La Cassazione sulle infezioni ospedaliere

Il breve commento di questa settimana riguarda una rilevante decisione della Cassazione che va a rafforzare la tutela del paziente nelle vertenze che riguardano le infezioni ospedaliere solitamente definite nosocomiali. Si tratta di malattie infettive correlate all’assistenza, che si possono contrarre in qualsiasi ambiente sanitario, soprattutto ospedali, cliniche, ambulatori, case di riposo; ma anche nell’assistenza pubblica domiciliare.
Il punto focale di molte controversie, che negli ultimi tempi hanno fatto registrare un forte aumento, è quello relativo alla ripartizione dell’onere della prova.
Tutto ruota sul fatto che il danneggiato deve dimostrare il collegamento (nesso causale) tra l’infezione e la prestazione sanitaria, mentre la struttura sanitaria, per escludere qualsiasi responsabilità, deve provare di aver adottato e applicato tutti i protocolli di prevenzione previsti dalla legge e di aver eseguito le misure idonee per prevenire l’infezione. La decisione in commento pone dei precisi limiti alla genericità e indeterminatezza delle difese delle strutture sanitarie, quanto al rispetto delle regole operative e misure adottate nei singoli casi.
I FATTI DI CAUSA
Nel caso di specie il paziente, che aveva eseguito gli esami di rito entrando in ospedale dai quali non risultava la presenza di epatite C, pochi giorni dopo la dimissione, riscontrava un significativo aumento delle transaminasi e, successivamente, la positività al virus HCV. Ritenendo di aver contratto l’infezione durante la degenza ospedaliera, conveniva in giudizio la struttura sanitaria per ottenere il risarcimento dei danni subiti. Tribunale e Corte d’Appello rigettavano la domanda, ritenendo che il danneggiato richiedente il risarcimento non avesse fornito prova sufficiente a dimostrare che il contagio fosse avvenuto durante il ricovero e che inoltre non avesse individuato “alcuna condotta specifica – commissiva o omissiva – imputabile alla struttura”.
Dopo il rigetto dei precedenti gradi, per inciso è il caso di dire che c’è voluto molto tempo se si considera che la degenza risale ad Aprile 2011, il paziente ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo (con successo) che la Corte d’Appello avrebbe dovuto considerare le circostanze temporali come elemento sufficiente per provare che il contagio fosse avvenuto in ospedale.
Inoltre, secondo la sua tesi, l’ospedale avrebbe dovuto dimostrare “l’adozione di tutte le misure preventive (sterilizzazione, protocolli igienici, controllo dei locali e del personale, ecc.), e non limitarsi a dichiarare il rispetto delle regole operative”.
DECISIONE DELLA CASSAZIONE
La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17145/2025, ha accolto il ricorso, cassando la sentenza impugnata e rinviando la causa alla Corte d’Appello, in diversa composizione, “per un nuovo esame nel rispetto dei principi indicati”. I giudici di legittimità hanno rilevato la contraddittorietà e l’insufficienza della motivazione della Corte d’Appello che, nel caso di specie, “avrebbe dovuto considerare le circostanze temporali come elemento sufficiente per ritenere provato che il contagio fosse avvenuto in ospedale”. Si tratta di una decisione che fa seguito ad altre decisioni che hanno adottato lo stesso criterio di giudizio, secondo il quale, “nelle controversie relative alle infezioni nosocomiali, ai fini della dimostrazione del nesso causale, il paziente può avvalersi anche di presunzioni semplici, utilizzando i criteri temporali, topografici e clinici per stabilire la verosimile contrazione dell’infezione in ambito ospedaliero, mentre la struttura sanitaria deve fornire l’indicazione di tutte le misure preventive effettivamente adottate”. Per la prova liberatoria della struttura sanitaria non è sufficiente dichiarare genericamente il rispetto delle regole e questa non può basarsi su ipotesi astratte circa altre possibili cause di contagio.










