La strada verso la catastrofe

Nella puntata di sabato 10 maggio scorso del programma “Sapiens” su RAI 3 condotto dal geologo Mario Tozzi si è voluta ricordare l’alluvione del 29 ottobre 2024 nella regione spagnola di Valencia che costò la vita a 229 persone e si tradusse in danni valutati in svariati miliardi di euro. Mario Tozzi, in qualità di geologo e scienziato, nonché di ottimo divulgatore scientifico, ha posto, nel commentare quel disastroso evento, una serie di domande, cercando di comprenderne le cause e fornendone una chiara esposizione delle dinamiche. Nello stile del programma condotto da Mario Tozzi è evidente una doppia valenza: da un lato una documentazione dei fatti con ricostruzioni condotte con rigore e puntualità, dall’altro una analisi degli stessi condotta su basi scientifiche e conclusioni chiarificatrici ed incontrovertibili. Nelle considerazioni svolte si è messo in rilievo come il disastro dell’ottobre del 2024 trovasse fra le proprie cause anche e soprattutto una mala gestione del territorio, la quale aveva visto una scriteriata irregimentazione dei corsi fluviali coinvolti nella regione di interesse, la cementificazione di intere zone nelle aree degli stessi alvei fluviali, le quali sicuramente avrebbero necessitato di essere lasciate libere nella loro naturale funzione di “area di sfogo” dei corsi d’acqua nel caso di fenomeni alluvionali.
Quanto sopra ha rappresentato l’occasione per un paragone non certo per noi lusinghiero, con la situazione del nostro Paese in tema di gestione del territorio. La condizione italiana è a dir poco drammatica, anzi, l’aggettivo “drammatico” è un mero eufemismo: il 25% del nostro territorio, cioè circa 75000 chilometri quadrati di suolo è (caso unico al mondo) irrimediabilmente devastato da urbanizzazione e cementificazione selvaggia; migliaia di chilometri quadrati di siti industriali con strutture ormai dismesse; migliaia di inutili centri commerciali sorti su tutta la penisola come funghi e non sempre rispondenti alle reali esigenze dei territori e delle popolazioni residenti; irregimentazione scriteriata dei corsi d’acqua con cementificazione degli argini e tombatura dei relativi percorsi per centinaia di chilometri, con conseguente alterazione dei caratteri orografici ed idrogeologici del territorio.

Come esposto da Mario Tozzi, i disastri ambientali nel nostro Paese non risalgono unicamente a questi ultimi decenni. La bonifica delle Paludi Pontine, vero vanto e fiore all’occhiello del regime fascista, rappresentò, oltre che il sacrificio di migliaia di morti per febbri malariche ed altre malattie (cosa questa sempre taciuta e, chissà perché, anche al giorno d’oggi!), un danno ambientale a dir poco colossale: la distruzione di interi sistemi lacustri ricchissimi di biocenosi e importanti per la regolazione del clima, l’abbattimento di milioni di alberi, lo stravolgimento di interi territori che nel loro insieme avrebbero dovuto essere conservati e protetti quale preziosissima riserva naturale.
Come citato dallo scienziato ed ecologo Sandro Pignatti in un suo memorabile lavoro dal titolo “Ecologia del Paesaggio” (UTET – ed. 1994) un vezzo tipico della cultura italiana è stato sempre quello di ritenersi un popolo di ottimi architetti, ingegneri e costruttori, sicuramente eredi di ciò che furono gli Antichi Romani. Per contro, a differenza dei nostri gloriosi (o presunti tali) antenati che forse il territorio lo sapevano gestire meglio di quanto sappiamo fare noi attualmente, ben poca attenzione prestiamo a ciò che rappresenta lo stesso paesaggio con il suo patrimonio di ecosistemi, biotopi e relative biocenosi. Nella nostra cultura vi è una marcata carenza di sensibilità nei confronti dell’ambiente e delle forme di vita in esso ospitate, carenza figlia di una assoluta mancanza di formazione scientifica, di una ignoranza che ha plurisecolari radici profonde e che è madre di presunzione, superficialità ed arroganza. I ripetuti fenomeni alluvionali in alcune zone italiane, specie nella regione padana ed emiliano-romagnola, con l’ormai rituale ripetersi del portato di disastri materiali, economici ed umani, dovrebbero farci riflettere sugli errori ormai storici commessi sui nostri territori ed ai quali non vi è la benché minima volontà di porre efficace rimedio.
Vaste aree del Meridione italiano stanno andando ormai incontro ad una desertificazione conclamata: interi bacini lacustri della Sicilia ridotti a secco e che presentano il famigerato ben noto fenomeno della laterizzazione (cottura e conseguente impermeabilizzazione dell’area ospitante in precedenza il bacino idrico); dopo la Sicilia, la Puglia è indicata essere come la regione a più elevato rischio di desertificazione.

