Il ritorno di Dante Di Tullio: Velletri riabbraccia un figlio dopo 81 anni

Altre Notizie

C’è un silenzio che pesa più di qualsiasi parola, un silenzioso vuoto che si dipana attraverso un lasso di tempo lungo ottantuno anni e che ora, finalmente, sta per riempirsi del suono lieve delle campane di Velletri. Quel suono che riempirà strade e vicoli, annunciando a tutti il ritorno a casa di Dante Di Tullio.

Dante, un ragazzo di ventidue anni che non poté diventare uomo. Partito per la guerra, come tanti altri come lui, non fece mai più ritorno. La sua giovane vita si consumò lentamente tra le mura di un campo di prigionia tedesco, lontano da casa, avendo negli occhi, chissà, le immagini della sua famiglia, della sua città, magari del cielo di Velletri…

Giovedì 23 ottobre, dopo una vita intera di attesa e di oblio, la sua salma finalmente farà ritorno per riposare nel luogo cui il suo cuore è sempre appartenuto.

Il suo ritorno non è solamente la storia di un soldato, ma quella di un migliaia di giovani che la guerra ha strappato ai loro sogni. Ragazzi come Dante, che avevano imparato sì ad obbedire ma anche a pensare. Ragazzi che, quando si trovarono di fronte alla scelta che la storia pose loro innanzi, ebbero il coraggio di dire: “no”. No al tradimento della propria coscienza, no ad un’alleanza imposta, no al combattere ancora per un regime che aveva già distrutto troppe vite.

Quei soldati italiani, fatti prigionieri dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, vennero deportati nei campi di lavoro e di concentramento tedeschi. Più di seicentomila vite. Li chiamarono I.M.I. (Internati Militari Italiani), ma dietro quella sigla c’erano persone, volti, anime, storie. E tra loro c’era anche Dante.

Gli IMI vissero mesi e mesi di stenti, attanagliati dalla fame, dal gelo e dalla fatica. Costretti a lavorare come schiavi nelle miniere, nelle fabbriche, nelle campagne, trattati come i peggiori traditori. Eppure, fu nella loro scelta di non essere più asserviti alla violenza che si compì una delle più alte forme di resistenza: la resistenza del silenzio, della dignità, del sacrificio.

Non imbracciavano armi, ma ebbero coraggio.
Non avevano libertà, ma scelsero di non cederla dentro di sé. Furono eroi senza medaglie, combattenti senza battaglie, ma con un valore che ancora oggi risuona contemporaneamente come monito e lezione.

Dante Di Tullio morì lontano da casa, in un lager dove la vita si spegneva piano, nel ghiaccio e nella fame, nell’attesa di un giorno che non arrivò mai.
Nel suo ritorno, prende forma e sostanza il senso profondo della giustizia e della memoria. Velletri si prepara ad accoglierlo come si accoglie un figlio perduto, e in quell’abbraccio stringe non solo un nome ma una parte della propria storia. È quasi come se la città, aprendogli le porte, volesse chiedere perdono al tempo per averlo dimenticato.

Ogni volta che una salma come quella di Dante torna a casa, ognuno di noi si ricongiunge idealmente ad un pezzo del nostro passato collettivo. Tornano le voci di tutti quei ragazzi che non hanno più varcato la soglia di casa, che sono rimasti per sempre ventenni nei campi di prigionia, nelle fosse, nei silenzi di una guerra che, come tutte le guerre, non conosce pietà.

Tornano le loro storie, le loro famiglie, le lettere mai arrivate, i sogni spezzati. Ma torna anche la consapevolezza che non esiste abominio più grande della guerra. Che questa non è semplicemente storia, ma ferita mai suturata, dolore umano e civile, abisso morale.

Per questo e non solo, il ritorno di Dante non è un rito a posteriori, ma diviene ponte che unisce passato e presente. È la città intera che si stringe intorno a lui, ma anche a tutti gli Internati Militari Italiani che non hanno avuto un ritorno, a tutte le madri che hanno aspettato invano, a tutti i giovani cui la guerra ha negato la vita.

È un abbraccio che vale per tutti, perché la memoria non si divide ma per offrirle la dignità che essa merita la si deve necessariamente condividere.
In tempi in cui la pace è nuovamente materia fin troppo fragile, ricordare questi ragazzi significa riconoscere il valore della libertà, affermare quanto la dignità sia preziosa, quanto sacro sua il rifiuto di qualsivoglia forma di violenza. E oggi, mentre la sua bara torna a posarsi sulla terra di Velletri, il suo sacrificio non è più solo un ricordo, ma una lezione viva, che appartiene a tutti noi. In quell’ultimo viaggio, Dante torna non come un soldato sconfitto, ma come un testimone. Torna come simbolo di una resistenza silenziosa e coraggiosa, come voce di chi non è tornato, come parte di una memoria che deve continuare a parlare, per noi e per chi verrà dopo di noi.

Perché è solo onorando il ricordo che si può impedire al dolore di tramutarsi in intollerabile indifferenza. E solo accogliendo chi è stato perduto possiamo davvero affermare che la storia, finalmente, abbia trovato pace.