La stoffa dei giusti e il sigillo di una terra

Ci sono geografie dello spirito che non compaiono sulle carte geografiche, eppure possiedono confini nettissimi, incisi nel tufo e nella memoria. Eugenio Scalfari, che sapeva leggere nei piccoli focolai di provincia le grandi parabole della repubblica, avrebbe riconosciuto all’istante la tempra di Velletri: un avamposto di passioni civili, di ingegni ruvidi e gentili, di coscienze che non hanno mai accettato la comoda scorciatoia dell’indifferenza. Leggere insieme le storie di Franco Ciafrei, di Gianna e di Angelo Fagiolo significa sfogliare il romanzo vero di una comunità che custodisce la propria anima attraverso il sacrificio e la dedizione silenziosa di figli che l’hanno amata fino in fondo.
Prendete Franchino Ciafrei. L’architetto che accarezzava le pietre. C’era in lui una misura antica, la stessa che aveva respirato tra i banchi di quello storico Istituto “Juana Romani” dove l’arte non era esercizio accademico ma vocazione materiale. Non cercava i riflettori, Franchino; rifuggiva le passerelle e le sgomitate con la nobiltà di chi sa che le cose vere si fanno sottovoce. Dal suo studio di Via Gramsci fino a quel rifugio intimo — quel “cafariello” del nonno che profumava di storia familiare e di continuità — la sua matita è stata uno strumento d’amore civico. Vederlo camminare da Viale Marconi verso Via della Trinità significava misurare il passo di una Velletri che rifiuta di sradicarsi, che riconosce nei dettagli l’architettura invisibile della propria identità. A giorni, quell’Augusto d’oro alla memoria restituirà il giusto tributo a un uomo che ha lasciato un’impronta gentile su una terra fatta non di sola calce e asfalto, ma di anime che se ne prendono cura.
E quell’anima, in fondo, ha rischiato di perdersi tra la polvere e l’umidità delle soffitte, se non ci fosse stata Gianna. C’è qualcosa di profondamente commovente nella figura di questa donna che, dietro il bancone dell’accoglienza a Palazzo Cinelli e sotto lo sguardo di Valentino Romani, ha compiuto un’opera da certosina laica. Quando il passato giaceva abbandonato all’incuria, tra faldoni sventrati e pagine divorate dagli insetti, Gianna non ha girato la testa dall’altra parte. Ha preso quei documenti fradici e li ha stesi come lenzuola al sole, strappandoli al buio dell’oblio. Ha vergato a mano quel primo, titanico inventario che oggi fa da basamento sicuro alla nostra memoria storica. Se l’Archivio Storico Comunale esiste, lo dobbiamo alla sua caparbietà ostinata. Intitolargli una sala studio a Palazzo Cinelli non è un semplice atto burocratico: è il risarcimento morale dovuto a chi ha custodito la casa della nostra identità.
Infine, la parabola umana e civile dell’avvocato Angelo Fagiolo chiude il cerchio di questa epopea veliterna con i toni severi e luminosi della tragedia classica. Fagiolo era il nerbo morale del Partito Repubblicano, un oratore d’aula capace di infiammare le piazze e, al tempo stesso, un disegnatore ironico che immortalava magistrati e colleghi durante le pause dei processi. La sua coerenza fu tale che, chiamato a indossare la fascia tricolore di Sindaco, accettò con riserva per poi scioglierla poche ore dopo, incapace di scendere a patti con la mediocrità del potere. La sua vita si è chiusa sulla soglia del Palazzo di Giustizia, nel giorno in cui aveva deciso di appendere la toga al chiodo, tradito da un cuore che batteva al ritmo implacabile del dovere. E in quel destino si riflette l’Italia intera: la prigionia in Germania, la ricostruzione, la militanza intransigente e il lutto incolmabile per Liana Capobianco, la giovane fidanzata spezzata da un mitragliamento alla stazione mentre cercava i genitori del suo “angelo”.
Architetti di pietre, custodi di carte antiche, giuristi intransigenti. In queste esistenze così diverse e complementari si specchia la grandezza della provincia italiana. Uomini e donne che hanno fatto del lavoro, della cultura e della libertà una misura quotidiana, ricordandoci che una comunità esiste soltanto se sa riconoscere il debito di gratitudine verso chi, senza fare baccano, ne ha retto le fondamenta.










