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La confidenza dei vivi e la pazienza dei marmi

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C’è una liturgia antica e immutabile che ogni anno, puntuale come l’autunno che s’infila nei cappotti, restituisce a noi italiani il senso esatto, quasi carnale, di chi siamo: la visita al cimitero per i Defunti. Non quella solenne dei proclami ufficiali o delle cerimonie di Stato, ma quella più domestica, silenziosa e intimamente paesana.

A Velletri, per questo Primo di Novembre, la tradizione rispetta il suo copione perfetto. Come ci ricordano le locandine affisse con cura sui muri del centro storico, nel pomeriggio alle 15.30 S.Ecc.za Rev.ma monsignor Stefano Russo, Vescovo delle diocesi unite di Velletri-Segni e Frascati, sale al cimitero cittadino per presiedere la solenne concelebrazione insieme a tutto il clero locale. Un appuntamento che non è solo devozione, ma il battito stesso di una comunità che si raccoglie intorno alle proprie radici.

Noi italiani — e i veliterni in particolare, con quella fierezza battagliera e ostinata che sa di terra, di vigne e di storia antica — con i morti abbiamo sempre avuto un rapporto di confidenza quasi familiare. Non li abbiamo mai considerati davvero “trapassati”, estranei consegnati all’assenza, ma piuttosto parenti un po’ speciali, temporaneamente trasferiti in un’altra stanza della casa. A loro si porta un mazzo di crisantemi, si dà una spolverata d’ordinanza alla lastra di marmo e, perché no, si fa un rapido riassunto delle ultime notizie di paese. Con quel tono confidenziale, a metà tra la preghiera e la chiacchiera da cortile, che si riserva agli zii anziani che la sanno lunga.

Veder sfilare il Vescovo e i sacerdoti delle parrocchie tra i viali, i loculi di cemento e le vecchie cappelle nobiliari ci restituisce una verità che la modernità — sempre così distratta, sbrigativa e inchiodata al presente — tende colpevolmente a scordare. Una comunità non è fatta soltanto da chi cammina per Corso della Repubblica, strepita sui social network o corre dietro alle scadenze. È fatta, e forse soprattutto, da chi riposa qualche metro sotto terra. Da quei padri, da quei nonni, da quei costruttori silenziosi di umanità che ci hanno consegnato le chiavi di questo nostro vivere insieme.

Monsignor Russo benedirà le tombe, l’incenso salirà leggero nell’aria fredda di novembre e i fedeli si stringeranno nei colletti per ripararsi dal primo gelo. Sarà, come sempre, un momento privo di retorica vuota: la semplice, quotidiana e italianissima constatazione che la memoria non è un esercizio da antiquari, ma l’unico modo autentico che ci resta per imbrogliare il tempo e sentirci, ancora una volta, parte di una stessa storia.

Alessandro Filippi