Sul problema dei magistrati politicizzati o corrotti

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Dicevo in un precedente articolo che i Costituenti, assegnando un ruolo fondamentale alla sovranità popolare, pensavano che cittadini responsabili, delegassero il loro potere a persone “onorevoli” che lo esercitassero nei limiti della Costituzione.

A proposito dei giudici (volendo controbilanciare) i Costituenti, neppure immaginavano che all’interno della magistratura emergessero casi di corruzione o condotte illecite o che fosse un settore che potesse essere toccato da scandali.

Nell’Assemblea Costituente italiana vi era una forte aspettativa, e in molti casi l’ambizione, l’orgoglio, la presunzione, che i magistrati avrebbero agito come figure integerrime, imparziali e totalmente autonome dai poteri politici.

Questa visione era alla base del disegno costituzionale che ha inteso la magistratura non come un semplice corpo burocratico, ma come un ordine autonomo e indipendente.

Reduci dall’esperienza fascista in cui la magistratura non era indipendente, vollero garantire un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, credendo fermamente che l’indipendenza fosse la migliore garanzia per esercitare la giustizia.

Con l’articolo 104 della Costituzione italiana, i Costituenti vollero sottrarre la magistratura all’influenza del Governo perché doveva essere il pilastro democratico.

Per questo motivo hanno stabilito che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere; per garantire l’uguaglianza dei cittadini e l’imparzialità della giustizia, attuata tramite l’autogoverno del CSM.

Per i magistrati che avrebbero violano i propri doveri, i Costituenti hanno ritenuto adeguati i meccanismi di controllo e disciplinari, affidati al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), come stabilito dagli articoli 105 e 107 della Costituzione.

I padri costituenti non hanno preso nemmeno in considerazione che un magistrato potesse far politica e poi rientrare in magistratura.

Sebbene la Costituzione garantisca il diritto di elettorato passivo per i magistrati lo spirito dei costituenti era improntato alla massima separazione tra la funzione giurisdizionale e quella politica. 

L’art. 98, comma 3, della Costituzione (non toccato dalla riforma) prevede che la legge ordinaria possa stabilire limitazioni al diritto d’iscrizione ai partiti politici per i magistrati, e di conseguenza limitazioni all’elettorato passivo.

I magistrati in servizio attivo non possono candidarsi in circoscrizioni in cui esercitano le loro funzioni, per evitare di strumentalizzare il proprio ruolo a fini politici.

Il fenomeno definito delle “porte girevoli”, ovvero magistrati che passano alla politica attiva e poi rientrano nel ruolo giudicante, i padri costituenti italiani non lo avevano neppure immaginato e la Costituzione non centra nulla con questo fenomeno, che può essere regolato, limitato o escluso con leggi ordinarie.

Come sostiene chi si oppone alla riforma costituzionale, inclusa gran parte della magistratura (ANM), fenomeni come la politicizzazione della magistratura o comportamenti criminali come la corruzione possono e devono essere combattuti con strumenti ordinari, non costituzionali.

Il problema dell’esistenza di magistrati disonesti, politicizzati, corruttibili o corrotti non si risolve cambiando la Costituzione che per quel ruolo prevede figure integerrime, imparziali e totalmente autonome dai poteri politici.

Sono convinto che la maggioranza dei magistrati siano persone oneste, giuste, imparziali e non politicizzate e se diventano magistrati anche persone poco raccomandabili, disoneste, inaffidabili o sospette la colpa non è della Costituzione.

Poi c’è da dire che la politica è “storicamente” associata a casi di corruzione ed è per me scandaloso il fatto che l’accusa ai magistrati viene da politici, dai politici che non si pongono neppure il problema della corruzione politica dilagante e tengono in Parlamento persone inquisite di gravi reati.