L’Angolo dell’Arte. Porta Romana, “Lo Sconcio dell’obliquità della porta”

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L’antica Velletri, era una piccola cittadina, cinta da mura. Esse abbracciavano Parco Ginnetti, salivano sino ad inglobare la Chiesa di Santa Lucia e nel loro percorso correvano adiacenti alla casa di Vincenzo Giovan Battista Vendetta, noto come Cencio o il Brigante della Madonna.

Cencio Vendetta era, come è noto pressoché ad ogni buon veliterno che si rispetti, un uomo dalla dubbia moralità, decisamente poco raccomandabile. Un personaggio pericoloso che incuteva timore ai suoi concittadini anche solo con la sua fama di rapinatore, ladro, assassino. La sua figura, o meglio, la litania di crimini che il suo nome portava con sé, si rivelerà cruciale nella Storia della “Porta Superiore” o “Porta Romana”.

Guido Giani mi ha raccontato che, quando cominciò a pensare di rappresentare Porta Romana, si mise in cerca delle immagini dell’ultima versione della Porta, quella a ridosso del suo abbattimento, avvenuto nel 1839 e che, curiosamente, ne reperì solamente due.
La rappresentazione in prospettiva eseguita dal Rossini e la ricostruzione architettonica e grafica, figlia degli studi e delle ricerche approfondite di Giorgio Schneider Graziosi. Quest’ultimo affermò che per la progettazione della Porta fu nominato nientemeno che Giacomo Barozzi Da Vignola e che i lavori di costruzione furono affidati al discepolo dello stesso, Giacomo Della Porta.

La prima pietra venne posata nel 1576 ed il collaudo della Porta Superiore venne eseguito nel 1577. Va da sé che la costruzione fu straordinariamente rapida e fruttuosa, una fattispecie davvero rara e degna di nota, per i tempi che furono e purtroppo anche per i nostri. La storia, anche meramente visiva, di Porta Romana narra di numerose implementazioni per quel che concerne dettagli e abbellimenti che vennero operati progressivamente, in un arco temporale di circa 250 anni.

Originariamente il suo stile era essenziale e pulito. Linearità e assenza di fronzoli concretizzavano il segno distintivo del genio del Vignola. Gli stemmi di Papa Clemente XIII e dei Cardinali Cavalchino e Torreggiani vennero installati nel 1766. Porta Romana raggiunse, a cavallo del 1800, il suo massimo fulgore. Un esempio architettonico di valore artistico e storico incalcolabile, che avrebbe potuto rappresentare un vero e proprio fiore all’occhiello per la nostra città. Ed è proprio in questa ottica che le vicende della sua demolizione, assumono fattezze ancor più stridenti e difficili da metabolizzare.

Il motivo addotto, dai deputati dell’antica Velletri fu proprio: “Lo sconcio dell’obliquità della Porta”.
Dobbiamo immaginare Velletri come un agglomerato di case, affacciate su vie strette, dalla pavimentazione irregolare, con percorsi spesso tortuosi. Si viaggiava e si lavorava con carrozze, carretti e postali. Parliamo di mezzi che avevano una larghezza, orientativamente, sino ad un massimo di 1,90 m e una lunghezza sino ad un massimo di circa 5 metri. Erano mezzi dalla mobilità rumorosa e farraginosa.

Questione di mobilità: questa la scusa ufficiale per la demolizione della porta. Questione di pusillanimità, dico io. Asserisco questo perché, stante le misure medie dei mezzi di locomozione utilizzati per la vita quotidiana, non era certamente il passaggio sotto il fornice per accedere al Corso, il problema. Dal punto di vista logistico, non sussistevano impedimenti, poiché l’asse viario era appena piegato sulla destra. Ciò che, invece, rendeva “sconcio” il transito era la presenza di una casa privata con una singolare conformazione ad angolo, che rendeva scomoda l’effettuazione di una curva a sinistra, creando con l’asse viario un angolo acuto.

Chiaro che la cosa più semplice sarebbe stata modificare la casa in maniera tale da rendere agevole il passaggio. Ed è qui che si innesta il discorso della “paura”. Perché quello strano edificio che, al proprio interno recava una casa privata ed una saponeria, era di proprietà di Vincenzo Vendetta, detto Cencio. E nessuno, avrebbe mai avuto l’ardire di un confronto in tal senso con lui. La sua fama, dopotutto, lo precedeva: grande dimestichezza con le armi bianche ed assenza totale di qualsivoglia scrupolo morale, erano il suo biglietto da visita.
Ma la questione doveva, per il corretto e quieto vivere dell’antica Velletri, essere risolta.
“Abbatteremo la Porta”.

Questa fu la soluzione “ottimale” trovata e malauguratamente perseguita nel 1839 dai signori deputati della nostra città dell’epoca. E fu così che un capolavoro di architettura cinquecentesca, recante stemmi papali e fregi cardinalizi, venne distrutta e di quella bellezza che arricchiva di arte e storia la nostra Velletri, non rimane più nulla.

Nulla, se non qualche frammento (tre o quattro pezzi dei fregi, ndr) che ad oggi possiamo trovare parzialmente interrato nei giardini di piazza Garibaldi e nella Villa Comunale assieme ad altri reperti archeologici.
Anche in questa sciagurata vicenda, esattamente come fu per Palazzo Ginnetti, il minimo comune denominatore è sempre quello: l’incapacità di valutare adeguatamente l’importanza del patrimonio artistico e culturale della nostra città.

Più mi addentro nei meandri di questo viaggio fantastico, in compagnia di Guido Giani e della sua indefettibile voglia di riportare a nuova vita le bellezze che fanno parte della nostra storia, più mi rendo compiutamente conto di quanto abbiamo colpevolmente perduto e smarrito nei secoli. Ma possiamo ancora far molto, pur nella oggettiva impossibilità di riportare indietro ciò che non esiste più. Possiamo studiare, riscoprire, narrare e portare a conoscenza ciò che abbiamo, più o meno consapevolmente, consentito che venisse cancellato dal nostro bagaglio di storia.
Possiamo lavorare sull’importanza che la cultura e la conoscenza rivestono nelle nostre vite. Possiamo insegnare ai nostri ragazzi quanto, entrambe, siano le uniche armi che abbiamo a disposizione per difenderci dalla manipolazione e dal falso imperante dell’epoca in cui viviamo.

Che se è vero che abbiamo a disposizione solo il nostro presente, è altrettanto vero che senza passato e senza la memoria di chi siamo stati, non può nemmeno esistere un futuro.