L’Angolo dell’Arte: la sentinella delle città

È ormai primavera inoltrata. L’aria è mite e odorosa delle camelie in fiore, la brezza della sera si incunea delicatamente nel dedalo di vie e viette del Centro. Nella chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo risuonano i vespri e la Torre campanaria del “Trivio” par gettare il suo sguardo su tutta la città di Velletri.
Sembra quasi stia controllando che tutto sia a posto, indossando i panni della “sentinella della città”.
È il 1306 e in Piazza di Sopra, al centro del “Trivio”, la congiunzione di tre strade venutasi a creare con l’innesto di una nuova via maestra (l’odierna Via del Comune) con i due tronconi di Via del Procaccio, viene eretta una maestosa Torre campanaria, costruita unitamente alla Basilica preesistente, come testimoniano dei resti murari appena affioranti sul lato Ovest.

La chiesa era originariamente, con ogni probabilità, una basilica a tre navate con un portico esterno (chiamato esonartece) strettamente in uso negli edifici sacri protocristiani che però, successivamente, venne abbattuto in quanto si riteneva risultasse opprimente nei riguardi della via direttamente prospiciente (Via Alfonso Alfonsi). La torre che abbiamo il privilegio di poter quotidianamente accarezzare con gli occhi è però una ricostruzione del 1353 con uno stile chiaramente gotico-lombardo come testimonia anche una piccola lapide che spicca sul lato nord.
Guido Giani mi ha messo a parte di notizie che intrecciano racconti storici, episodi tragici e nozioni tecniche capaci di narrarne ogni più piccolo aspetto e per le quali sono profondamente grato poiché la conoscenza che introietto e faccio mia è sempre una rinnovata occasione per aprire ancor di più gli occhi sul mondo e più prosaicamente su quella città, la nostra, che credevo di conoscere abbastanza bene e che, invece, scopro con emozione, sa regalarmi sempre qualcosa di nuovo. Ciò che, per prima, mi ha colpito della Torre del Trivio è stata la sua altezza.

Ben 52 metri, nel qual computo sono ricompresi il basamento, la cuspide e la croce. La cuspide da sola, a forma conica con base ottagonale, misura quasi dieci metri. Originariamente era a forma piramidale rivestita in piombo, secondo i dettami dell’epoca in cui il pinnacolo fu eretto, all’incirca nel 1473. La storia della Torre si snoda attraverso alterne vicende di danneggiamenti e ricostruzioni che si intrecciano anche con il tragico destino di un padre e di un figlio. Si racconta che in due momenti storici distinti la torre sia stata colpita e danneggiata da un fulmine. Una targa posta sopra l’ingresso ricorda il primo danneggiamento avvenuto nel 1731 a seguito del quale la Torre venne poi ricostruita in mattoni. Un altro evento catastrofico, invece, occorse dopo oltre un secolo e più precisamente il 20 dicembre del 1875.

In una sera di tempesta un nuovo fulmine ne colpì il cappello, tranciandolo di netto. Le macerie precipitarono rovinosamente in strada colpendo in pieno un certo Sig. Casentini e suo figlio che si trovavano a transitare sotto la torre in quel momento, morendo sul colpo. La struttura della Torre, giustappone molte caratteristiche salienti. Ad esempio, è a pianta quadrata, di circa 5 metri per lato, costruita con cubetti di selce alternati a mattoni rossi di diverso materiale, al fine di meglio distribuire il peso in altezza. Durante la sua costruzione fu tenuto conto, ad esempio, anche della conformazione della piazza che era (ed è) leggermente in pendenza. Motivo per cui il basamento, anch’esso a pianta quadrata, porta spigoli ad altezza variabile.

Negli oltre 50 metri di altezza, la prima parte della Torre si sviluppa quasi completamente senza aperture, se si eccettuano delle piccole feritoie, che avevano il solo scopo funzionale di illuminare le scale interne. È, invece, nella parte più alta che la sua struttura offre il meglio di sé. Composta di 4 piani incorniciati da fasce di mattoni ed elementi decorativi di marmo bianco, possiede 32 finestrature tra bifore e monofore, oltre a quattro edicole sporgenti e scodelle in maiolica incastonate sulla superficie.

Queste scodelle, di colore verde e giallo, hanno un significato simbolico ben preciso e rappresentano la luce che promana dal Vangelo e dalla fede e che illumina il mondo. Sul prospetto est della Torre è allocata, invece, l’edicola della Madonna più antica di tutto il centro storico, conosciuta come la Madonna Addolorata. Purtroppo, non è stato possibile reperire notizie certe a riguardo ma sembra che sia da collocare attorno alla fine del XVII secolo. All’interno di una cornice ovale è raffigurata l’immagine della Madonna, circondata da tre cherubini e poggiata su un capitello che, alla base, è ornato da quelli che, una parte della tradizione folkloristica, vorrebbe essere nove capolini di carciofo.

Secondo un altro indirizzo tradizionale invece potrebbero essere anche dei boccioli di fiori.
La lampada posta alla base dell’ovale è in ferro battuto ed è opera di Sandro De Marchis, formata da tre bracci frondosi, i quali terminano con dei petali aperti che sembrano a ben guardarli davvero dei carciofi. Da questo deriva l’usanza di definire la madonnina cosiddetta dei” Carciofi”.
Profondamente caratterizzante la Torre del Trivio è la presenza , sul lato Sud, di una straordinaria meridiana, installata nel 1872 e progettata dal religioso e matematico Padre Raimondi.
E della Scarana. Probabilmente vi starete chiedendo cosa sia. La scarana era una campana che venne sistemata sul tetto dell’ultimo piano della Torre e che, rispetto alle altre campane, assolveva ad una funzione completamente diversa. Era la campana che veniva suonata quando era convocato il consiglio a Palazzo e come avviso del coprifuoco serale.

Da tutte queste notizie e particolarità che sin qui vi ho raccontato, si evince con grande chiarezza quanto la Torre del Trivio sia importante per la nostra storia. Dagli albori del quattordicesimo secolo osserva, silenziosamente, la nostra città. Passata attraverso mille e più stagioni, attraverso pioggie torrenziali e nevicate, caldo torrido, terremoti e guerre. Ammaccata, colpita da fulmini e proiettili è stata testimone di secoli di storia che si sono avvicendati attorno a lei. Ha osservato transitare le carrozze per le vie del centro, poi le prime auto. Ha ascoltato le chiacchiere di paese, le risate dei bambini divenuti poi padri e poi nonni.
È stata compagna granitica delle vite dei nostri avi, dei nostri nonni poi dei nostri padri ed oggi, della nostra. Un monumento di importanza cardinale, un simbolo di tutto ciò che siamo stati e che siamo da continuare a tutelare e valorizzare come solo “i giganti” meritano.










