Castelli Romani Capitale della Cultura 2029, intervista a Giacomo Zito (Membro del Comitato d’Onore)

“Molte voci, una sola candidatura”. È questo il titolo, e lo spirito, dell’incontro del 27 ottobre a Palazzo Chigi in Ariccia, dove è stato presentato il Comitato d’onore per la candidatura dei Castelli Romani a Capitale Italiana della Cultura 2029. A farne parte è anche Giacomo Zito – attore e regista – direttore del Teatro Artemisio Volonté e della Fondazione di Partecipazione Arte & Cultura Città di Velletri nonchè del Teatro Bernini di Ariccia e di numerose rassegne culturali del territorio. Gli abbiamo chiesto qualcosa su questo ambizioso traguardo a cui ambisce il nostro territorio.
Che cosa rappresenta per te l’invito ad aderire al Comitato d’onore per la candidatura dei Castelli Romani a Capitale italiana della cultura 2029?
L’invito ad aderire al Comitato d’Onore, per il quale va il mio ringraziamento commosso al Sistema Castelli Romani e in particolare al suo direttore generale dott. Giacomo Tortorici, rappresenta innanzitutto un grandissimo onore, anche in considerazione delle personalità di altissimo profilo che ne fanno parte, tra cui Giorgio Parisi – Premio Nobel per la Fisica 2021 – Emma D’Aquino, Derrick de Kerckhove, Barbara Gallavotti, Gabriele Lavia, Flavio Insinna, Vittorio Nocenzi, Antonio Rezza e Gian Marco Tognazzi, solo per citarne alcuni. Ma rappresenta soprattutto una responsabilità. Essendo costantemente operativo sul territorio, sento che, qualora vincessimo questa sfida, sarei chiamato a offrire un impegno ancora maggiore e a mettere in campo nuove energie creative e tutta l’esperienza organizzativa per contribuire al successo di questa importante occasione. Da oltre vent’anni il mio lavoro è legato alla promozione e alla diffusione della cultura dello spettacolo dal vivo nei Castelli Romani. Ho avuto il privilegio di contribuire alla crescita di importanti realtà teatrali del territorio, con incarichi di direzione artistica ad Ariccia e a Velletri, ma anche ad Albano Laziale, Grottaferrata e Marino, maturando la convinzione che la cultura sia una risorsa fondamentale per la crescita delle comunità, per la loro identità e per il loro futuro. Entrare a far parte di un Comitato d’Onore così prestigioso, che riunisce personalità di straordinario valore provenienti da ambiti culturali, scientifici, artistici e della comunicazione, significa sentire riconosciuto il valore di un percorso professionale, e soprattutto condividere una visione. Credo profondamente che i Castelli Romani abbiano tutte le caratteristiche per ambire a questo importante riconoscimento: un patrimonio storico, artistico e paesaggistico straordinario, una tradizione culturale radicata e, soprattutto, una comunità viva, ricca di energie, competenze e creatività. In questo percorso merita un riconoscimento particolare il Sistema Castelli Romani, che ha avuto la lungimiranza di promuovere questa candidatura, potendo contare su una rete già attiva che coinvolge 17 Comuni dell’area: un patrimonio di relazioni e collaborazioni che rappresenta un punto di partenza fondamentale per costruire una progettualità culturale condivisa e una programmazione di rete, traguardi per il nostro territorio ambiziosi, ma raggiungibili.
Da operatore culturale percepisci la portata e l’importanza di questa opportunità?
Sì, credo che la candidatura dei Castelli Romani a Capitale Italiana della Cultura 2029 possa rappresentare un’occasione irripetibile per superare una visione della cultura legata ai singoli Comuni e alle singole realtà, e per costruire invece un progetto realmente condiviso, capace di mettere in rete competenze, spazi, istituzioni e professionalità. Personalmente, ho un sogno che coltivo da tempo: quello di poter portare gli spettacoli teatrali che realizzo, in particolare quelli site specific, nati per dialogare con palazzi nobiliari, dimore storiche e parchi, in tutti i Comuni dei Castelli Romani. Immagino il patrimonio storico e paesaggistico non soltanto qualcosa da conservare e ammirare, ma uno spazio vivo di creazione artistica, capace di accogliere nuove esperienze e nuove forme di partecipazione. Un teatro che esca dai suoi luoghi tradizionali e incontri il pubblico nei luoghi della memoria, dell’identità e della bellezza, di cui questo territorio è ricchissimo. Ma credo che questa opportunità possa offrirci anche qualcosa di più: la possibilità di alimentare un dialogo inedito tra le realtà artistiche e culturali del territorio e le straordinarie eccellenze scientifiche e tecnologiche che vi operano. L’area tra Frascati e Monte Porzio Catone ospita infatti alcuni dei più importanti centri di ricerca scientifica e tecnologica, come ENEA, i Laboratori Nazionali di Frascati, ESRIN e il CNR. Un patrimonio di conoscenze che potrebbe incrementare la relazione con il mondo del teatro, della musica e delle arti, dando vita a nuove forme di divulgazione, narrazione e dibattito scientifico. Questa prospettiva ha una radice profonda nella mia formazione artistica: ho avuto la fortuna di essere stato allievo e assistente di Luca Ronconi, una delle figure che più hanno innovato il linguaggio teatrale italiano e che hanno esplorato il rapporto tra scena, pensiero scientifico e spazi non convenzionali. Ronconi mi ha profondamente influenzato e ha contribuito a rafforzare l’idea di un teatro come luogo di ricerca, di conoscenza e di contaminazione tra linguaggi e discipline diverse. Mi affascina l’idea che il linguaggio performativo possa raccontare la scienza in modo nuovo, emozionante e accessibile, favorendo l’incontro tra ricercatori, artisti e cittadini. Penso a spettacoli, incontri e progetti interdisciplinari capaci di avvicinare soprattutto le giovani generazioni alla conoscenza, stimolando curiosità, pensiero critico e partecipazione, costruendo un modello culturale duraturo, e lasciando un’eredità alle comunità, agli artisti e soprattutto alle nuove generazioni. E, in questa direzione, sul territorio già molte sono le proposte realizzate da validissimi operatori.
