L’Angolo dell’Arte. Palazzo Ginnetti: simbolo e icona della Velletri che fu

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Chissà se l’appena creato Cardinale Marzio Ginnetti, affacciandosi dalle logge dell’omonimo palazzo sito in piazza del Trivio (oggi Piazza Cairoli), nel 1627, avrebbe mai potuto preconizzare la fine ingloriosa cui la rappresentazione tangibile della sua idea di grandezza, sarebbe andata incontro, attraverso i secoli.

La storia di Palazzo Ginnetti inizia nel lontano 1563, quando Giovanni Battista Ginnetti, padre del Cardinal Marzio, acquistò il terreno su cui sarebbe sorto uno dei più belli e magnificenti esempi di architettura seicentesca di tutti i Castelli Romani. Un unico punto di vista non era sufficiente per apprezzare Palazzo Ginnetti nella sua totalità, nella giustapposizione di anime diverse incarnate, ad esempio, dal prospetto Est e dal prospetto Ovest.

Quegli stessi che Guido Giani ha magistralmente rappresentato attraverso la sua tecnica e le sue ricerche e che io ho l’onore di poter allegare a questo articolo, impreziosendolo. Un vero e proprio Giano Bifronte che aveva nel lato affacciato sull’antica piazza del Trivio l’apparenza di un palazzo di città e nel lato che affacciava sul giardino e sui molteplici possedimenti agricoli, l’immagine di una villa di campagna. Le informazioni sulla costruzione e i successivi ampliamenti non sono chiaramente documentate. Anche alla luce di una serie di ritrovamenti archivistici che risultano essere, però, totalmente frammentari. Pur tuttavia esistono alcuni punti fermi dai quali è possibile partire per poter disvelare una delle storie più importanti che la nostra Velletri, annoveri:

La voglia di grandezza che il Cardinale cercò di trasferire matericamente nell’edificio che più di qualsiasi altro calamitò la sua attenzione durante tutto il corso della sua vita;
Le alterne vicende familiari ed economiche che ne influenzarono il destino.

Il Palazzo fu immaginato originariamente come punto nevralgico di una proprietà agricola dai vasti confini, in sinergia e collegamento con quella di Castel Ginnetti e Roccagorga. Per decenni, infatti, Marzio continuò ad acquistare appezzamenti di terreno contigui a quelli attorno al Palazzo. Irrigati dalle acque di ritorno delle fontane vennero coltivati a vigne, oliveti e grano con anche la presenza di qualche allevamento di bachi da seta. Ma non fu certamente l’andamento delle proprietà agricole, presumibilmente malgestite, l’elemento rilevante dell’universo veliterno dei Ginnetti.

Ma fu la voglia di magnificenza, di unicità. Il desiderio di lasciare un segno a guidare Marzio anche nella scelta di coloro i quali avrebbero plasmato l’edificio a sua immagine e somiglianza. All’epoca della sua costruzione, Palazzo Ginnetti, era la residenza principale della famiglia. Solo successivamente, all’esito del loro trasferimento a Roma, divenne semplicemente un luogo di villeggiatura e come tale fu ripensato e modificato.
Pur dovendo riportare a momenti di riposo e svago, la sua struttura era originariamente parecchio austera. Le sue dimensioni ragguardevoli, parliamo di circa 17 metri di altezza per oltre 60 di larghezza, lo facevano somigliare più ad un edificio difficilmente espugnabile, solo marginalmente ingentilito dalla presenza di una torretta Belvedere.
Il Palazzo era sorto su una delle piazze più antiche di Velletri, allora nota come Piazza Del Trivio e anch’essa ne venne strutturalmente e storicamente influenzata. Si narra infatti che, in previsione di un importante evento per il paese, nel 1612, la famiglia Ginnetti acquistò moltissime case limitrofe al palazzo per poterle abbattere, modificando così la morfologia della piazza, rendendola lo stretto rettangolo che è oggi. Fu attraverso il costante interesse del Cardinal Marzio, per il quale “la fabbrica del palazzo” rimase preoccupazione costante per tutta la vita, che la piazza si strutturò come centro nevralgico dell’antica Velletri.
Svariati architetti furono coinvolti nella lunga storia di modifiche della struttura originaria dell’edificio.
Parliamo di personaggi del calibro di: Francesco Peparelli, Antonio del Grande e Martino Longhi il Giovane responsabile della costruzione dello Scalone Monumentale, divenuto addirittura monumento nazionale nel 1885 e come tale sottoposto a vincolo conservativo.

