L’Angolo dell’Arte: l’eco della Rocca scomparsa

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Il punto di partenza del mio nuovo viaggio negli eoni del tempo, questa volta si diparte dalla Via del Cigliolo. Parcheggio la macchina a ridosso del Cimitero e indosso le mie scarpe più comode, riempio i polmoni d’aria in un respiro di aspettativa e inizio a camminare. Via del Cigliolo è subito in salita e trasmette, immediata, la sensazione di poterti condurre in luoghi sospesi nel tempo. Tra case sparse e il rumore della città sottostante che si fa sempre più ovattato, mi inoltro in una delle tante anime del Parco Dei Castelli Romani.

Giungo, in breve, alla Fontana Marcaccio, un’antichissima fonte medievale ancora in attività, le cui acque piene di arsenico, però, sono state dichiarate dal Comune non potabili. Costeggiando le ultime case, imbocco una strada bianca, il sentiero 523, che si addentra in un bosco sempre più fitto, ad ogni metro che percorro verso la mia destinazione.
Cammino, respirando aria odorosa di erba umida e terra. Sono concentrato solo sul mio “qui ed ora”.
La natura, accanto a me, mi fa compagnia e senza quasi accorgermene sono giunto, tra inattese finestre panoramiche affacciate sulla pianura e i Monti Lepini, ad un’ampia radura conosciuta come la Valletta del Lupo. Davanti a me si snoda un crocevia di sentieri.

Proseguo lungo il sentiero 523a che dirama a sinistra e si incunea in una stretta trincea nel tufo portandomi sino ai resti del Castello D’Ariano. Sulla Rocca mi accoglie una straordinaria terrazza di roccia da dove lo sguardo può spaziare, indisturbato, tra la Piana Pontina, il mare, i pratoni del vivaro, le creste del cratere vulcanico, Rocca Priora e la croce del Monte Tuscolo sullo sfondo, in uno stupefacente colpo d’occhio che abbraccia senza difficoltà l’anima variegata e caleidoscopica del nostro territorio.
I resti del Castello D’Ariano, ad ogni modo, sono parecchio scarsi e solamente attraverso un grande esercizio di fantasia possono contribuire a dare un’idea compiuta di ciò che questa roccaforte rappresentò nel corso dei secoli.

Il Monte Algidus, più comunemente conosciuto come Maschio D’Ariano, rilievo montuoso al di sotto del quale prende vita Lariano, in epoca imperiale ospitava un avamposto di difesa romano. Anche il poeta Orazio, ne parla nel suo Carmen Saeculare, menzionando il fatto che sulla Rocca fosse allocato un tempio dedicato alla Dea Diana. Le movimentate vicende storiche che hanno interessato per secoli questa roccaforte iniziano nell’846 quando il figlio di Melosio, Demetrio, ne operò una ricostruzione per mettere al sicuro la popolazione dalle scorrerie arabe di quel periodo.

Il castello di Lariano che, ricordiamolo, deve il suo nome ad una o più ville della Gens Romana degli Arria stanziata in quei luoghi, è stato nominato in questi termini, per la prima volta, nel 1140.
I monaci di Grottaferrata, in un ricorso al Pontefice, ne chiedevano espressamente la restituzione, all’esito della scadenza del contratto a Tolomeo II dei Conti di Tuscolo. Molte famiglie potenti furono cooptate nelle lunghe e annose diatribe per il possesso del maschio d’Ariano: i Conti di Tuscolo, appunto, ma anche gli Annibaldi, i Savelli e gli stessi Colonna. In un conclave del 1269, tenutosi a Viterbo, la Rocca di Lariano venne definita “praetiosa” e come tale ne fu rivendicato, da parte della Chiesa Romana, il dominio diretto.

