, docente di gestione e pianificazione forestale all’Università degli Studi di Milano, in una recente intervista di BergamoNews ha anticipato quanto andrà a dire nella conferenza “Resilienti per natura” organizzata da BergamoScienza . Nell’intervista, tra le altre cose, ha detto: “l’aiuto degli alberi, preziosissimo soprattutto nelle città, ha un limite e non può prescindere dalla nostra azione. Le ondate di caldo li hanno fatti soffrire, sia nelle aree urbane sia nei boschi, facendoli ingiallire e diventare marroni già nel pieno dell’estate. Gli alberi ci rinfrescano finché stanno bene ma, quando il riscaldamento e lo stress climatico superano determinate soglie, anche le loro grandi capacità di adattamento entrano in crisi. A quel punto non riescono più a svolgere efficacemente le loro funzioni. È importante comunicarlo con chiarezza: le soluzioni verdi nelle città sono fondamentali, non possiamo farne a meno, ma da sole non bastano. Dobbiamo agire per evitare che la crisi climatica diventi ingestibile, intervenendo a tutte le scale, da quella locale a quella nazionale, per ridurre le emissioni di gas serra che alterano il clima. In questo modo gli alberi avranno maggiori possibilità di svolgere il loro ruolo: rinfrescare le città, a condizione che siano progettate bene, distribuiti dove le persone ne hanno bisogno, mantenuti correttamente e scelti tra le specie più adatte al clima futuro. L’adattamento non si può separare dalla mitigazione, cioè dalla riduzione delle emissioni, anche per l’azione degli alberi: dobbiamo continuare a lavorare su entrambi i fronti”.
“Gli alberi in città sono sottoposti a molti fattori di stress: il calpestio, i suoli impermeabilizzati, gli spazi troppo piccoli per le radici e le temperature più elevate rispetto alle aree circostanti. È normale che abbiano una durata inferiore rispetto a quelli che crescono in condizioni più favorevoli. Occorre monitorarli da vicino, anche con nuove tecnologie. Bisogna scegliere, inoltre, le specie più adatte alle condizioni climatiche che cambiano, disporre di un piano del verde che garantisca controlli e manutenzione e preveda sostituzioni continue”.
Il Naturalista Ferdinando Boero, in un Blog del Fatto Quotidiano recentemente ha rincarato la dose dicendoci: “Se si parla di contrasto al cambiamento climatico, spesso si propone di piantare alberi, aumentare il verde urbano, riforestare: tutte cose utili. Gli alberi assorbono anidride carbonica, producono ossigeno, fanno ombra e, attraverso l’evapotraspirazione, contribuiscono a ridurre le temperature locali. Piantarli a terra è certamente una buona idea. Ma in mare non ci sono alberi. Può sembrare una battuta, ma non lo è. L’oceano copre circa il 71 per cento della superficie del pianeta e, a differenza delle terre emerse, non è una superficie: è un volume, con una profondità media di quasi quattro chilometri. Costituisce più del 90 per cento dello spazio abitato dalla vita, ha assorbito più del 90 per cento del calore in eccesso accumulato nel sistema Terra a causa del riscaldamento globale e assorbe una parte consistente dell’anidride carbonica che immettiamo nell’atmosfera”.
“Anche limitandoci alla terraferma, identificare la natura con gli alberi è fuorviante. Piantare alberi non significa ricostruire una foresta. Un albero in un’aiuola cittadina può fare ombra, rinfrescare l’aria, assorbire anidride carbonica e rendere più gradevole la città. Benissimo. Ma un’aiuola non è uno spazio naturale e una fila di alberi non è un ecosistema forestale. Un conto è attenuare i sintomi, un altro rimuovere le cause. Se una città diventa troppo calda, aumentare il verde urbano la rende più vivibile. Va fatto. Ma gli alberi non eliminano la causa per cui quella città sta diventando sempre più calda. La causa principale del riscaldamento globale resta l’accumulo nell’atmosfera dei gas serra che produciamo soprattutto bruciando combustibili fossili”. In altre parole il nostro modello di vita. Bisogna imparare a distinguere crescita da sviluppo.
Sperando che gran parte del genere umano abbia capito il problema, una delle domande ricorrenti è: Quanto pesa la macchina bellica sul clima?Rispondere a questa domanda è difficile, anche perchè andiamo a sbattere contro i segreti militari. Una valutazione la possiamo avere leggendo il lavoro di Jacopo Mengarelli, pubblicato dalla Rivista Scienzainrete. “Le emissioni di eserciti, operazioni militari e industria della difesa sono state a lungo solo parzialmente incluse negli inventari climatici nazionali. È questo il punto di partenza di tre articoli di approfondimento pubblicati ad agosto dal Bulletin of the Atomic Scientists , firmati dalla politologa Neta C. Crawford e dal giornalista John Mecklin: ricostruire un’impronta climatica che rimane in larga parte fuori dai conteggi ufficiali”.
La guerra produce emissioni anche attraverso canali differenti: il consumo diretto di carburante da parte di aerei, navi e veicoli vari; l’energia utilizzata nelle basi; la produzione di armamenti e infrastrutture; tutte le attività della filiera industriale; la distruzione di foreste e altri ecosistemi; gli incendi e le fuoriuscite di combustibili fossili da impianti energetici; infine, ahinoi, anche la ricostruzione dopo la guerra ha il suo impatto. Crawford propone di considerare guerre, riarmo e competizione strategica “moltiplicatori del cambiamento climatico”. L’aumento della spesa militare può innescare una catena di reazioni tra potenze e alleati, con maggiori acquisti di armi, nuove infrastrutture e più attività operative.
Il tema non è nuovo. Gia negli anni precedenti erano stati pubblicati studi sugli impatti delle guerre sui cambiamenti climatici. Uno tra tutti, lo studio di Eoghan Darbyshire ricercatore CEOBS (Conflict and Environment Observatory) e Doug Weir direttore delle attività di Ricerca a CEOBS.
Un ottimo argomento di discussione. Circa un anno fa era nato a Velletri un Movimento dal nome “Velletri per la Pace“, con un proprio Logo e alcune manifestazioni pubbliche. Purtroppo ha avuto vita breve.
Sandro Bologna
Presidente Velletri2030
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