La storia di Palazzo Ginnetti è simile a quella di un’antica “Fabbrica di San Pietro” in cui lavori di stuccatura e affresco come indice di grandezza, si alternavano faticosamente a lavori strutturali volti alla risoluzione di gravi problemi di cedimento.
Così fece il Peparelli, architetto ed esperto di ingegneria ed idraulica, trasformando il Palazzo in una vera e propria villa suburbana nello stile tipico della Farnesina ma molto più imponente. Progettò l’aggiunta di “ali” che avevano la funzione di contrafforti e provvide a terrazzare parte del terreno prospiciente la parte est, bruscamente digradante. Siamo in un periodo, credibilmente a cavallo del 1640, dove i lavori procedono in maniera spedita e proficua, salvo poi arrestarsi bruscamente attorno alla primavera del 1641 a causa di penuria di fondi, presumibilmente mal amministrati. Tutta la documentazione attestante lo stato dell’arte di Palazzo Ginnetti si interrompe completamente tra il 1641 ed il 1653. Dalla frammentarietà delle notizie che si è riusciti a recuperare sul Palazzo, possiamo ricavare solo pochi dati certi quali ad esempio: la disposizione interna che chiaramente rifletteva quello di un edificio del cinquecento con un’entrata su Piazza e svariati accessi nella parte del giardino, di cui quello sopravvissuto accanto Porta Romana, era presumibilmente il principale. Oltre questo possiamo desumere la presenza di servizi e alloggi dei servitori al pian terreno insieme a un tinello, la bottiglieria, l’armeria e la cucina e quella degli appartamenti personali di Marzio al piano nobile e della sua Consorte Girolama de’ Cavalieri al piano secondo. Oltre che al salone monumentale chiamato: la Sala del Baldacchino sempre al piano nobile.

Ciò che sorprende è la presenza di una costruzione nel giardino che ospitava un vero e proprio “museo delle curiosità” dove potevano ritrovarsi armi, corni di unicorno, pietre di Sicilia e scodelle di cocco provenienti dalle Indie, solo per dirne alcune.

Insomma, Palazzo Ginnetti che, alla morte del Cardinale Marzio avvenuta nel 1671 era pressoché ultimato, non può essere banalmente classificato con un edificio cinquecentesco. Esso ha rappresentato la volontà del suo committente di essere latore di grandezza, spettacolarità e originalità. Un edificio, bofonchiò qualche detrattore del Ginnetti, più adeguato ad un Imperatore, ad un Re che non ad un Cardinale.

La storia di questa incredibile costruzione inizia a terminare, in maniera definitiva, nel Gennaio del 1944 quando gli alleati lo bombardarono demolendolo in gran parte. Nel 1945 fu presentato da parte dell’Architetto Paolo Rossi un progetto di ricostruzione, approvato successivamente nel 48, che non venne mai iniziato. Nel 1961 ciò che residuava di quel che a tutti gli effetti era un rudere, venne raso al suolo e sulle sue macerie ideali vennero costruiti due edifici moderni collegati da una galleria che, dalla memoria di ciò che di meraviglioso avrebbe potuto essere conservato e ristrutturato, ereditò solamente il nome.

Mi auguro che la storia di Palazzo Ginnetti e della grande bellezza che la nostra cittadina ha colpevolmente perso per incapacità di tutelare e preservare possa rappresentare un monito indimenticabile. Affinché, sin da oggi, possiamo imparare ad apprezzare e mantenere ciò che di più bello e degno di nota la Storia ha regalato a questo scampolo di mondo che è profondamente casa nostra. Anche nelle sue rovine, anche e soprattutto in quella storia che ci appartiene fin dentro l’anima.