Anche vaste zone della nostra regione sono destinate a seguire simile sorte: non solo non si fa niente per poter arginare il pericolo di una desertificazione nel prossimo futuro, ma pare si faccia del tutto pur di distruggere fino all’ultimo palmo dei nostri territori. Un esempio tipico di ciò è rappresentato dal trattamento riservato al nostro patrimonio boschivo nel Parco dei Castelli Romani: una ceduazione selvaggia e brutale dei nostri boschi, che sta rendendo i nostri monti una serie di gobbe brulle, portata avanti su una scala industriale non sostenibile nella maniera più assoluta; le nostre Amministrazioni locali e tutti quegli Enti preposti alla cura e salvaguardia dei nostri territori pare facciano a gara a chi si dimostra più assente e sordo alle richieste di chiarimento da parte di chi ha a cuore le sorti del nostro patrimonio naturalistico. In definitiva ci stiamo dimostrando come un popolo profondamente incivile ed animato da una sorta di furia sadica nell’infliggere i maggiori danni alla propria stessa terra. Da autorevoli studi internazionali da me più volte citati in mie passate conferenze pubbliche sull’ambiente, gli ecosistemi e la loro conservazione, risulta che l’Italia è destinata entro il prossimo mezzo secolo a subire un dimezzamento della propria popolazione ed un totale crollo della propria economia; entro la fine del XXII secolo la popolazione italiana sarà destinata ad una pressoché totale estinzione. Le cause di tutto ciò saranno eminentemente ambientali: totale desertificazione del centro-sud della penisola con conseguente inabitabilità dei relativi territori; monsonizzazione del clima nelle regioni padane con conseguente manifestazione periodica di fenomeni alluvionali catastrofici. Fra le cause di tutto ciò, oltre ad una componente su scala globale di surriscaldamento climatico, anche in maniera significativa la mancanza di una benché minima politica improntata a progetti di riforestazione intensiva, conservazione e cura del paesaggio. Ciò si ripercuoterà anche a livello idrogeologico, anche a causa dell’eccessivo sfruttamento delle falde acquifere e conseguente depauperamento del patrimonio idrico, unitamente ad una estesa impermeabilizzazione di vaste aree di suolo; la crisi idrica porterà anche ad una instabilità geologica con conseguenti fenomeni sismici di riassestamento delle strutture sotterranee di falda.
Nella trasmissione di Mario Tozzi sopra citata si è anche illustrato il caso di un Paese che in tema di cura, conservazione e salvaguardia ambientale può ritenersi a buon diritto fra i più virtuosi al mondo: la Germania. In relazione a ciò, si è menzionato il caso del fiume Isar che attraversa la città di Monaco di Baviera, un fiume che per oltre mezzo secolo, fino ai primi del Novecento e oltre, aveva visto l’insediarsi lungo il proprio alveo di varie attività industriali e manifatturiere che richiedevano un marcato consumo di acqua e che quindi, per svariati decenni, avevano rappresentato una fonte di inquinamento e degradamento dell’intero ambiente circostante. Orbene, con una paziente ed intelligente lunga opera di risanamento, si è riusciti a ripristinare un ambiente con il suo ecosistema: ora le sponde dell’Isar ospitano una ricchissima vegetazione che rappresenta uno dei polmoni verdi della città; il corso d’acqua ha ripristinato uno stato ottimale dal punto di vista microbatteriologico e dimostrazione di ciò è la presenza di trote e di una ricca avifauna che ha trovato nella vegetazione lungo le sponde un proprio confortevole habitat. Lungo le sponde dell’Isar sono state create spiagge che nella stagione estiva vedono la presenza di bagnanti e di coloro che amano prendere un po’ di sole, mentre durante tutto l’anno (tempo meteorologico permettendo) vi è la possibilità di praticare vari sport acquatici o altre attività fisiche lungo le rive.

In molte città tedesche più o meno grandi è abitudine vedere estese aree verdi: parchi, giardini e veri boschi urbani, percorsi alberati con piste ciclabili e pedonali. Per inciso i tedeschi, come tutti i cittadini del centro e nord dell’Europa, ogni volta che possono, preferiscono l’uso del mezzo pubblico in alternativa all’auto privata, anche perché il Paese offre ottimi collegamenti (soprattutto ferrotranviari) sia urbani che extraurbani: il risultato di tutto ciò è aria pulita e città meno congestionate. Su questo tema le città italiane risultano essere fra le più inquinate d’Europa con percentuali di micro e nanoparticolato in sospensione nell’aria a livelli allarmanti, presenza di benzeni e derivati, diossine, furani e benzopireni di gran lunga superiore a qualsiasi altro sito nel continente. Spesso cito il caso Germania, trattandosi del Paese che meglio conosco e nel quale posso dire di aver avuto un felice soggiorno, ma analoghi apprezzamenti potrei fare per tutti gli altri Paesi del Nord Europa. Anche la Francia negli ultimi anni sta portando avanti notevoli e lodevoli sforzi in materia di recupero e ripristino ambientale.
Non per disfattismo, ma con sommo rammarico, se la nostra mentalità non cambia, per l’Italia non vedo un gran bel futuro, ma soltanto un cammino di decadenza fatto di devastazione ambientale, crisi idrica, dissesto idrogeologico, inquinamento ambientale e conseguente diffusione di patologie, miseria e spopolamento. Alla fine lasceremo ai nostri figli e nipoti (ammesso che qualcuno di loro possa sopravvivere) non un bel Paese, ma un brutto inferno e la colpa sarà esclusivamente nostra: sarà la colpa di un popolo crudele, incosciente e criminale, indegno di abitare una terra che una volta rappresentava quel giardino che chiunque ci invidiava.
Lucio Allegretti











