L’Angolo dell’Arte: il Teatro della Passione di Velletri

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Se chiudo gli occhi, riesco quasi a vederla Piazza Caduti sul Lavoro, al tramonto. Gli ultimi raggi di sole che illuminano il frons-scenae del Teatro della Passione colorandolo di sfumature aranciate. Mentre la sera vira dall’azzurro al blu, la piazza inizia a riempirsi di persone e di voci ed i palchi allestiti appositamente per il pubblico e le autorità religiose a popolarsi. Se mi concentro posso quasi sentire il chiacchiericcio diventare sempre più flebile, mentre un senso di sacra attesa pervade la piazza. Ecco che giungono gli attori, inizia la rappresentazione.

Il Teatro della Passione, venne costruito nel primo decennio del 1500 su committenza dei “Confratelli del Gonfalone” e sulla base della progettazione grafica di Antonio di Faenza. La sua struttura era davvero molto singolare, come ci ricorda anche Guido Giani. Un monumento marmoreo all’aperto, di ordine corinzio. Possedeva un “frons-scenae” sopraelevato rispetto alla Piazza di circa tre metri ed aveva a corollario una serie di c.d. edicole a fondale di varia importanza, nelle quali si recitavano e mimavano i diversi passaggi della Passione di Cristo.

Dobbiamo sicuramente valutare adeguatamente il fatto che la Sacra Rappresentazione italiana del quattrocento e del cinquecento è un fenomeno strutturato e complesso che non è possibile catalogare in maniera poco precisa e superficiale come una forma di intrattenimento di derivazione medievale. È certamente una tipologia di spettacolo che ha, all’interno della cultura umanistica, un percorso autonomo e ben definito. Questo perché sin troppo spesso si incappa nell’errore di considerare il punto di partenza della sacra rappresentazione, il quattrocento, come un secolo sostanzialmente stretto nel giogo del tardo-gotico che confluisce nel Rinascimento. Invece, a ben guardare, possiede una linea tendenziale di sviluppo autonoma e innovativa e soprattutto si ripropone la reviviscenza della c.d. “cultura dell’antico”.

In questa ottica, le forme ed i modelli utilizzati dal e nel Teatro della Passione non devono essere considerati obbligatoriamente quale derivazione della cultura teatrale ma più realisticamente come segni eterogenei di una cultura che si mescola con il teatrale, ove ad esempio gli archi inscritti nel palcoscenico, quasi a rappresentare dei veri e propri archi di trionfo, danno materialmente corpo al linguaggio pittorico del quattrocento. Richiamando in modo mediato il San Sebastiano di Mantegna o l’Adorazione dei Pastori del Ghirlandaio. Il Teatro della Passione veliterno, quindi, affonda le proprie radici nella cultura quattrocentesca, portando in scena un vero e proprio “evento spettacolo” che nobilita una festività inscrivendola a pieno titolo nel linguaggio classico. Esistono delle interessantissime analogie tra il teatro romano sito al Campidoglio ed il teatro veliterno, ad esempio nel frons-scenae. Entrambe hanno una configurazione a cinque porte, intervallate da colonne che nel teatro capitolino sono doriche e in quello veliterno corinzie. In ambedue i monumenti esiste, chiaramente rappresentato, un collegamento tra teatro e trionfo oltrechè il richiamo alla cultura di matrice classica.
Ciò che però a noi, che dobbiamo idealmente dar corpo ad una costruzione che non esiste più, interessa è quale fosse l’utilizzo pratico di questo apparato classico che, storicamente, viene definito come un “teatro prima del teatro”, una delle prime testimonianze documentabili, in tal senso.

Come, ad esempio, veniva utilizzato il palcoscenico dagli attori, durante le rappresentazioni? Abbiamo risposta concreta a questa domanda grazie al reperimento di alcune prove documentali come quella “dell’Ordinanza della rappresentazione che si tiene nel nostro teatro nel Venerdì Santo” da cui si desume la destinazione scenica dell’intero apparato. Grazie alla trascrizione avvenuta nel XVIII secolo da parte del Cardinale Stefano Borgia che parrebbe averne trovato notizia negli archivi della Confraternita veliterna di San Giovanni, curatrice dello spettacolo sacro. La rappresentazione della Passione di Cristo inizia con la scena dell’orto dei Getsemani cui veniva probabilmente dato corpo sul proscenio del palco sopraelevato. Le abitazioni di Caifa e Anna, erano inscritte presumibilmente negli archi minori della scena, mentre negli archi monumentali alle due estremità trovavano allocazione due dei luoghi più iconici della Passione: il pretorio di Pilato ed il tribunale di Erode.
Non è affatto da escludere che, a livello della piazza e del pubblico, contemporaneamente venissero rappresentate scene minori, utilizzando le quattro aperture proprio sotto il palcoscenico. Leggendo bene tra le righe dell’Ordinanza appare abbastanza chiaro che la rappresentazione della Passione non è tanto la pedissequa messa in scena di un testo, ma più che altro una giustapposizione di scene viventi delle fasi salienti dell’ultimo tratto della vita di Nostro Signore.

Accadde, però, nel corso del tempo che questo tipo di rappresentazione perse il proprio carattere stanziale, mutando la sua natura in una natura di tipo processionale. Ragion per cui venne valutato che la funzione del teatro della passione fosse esaurita. Non si pensò, all’ipotesi forse più corretta, di destinarlo semplicemente ad altro. Alla possibilità di renderlo mezzo per un altro tipo di rappresentazione che non fosse quella sacra.
Molto più prosaicamente ed erroneamente si pensò ad abbatterlo, per sostituirlo con la costruzione di un granaio. A nulla valsero le proteste del Cardinal Stefano Borgia, il quale potè solamente chiamare il pittore Pietro Piazza affinchè potesse rappresentarlo prima dell’abbattimento e preservarne, in quel modo, almeno la memoria.

Moriva così nel 1765, sotto i colpi della scure dell’ignoranza, il teatro della passione di Velletri, il teatro più anticamente fabbricato in una pubblica piazza. L’Epilogo drammatico dell’ennesimo luogo di arte e cultura della nostra Velletri che avrebbe dovuto essere tutelato, salvaguardato e preservato mi fa quasi ancor più rabbia degli altri due precedenti: Palazzo Ginnetti e Porta Romana.

Lo trovo ancor più stridente e dissacrante. Quasi che si sia obbligato Nostro Signore a scendere dal palcoscenico per intraprendere la sua via metaforica verso il Golgota e che, invece di cristallizzare e stratificare nella cultura locale e non solo, un luogo divenuto sacro lo si è distrutto per sostituirlo, iconograficamente e sostanzialmente, con l’aspetto della peggior praticità, tipica, a volte del nostro retroterra culturale. Ad oggi, se si fosse stati in grado di mantenere quanto di più bello e degno di nota avevamo la fortuna di avere, Velletri avrebbe avuto un luogo intriso di una sacralità antica messa a servizio di una moderna visione della cultura e della vita più in generale.

“Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita”
(Eduardo De Filippo)