L’Angolo dell’Arte: sotto le Stimmate, le radici del Tempo

Non ci sono posti che non sono sacri; ci sono solo luoghi sacri e luoghi profanati (Wendell Berry).
L’area Archeologica delle SS Stimmate di San Francesco è un luogo che racchiude in sé il senso più profondo di questo aforisma di Berry.
Un luogo sacro, di una sacralità pagana commista a quella cristiana. Un luogo dall’energia ancestrale ove si sono stratificati i segni materici di culti antichissimi, i primi addirittura risalenti alla remota età del Ferro.
Essa poggia sul colle ove, si ipotizza, sia divenuto stanziale il primo nucleo abitativo di Velletri.
Attribuisco, da sempre, grande valore al potere immaginifico poiché ho sempre creduto potesse essere strumento funzionale a rendere in qualche modo reale, a dare contorni, ad attribuire una nuova vita e plasmare energie che, come in questo caso, sono ancora fortemente presenti in un dato luogo. Così, immagino e lascio che le immagini mi conducano lontano, a cavallo degli eoni del tempo.
E mi sembra di essere lì, assieme ai Volsci, ad osservare, in rispettoso silenzio, lo sconfinato scenario che da quella posizione privilegiata, ampia e sorprendentemente panoramica era possibile accarezzare con gli occhi.

Quasi il palcoscenico di un teatro naturale che si allargava dai Colli Albani, scendendo per la Pianura Pontina, sino al mare.
Una grande quantità di ritrovamenti archeologici, dislocati cronologicamente in un arco temporale molto ampio, è stata di imprescindibile aiuto per inquadrare storicamente la vita di quel sito, attraverso le varie epoche.
Guido Giani mi ha parlato molto di Giulio Cressedi come di un autore che attraverso i propri studi capillari ha potuto affermare con certezza che nel luogo ove ad oggi ritroviamo le Stimmate, si siano stratificati, in modo assolutamente eccezionale, culti religiosi di epoche remote.
I ritrovamenti archeologici avvennero già nel lontano 1784 durante i lavori di rifacimento e ristrutturazione della Chiesa di Santa Maria ad Nives, voluti fortemente dal Cardinale Stefano Borgia.

In quella circostanza, vennero ritrovati alcuni reperti davvero degni di nota.
Furono riportate alla luce alcune lastre fittili (cioè plasmate in terracotta) policrome, databili approssimativamente tra i VII ed il VI secolo a.C. che presero il nome di: Lastre Volsche.
Queste lastre appartengono senza dubbio alla pratica di decorazione dei templi del filone c.d. etrusco-italico, nella sua fase più antica e mostrano scene di convivialitá e banchetti ed anche di cavalieri a cavallo e quadrighe.
In loco, furono rinvenuti anche altri reperti, delle terracotte, tra cui la testa di una sfinge, che parrebbero poter essere collocati idealmente sul tetto di un tempio arcaico.
La testa della Sfinge divenne parte della collezione privata del Cardinale e solo successivamente venne donata, approssimativamente nell’ottocento, al Reale Museo Borbonico oggi Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Altri ritrovamenti archeologici furono effettuati a cavallo del 1910. In quell’occasione, vennero riportati in superficie dei resti di mura in tufo dello stesso tempio ed anche delle ceramiche appartenenti ad un periodo che va dall’età protostorica a quella ellenistica.
Il tempio, detto Volsco, eretto approssimativamente nel 535 a.C. da Tarquinio il Superbo nasceva in funzione, sembra un gioco di parole ma non lo è, “anti-volsca”. Questo perché in quel periodo esisteva una diatriba molto cruenta tra Romani e Volsci per il controllo del territorio.
Il Volsco era un tempio in stile tuscanico, dotato di due celle laterali o alae e venne costruito su un edificio templare, antecedente nel tempo.

Questo edificio doveva essere un oikos o per meglio dire un luogo sacro costituito da un unico ambiente, privo di qualsivoglia elemento decorativo al di sotto del quale, nell’incredibile e meravigliosa stratificazione cui mi riferivo poc’anzi, si sono reperite le tracce di una capanna “sacrale” di epoca protostorica. Di questa capanna, quasi sicuramente etrusca, sono visibili una canaletta ed i buchi di alcuni pali.
La sua funzione sacrale potrebbe essere confermata dal ritrovamento contestuale di tazze decorate e vasi che danno corpo alle più antiche testimonianze epigrafiche rinvenute nel territorio veliterno.
In quest’area, venne eretta nel XV secolo, la Chiesa della Madonna della Neve che successivamente venne concessa, precisamente nel 1602, con una bolla di Papa Clemente VII, alla venerabile Arciconfraternita delle SS Stimmate di San Francesco di Velletri. In quella occasione venne anche mutata la dedicazione della Chiesa da Santa Maria Ad Nives a SS Stimmate.
Essa era un edificio sacro composto da un’unica navata, in stile barocco. Era affiancata ad una torre campanaria e nella sua struttura complessiva ricomprendeva un oratorio, una sagrestia, una legnaia, un giardino, un orto e al piano superiore, anche, un appartamento per il custode.
Nella seconda metà del novecento, però, la Chiesa già abbandonata per lunghi periodi, fu definitivamente lasciata a se stessa e conseguentemente sconsacrata.
La Curia decise così di liberarsi di un bene considerato non più utile e lo cedette a dei privati che avevano l’intenzione, mi permetto di dire sacrilega, di costruirci un albergo.

Così, la struttura della chiesa fu imbragata in catene legate a dei camion, che la demolirono.
Dopo questo ennesimo scempio perpetrato ai danni del patrimonio artistico della nostra città, uno dei tanti di una lista davvero troppo lunga, nel 1992 fortunatamente il sito venne assorbito nel patrimonio demaniale ma è stato soltanto nel 2005/2006 che sono iniziati i lavori di recupero e valorizzazione dell’area da parte della Sovrintendenza per i beni Archeologici del Lazio sino a giungere alla musealizzazione del sito archeologico.

All’esito del consolidamento della rupe e dei muri perimetrali, a tutela e protezione di quella quota di patrimonio artistico e storico di importanza cardinale, è stata eretta una bellissima teca di acciaio, legno e vetro che ne consente la tutela ed il mantenimento oltreché la fruizione da parte del pubblico.
L’Area Archeologica delle SS Stimmate è portatrice di storia, culto e magnificenza.
Rappresenta la trasposizione materiale delle nostre radici più ataviche e profonde.
Guardare da quell’altura, gettando lo sguardo sino alla costa ed oltre, è un po’ come guardare dentro noi stessi. Dentro ciò che di più ancestrale impasta il nostro essere veliterni.