Che cosa può succedere dal punto di vista pratico?
Dal punto di vista pratico, credo che il primo passaggio fondamentale debba essere quello di dotarsi di una struttura di coordinamento e di una direzione artistica e culturale unitaria, che abbia una visione complessiva di tutti i progetti e delle iniziative che verranno proposti e selezionati. Una candidatura di questa portata potrà generare una quantità considerevole di idee, progetti, collaborazioni ed eventi, che non vanno semplicemente organizzati in un calendario, ma coordinati per costruire un sistema culturale con un palinsesto organico, coerente e ben distribuito, sia temporalmente sia geograficamente, evitando sovrapposizioni e accavallamenti e facendo in modo che le iniziative dei diversi Comuni non si facciano concorrenza, ma si valorizzino reciprocamente. Questo non significa accentrare le attività o mortificare le singole identità territoriali. Al contrario, significa valorizzarle attraverso una progettualità condivisa, nella quale ogni Comune possa esprimere le proprie peculiarità, mettendole in relazione con quelle degli altri, grazie a una cabina di regia artistica e organizzativa, dotata di una visione complessiva e di una funzione di coordinamento. Credo inoltre che sia importante coinvolgere fin da subito gli operatori culturali, le associazioni, le istituzioni, le realtà artistiche e scientifiche e tutte le professionalità che già lavorano sul territorio. Infine, ritengo fondamentale che si lavori non soltanto in funzione del 2029, ma con l’obiettivo di lasciare un’eredità concreta e duratura. Le collaborazioni, le reti e le sinergie che riusciremo a costruire in occasione della candidatura dovranno poter continuare a produrre cultura, opportunità e sviluppo anche negli anni successivi. In fondo, il vero successo di questa esperienza non si misurerà soltanto nella qualità degli eventi realizzati nel 2029, ma nella capacità di aver costruito un sistema culturale territoriale organico, più forte, stabile e collaborativo, che possa continuare ad alimentarsi anche dal 2030 in poi.
Tu che hai sempre lavorato nel settore culturale su tutta l’area dei castelli, con mansioni di direttore artistico, che emozione si prova per questo riconoscimento?
È un’emozione grande, e sincera: quando lavori per tanti anni in un territorio finisci inevitabilmente per sentirlo tuo, per affezionarti ai suoi luoghi, alle persone che lo abitano, alle tante realtà che quotidianamente cercano di produrre cultura, spesso con grande passione e non poche difficoltà. Ho trascorso qui più di vent’anni della mia vita professionale, ho visto nascere progetti, ho costruito relazioni, ho vissuto soddisfazioni e momenti complicati. Ho incontrato amministratori, artisti, associazioni, operatori culturali e soprattutto il pubblico, un pubblico generoso e appassionato. Ho avuto la fortuna di lavorare in luoghi meravigliosi e di incontrare persone che condividono, ciascuna con il proprio linguaggio e le proprie possibilità, il desiderio di rendere questo territorio culturalmente più vivo. Per questo, vedere oggi i Castelli Romani unirsi intorno a un progetto così importante mi emoziona particolarmente. È come vedere riconosciuto qualcosa in cui ho sempre creduto: il valore di un territorio che ha tantissimo da raccontare, non soltanto per la sua storia e la sua bellezza, ma per le persone, i talenti, le idee e le energie che custodisce, e che forse non hanno ancora avuto la possibilità di esprimersi fino in fondo. C’è un aspetto che mi sta particolarmente a cuore: questo riconoscimento non deve appartenere soltanto alle istituzioni o agli addetti ai lavori. Vorrei che fosse sentito come un motivo di orgoglio da tutti i cittadini dei Castelli Romani, perché la cultura è davvero tale quando riesce a coinvolgere le persone e a farle sentire parte di una comunità, per guardare al futuro con maggiore speranza, cosa, questa, di cui oggi abbiamo estremo bisogno. Un futuro dove, oltre che le numerose sale teatrali, mi viene spontaneo immaginare tutti i nostri palazzi storici, le ville e i parchi, animati continuamente da spettacoli, musica, arte e incontri: un gigantesco palcoscenico diffuso, che abbracci tutti i Castelli Romani, dove cittadini, turisti e visitatori possano scoprire ogni giorno, ogni sera, qualcosa di nuovo, di unico, di emozionante. Sarebbe bellissimo.










