Fervono i preparativi per la Festa di S. Antonio di Padova

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Immaginate di trovarvi nel cuore del Medioevo, precisamente nel 1231. La notizia della morte di un uomo straordinario si diffonde rapidamente in tutta la penisola: è Antonio, il frate francescano che con la sua parola ha scosso le coscienze e che tutti già chiamano il Taumaturgo, il Santo dei Miracoli.
A Velletri, questa non è una notizia come le altre. Qui, tra le mura di questa antica e fiera città adagiata sui Colli Albani, la devozione per Sant’Antonio non è semplicemente un fatto religioso: è un legame viscerale, un filo rosso che attraversa i secoli e che, per dirla con le parole immortali di Dante, si dimostra «come torre ferma che non crolla al soffiar dei venti».

Se osserviamo con attenzione le tracce del passato, ci accorgiamo che il culto di Antonio a Velletri cammina da subito di pari passo con quello del suo padre spirituale, San Francesco. Pensate: l’antico sigillo dei Padri Conventuali veliterni mostrava i due Santi uniti, stretti attorno a tre cipressi legati insieme – un chiaro, bellissimo omaggio allo stemma municipale della città. Una fusione perfetta tra identità civica e fede.

Ma facciamo un salto in avanti nel tempo. Siamo nel 1513. La vita quotidiana della Velletri rinascimentale viene scossa da un’importante novità: Padre Domenico da Ferentino istituisce la Confraternita di Sant’Antonio. Immaginate la scena: ogni seconda domenica del mese, le strade si riempiono di uomini e donne che indossano un abito color cenerino, una corda bianca stretta ai fianchi e, sul petto, l’immagine del Santo con il giglio. C’è una struttura precisa, quasi statale: un Camerlengo, dodici consiglieri e le donne guidate da una priora, con infermiere dedicate alla cura dei malati. In quello stesso anno viene eretta una chiesetta attigua al convento di San Francesco. Oggi, purtroppo, di quel luogo non resta nulla, vittima delle demolizioni e dell’incuria del tempo, ma le cronache dell’epoca – come quelle del Teoli – ci parlano di feste memorabili, di fuochi d’artificio e di “grandi luminari” che accendevano le notti del 13 giugno, attirando migliaia di forestieri.
E proprio a questo periodo risale un episodio curioso, che sembra uscito direttamente dalle pagine dei Fioretti. Nel 1563, durante la costruzione del convento dei Cappuccini, un ladro ruba un mulo fondamentale per il trasporto dei materiali. I frati, disperati, si rivolgono a Sant’Antonio. E qui accade l’incredibile: giunto alle porte di Viterbo, il ladro si ritrova improvvisamente cieco, mentre l’animale si pianta a terra, rifiutandosi di fare un solo passo in avanti. Preso dal rimorso, l’uomo promette di restituire il mulo. Allistante riacquista la vista e mantiene la parola. Un piccolo miracolo della quotidianità che ci mostra quanto fosse radicata la fiducia nel Santo.
C’è un momento storico, però, in cui questa devozione si trasforma in un vero e proprio poema epico collettivo. Dobbiamo spostarci al settembre del 1642. L’Italia è scossa dalla guerra tra Papa Urbano VIII e il duca Farnese di Parma. Velletri partecipa inviando ben quattro compagnie: circa 1.500 soldati.

I documenti dell’Archivio Vaticano ci permettono di ricostruire quei giorni con una nitidezza straordinaria. Immaginate il rullo dei tamburi, il fruscio delle bandiere al vento. Sabato 27 settembre, duecento soldati della milizia volontaria guidati dal capitano Carlo Caetano entrano nella Chiesa di San Francesco. Gli ufficiali sono vestiti riccamente. Davanti all’altare del Santo, si inginocchiano. Offrono le loro armi, le loro bandiere, le loro stesse vite. I frati li accolgono tra il suono solenne delle campane e le note dell’organo, intonando il celebre responsorio: «Si quaeris miracula» (Se cerchi i miracoli). I soldati si battezzano da quel momento la “Compagnia di Sant’Antonio”.
Nei giorni successivi, la scena si ripete identica, solenne e commovente, per le altre compagnie: la Banda Rossa del capitano Calcagna, la Banda Azzurra del capitano Bracone. Addirittura i soldati della vicina Cori accorrono a Velletri per votarsi al Santo prima di marciare verso Roma. Avrebbero voluto appuntarsi sul cappello l’immagine di Antonio con la scritta «Pereunt pericula» (Svaniscono i pericoli), ma il tempo stringeva. Partirono così, fieri, nel nome del loro protettore.

Questo legame indissolubile tra i giovani al fronte e il Santo si ripresenta, drammatico, tre secoli dopo, durante i tragici anni della Seconda Guerra Mondiale. Le cronache del convento di San Lorenzo (dove il culto era tornato dopo i sepolcri ottocenteschi) ci restituiscono l’atmosfera sospesa di quei giorni.

Giugno 1940: l’Italia entra in guerra. La sera della festa di Sant’Antonio la folla è immensa, i volti sono rigati dalle lacrime. È un continuo viavai di madri e spose.

16 Novembre 1941: una cerimonia suggestiva unisce l’intera comunità. Viene offerta una lampada votiva artistica. Ci sono le autorità, il Vescovo Rotolo, il sindaco Corsetti, i Vigili del Fuoco e un reparto di soldati che rendono gli onori militari all’altare. Velletri si stringe attorno al suo Santo per chiedere la pace.

Ed è proprio nel momento più buio, nel giugno del 1943, mentre le bombe minacciano l’Italia, che la fede si fa carne attraverso una storia straordinaria: quella della signorina Lina Giorgi. Colpita da una gravissima forma di tubercolosi ossea con avvelenamento del sangue, Lina è ormai spacciata per la scienza medica. Il 12 giugno perde conoscenza; i medici e i familiari attendono solo la fine. Ma è la vigilia della festa. La solenne processione si snoda per le vie di Velletri e la statua del Santo passa proprio sotto le finestre della sua casa. In quel preciso istante, come un risveglio improvviso, Lina guarisce. Pochi giorni dopo, il 22 giugno, sarà lei stessa a camminare fino in chiesa per ringraziare il suo “illustre benefattore”.

Oggi, camminando per Velletri, se entrate nella splendida Chiesa di Santa Maria in Trivio, nella prima cappella a sinistra potrete ammirare una splendida tela attribuita a Sebastiano Conca: mostra la Madonna con il Bambino e Sant’Antonio, inginocchiato, nell’atto di offrire il suo giglio.
È il simbolo di una devozione che non si è mai spenta. Una storia fatta di fede, di arte, di soldati e di miracoli quotidiani che ci ricorda come, nei momenti più difficili della storia, l’uomo abbia sempre cercato una luce a cui aggrapparsi. E a Velletri, quella luce, ha da secoli il volto di Antonio di Padova.