Continui cambiamenti del sistema elettorale per ridurre il potere di scelta dei cittadini

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Nella maggior parte delle grandi democrazie dei Paesi occidentali, le regole di base della legge elettorale tendono a essere stabili e a godere di un ampio consenso a lungo termine.

In Europa, nazioni come la Germania, la Francia o la Spagna, da decenni mantengono la stessa architettura elettorale fondamentale.

Le riforme sono infrequenti e ampiamente discusse, non redatte per l’occasione come “provvedimenti a breve termine” o “soluzioni temporanee” per avvantaggiare la maggioranza di turno.

In Italia invece negli ultimi decenni l’incertezza delle norme di voto è diventata una costante, essendo passati dal Mattarellum (1993) al Porcellum (2005), poi all’Italicum (2015, mai utilizzato) e dopo al Rosatellum (2017), fino all’ultima in fase di approvazione cosiddetta Stabilicum.

Per tutta la Prima Repubblica fino al 1993 rimase in vigore senza modifiche sostanziali il sistema proporzionale puro, che non indicava chi avrebbe dovuto guidare il paese ed il governo nasceva da trattative successive al voto.

Questo sistema, in cui i seggi venivano assegnati ai partiti in proporzione esatta ai voti ricevuti, senza premi di maggioranza, garantiva la massima rappresentanza politica ma causava frequenti crisi di governo.

Poiché nessun gruppo raggiungeva da solo la maggioranza assoluta dei seggi per formare il governo, occorreva fare alleanze tra partiti con ideologie diverse che si rompevano facilmente per la precarietà del legame di fiducia.

Ogni piccolo partito otteneva rappresentanti in Parlamento, con la conseguenza che i partiti minori avevano un peso determinante per la sopravvivenza del governo: creavano instabilità principalmente attraverso il cosiddetto “meccanismo del ricatto coalizionale”.

Un piccolo partito poteva minacciare di ritirare il proprio appoggio ministeriale se non venivano accolte le sue specifiche richieste programmatiche o di spartizione delle poltrone.

In Italia il sistema proporzionale puro si è concluso nel 1993, in seguito all’esito del referendum abrogativo del 18 e 19 aprile 1993 e alla successiva profonda riforma che ha introdotto un sistema misto a prevalenza maggioritaria (leggi n. 276 e n. 277 del 4 agosto 1993 il cosiddetto Mattarellum).

Si è ritenuto di dover cambiare il sistema elettorale delle preferenze multiple anche perché venne associato al rischio di favorire il voto di scambio, le clientele e la corruzione politica.

Il Mattarellum, considerato dagli esperti uno dei sistemi elettorali più equilibrati della storia repubblicana, è stato sostituito e cambiato dalle forze politiche della coalizione di centro-destra (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord, UDC) a causa di calcoli strategici per vincere le elezioni; anche se poi non fece vincere i suoi promotori ma la coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi.

La riforma fu approvata dal Parlamento nel dicembre 2005 attraverso la Legge Calderoli (legge n. 270/2005), a pochi mesi dalle elezioni politiche del 2006 ed è passata alla storia con il soprannome di “Porcellum”.

Fu chiamato così perché il ministro ideatore Roberto Calderoli, in una intervista televisiva definì la sua legge elettorale una “porcata” e il politologo Giovanni Sartori la soprannominò così.

Dopo il Mattarellum (1993) ed il porcellum voluto dal centrodestra sono state fatte altre leggi elettorali con il coinvolgimento del centrosinistra (Rosatellum ed Italicum).

Questo perché tutti i partiti hanno cercato di modificare le regole del gioco a proprio vantaggio in base ai sondaggi e alle convenienze del momento per vincere le elezioni, salvo poi magari non raggiungere il risultato sperato.

Prova evidente la nuova legge elettorale il cui testo si concentra su soglie di sbarramento e governabilità e consistenti premi in seggi da assegnare, approvata con il voto della sola maggioranza parlamentare.

Maturata in un clima di forte scontro politico affronta la terza e ultima lettura a Montecitorio, con la Presidente del Consiglio che ha già annunciato l’intenzione di porre la questione di fiducia per blindare la riforma.

In palese violazione della Costituzione e di quanto stabilito dalla Corte costituzionale a proposito di estensione del premio di maggioranza, si vorrebbe l’introduzione di un premio di maggioranza talmente ampio da consentire alla sola coalizione di governo di raggiungere i numeri necessari per eleggere anche il Presidente della Repubblica.

La conseguenza di queste riforme è stata quella di ridurre il potere di scelta dei cittadini tramite le preferenze, favorendo e garantendosi il controllo dei vertici dei partiti sulle candidature attraverso liste bloccate o collegi blindati che consentono di votare il simbolo del partito e non il singolo candidato.

Si è legiferato per spostare il potere di selezione dai territori ai leader di partito con la conseguenza che la fedeltà politica e la capacità di allinearsi alle direttive del leader sono diventate criteri di selezione prioritari rispetto alle competenze tecniche o all’esperienza amministrativa precedente.

I giovani devono sapere (faccio questi articoli che hanno come punto di riferimento la Costituzione soprattutto per loro) che negli anni ’60 considerato il periodo del “miracolo economico, esisteva la “militanza partitica” e funzionava come una vera e propria scuola di base partendo dalle sezioni locali per salire di grado solo dopo aver dimostrato competenze e affidabilità.

Allora serviva un lungo apprendistato che garantiva una maggiore competenza e preparazione che oggi non esistono più e i risultati sono evidenti.

Sopravvive un pallido ricordo dei vecchi tempi quando la notoria scuola delle Frattocchie per il PCI, i centri studi della DC (come quello della Camilluccia) o i centri di formazione del PSI e del MSI, formavano la futura classe dirigente partendo dall’amministrazione locale fino ai livelli nazionali.

I partiti allora erano fondamentali perché non servivano a fare semplice propaganda ma, come prevede la Costituzione, a costruire lo Stato democratico formando una classe dirigente preparata attraverso uno studio rigoroso e selezionando amministratori credibili e governanti autorevoli.

Si può dire che fino agli anni ‘80 i partiti rappresentavano i veri motori d’integrazione sociale, essendo il pilastro centrale che guidava la vita politica, sociale ed economica del paese.

Oggi assistiamo da spettatori al primato del potere economico e della ricchezza sull’inconsistente politica, senza renderci conto che rappresenta una seria minaccia per la democrazia.

Decisioni e politiche pubbliche sono indotte da chi ha patrimoni smisurati e ricchezza anche estrema e quindi orientate a favorire chi si trova già in una posizione di vantaggio economico quasi a dispetto dei bisogni reali della gente comune.