Fu sotto Papa Alessandro III che i territori in questione furono interamente traslati sotto la potestas ecclesiae. Per motivi logistici e di conformazione territoriale, la Rocca era considerata un luogo di spiccatissima sicurezza, così tanto che, a cavallo del 1200, Papa Innocenzo III vi fece rifugiare il Visconte di Campiglia durante la Guerra contro Viterbo. Nel 1235, data la sua importanza, la Rocca venne inserita di diritto nelle Castellanie della Chiesa. L’intricata e variopinta lotta per la sua egemonia, iniziò alla morte di Papa Clemente IV, avvenuta il 29 novembre 1268. Nel momento in cui il Soglio Pontificio risultava ancora vacante, tal Ricciardello Annibaldi, con un’azione di forza ben studiata, si impadronì del castello dopo un periodo di scorrerie nei territori circostanti. Fu in quel momento topico che il Collegio dei cardinali esortarono le milizie di velletri a riconquistare in luoghi sottratti, in nome e per conto della Chiesa.
Quello che, però, non riuscì alle milizie veliterne, lo concretizzò la Famiglia Colonna. Niccolò Colonna ne tenne il possesso sino alla fine del 1300, ciò sin quando Clemente VII, conosciuto come l’Antipapa, lo consegnò a Giordano Orsini.

Ma la famiglia Colonna, come il canovaccio di ogni romanzo storico parrebbe postulare, non si diede per vinta e ne riconquistò il possesso fino al 1412, anno in cui Teobaldo Annibaldi riuscì a sottrarglielo.
Tra alterne vicende di assegnazioni, revoche di privilegi e scomuniche si arrivò alla guerra del 1400 circa, tra i Colonna ed il papato. Vi fu uno spiegamento massivo di forze militari.
Oltre 8000 fanti del Papa conquistarono moltissimi dei territori dei Colonna tra i quali: Albano, Castel Gandolfo, Zagarolo e persino Palestrina che ne era il feudo principale. Ma non riuscirono ad espugnare il castello di lariano. Non pago di tutto ciò, il Papa, invio un ulteriore drappello di 4000 fanti con il compito di mettere Lariano sotto assedio cui si aggiunsero altri 800 soldati provenienti da Velletri. Il 26 ottobre del 1463, dopo una lunga resistenza, i larianesi, sfiniti e senza poter contare sull’appoggio di alcuno, capitolarono in una resa senza condizioni.
Il Castello fu, a quel punto, distrutto, raso al suolo e dato alle fiamme. Si è ipotizzato che, dopo la distruzione della fortezza, la popolazione dedita alle armi si fosse trasferita a Velletri con l’intento di continuare il proprio mestiere, mentre la popolazione contadina rimase stanziale.

Faccio vagare gli occhi attorno a me, in quella radura battuta dal vento, e mi è difficile credere che quei pochi ruderi rimasti siano intrisi di così tanta storia.
Mi alzo da dove mi ero seduto, per ristorarmi un po’.
Mi sgranchisco le gambe, si sta facendo tardi… è ora di tornare indietro alla vita caotica di tutti i giorni dopo quella sosta che mi ha riportato indietro nei secoli. Inizio a ripercorrere la strada, in senso opposto e questa volta la mia attenzione è calamitata da grotte scavate nel tufo che si incontrano alla base del recinto del castello. Quello era il nucleo abitativo di coloro che lavoravano al servizio del castello stesso. Abitazioni integralmente scavate nel tufo, a carattere di semi ipogeo esternamente rivestite in legno. Non appena immesso nuovamente sul sentiero 523, ho la possibilità di approfondire l’osservazione dell’antico abitato. Incontro il primo di sette gruppi di abitazioni, scavate sul fianco destro della parete di roccia. Le case hanno oggettivamente planimetrie complesse e parecchio articolate. Presentano vani sotterranei che si dipartono da un corridoio profondo sino a sette metri. Entrando al loro interno, si possono distinguere spazi per la notte, camini e canne fumarie oltre a nicchie per le lucerne e spazi per la sistemazione di cibo e oggetti domestici.
Sorrido, mentre cammino verso la sterrata della Valletta del lupo. È davvero emozionante pensare che in quei luoghi abbiano dimorato i nostri antenati. Transito nuovamente per Fontana Marcaccio e avvertendo la città ed i suoi rumori, riprendere gradatamente corpo, arrivo alla mia macchina.
Circa tre ore e mezzo di cammino mi hanno condotto attraverso un intreccio di storia e natura che mi ha corroborato l’anima e il corpo. Che meraviglia questo nostro territorio che reca in sé anime così diverse: storie millenarie, natura mite e selvaggia, panorami mozzafiato e la certezza di una bellezza antica che va preservata in ogni sua forma.