Una criticità istituzionale il mancato rispetto delle indicazioni della Corte costituzionale

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Nell’ordinamento italiano la funzione principale della Corte costituzionale è quella di annullare le norme incostituzionali, ma non può sostituirsi al legislatore elaborando nuove leggi. Pur non avendo una funzione propositiva di disegni di legge o altre norme al Parlamento, attraverso le sue decisioni può dare indicazioni al legislatore utilizzando i cosiddetti “moniti” o “inviti”.

Non si tratta di ordini vincolanti, ma di “autorevoli sollecitazioni istituzionali” che, senza esercitare un “potere propositivo formale”, cercano di mantenere un “dialogo istituzionale”. Attraverso questi “moniti”, contenuti nelle sentenze o nelle ordinanze, la Corte può segnalare vuoti normativi, suggerire soluzioni, fissare scadenze.

Spesso, per sostituire norme dichiarate illegittime, tratteggia i principi e delinea i confini entro cui il legislatore dovrebbe muoversi. In alcuni casi, la Corte ha rinviato nel tempo gli effetti di una sua sentenza di incostituzionalità per dare al Parlamento il tempo di approvare una nuova legge ed evitare un vuoto normativo. Quando si tratta di tutelare diritti costituzionali, indica spesso al Parlamento la necessità di intervenire per regolare materie che risultano prive di una copertura legislativa adeguata; ma sempre più spesso i ripetuti appelli della Consulta cadono nel vuoto.

Caso emblematico è quello che riguarda il suicidio medicalmente assistito: la Corte ha più volte sollecitato il Parlamento a legiferare per colmare il vuoto normativo e tutelare i diritti dei cittadini senza che una legge sia stata ancora approvata.
C’è da considerare che rispetto al decadimento della classe politica fatto registrare negli ultimi tempi, la qualità complessiva dei giudici della Corte costituzionale italiana è considerata mediamente stabile in termini di altissima competenza tecnica. Le decisioni continuano a basarsi su un’interpretazione giuridica rigorosa, perché la maggior parte dei giudici proviene dai vertici della magistratura (Consiglio di Stato, Cassazione, Corte dei Conti) o dal mondo accademico universitario.
Per quanto riguarda le indicazioni della Corte costituzionale al legislatore, quel che bisogna sottolineare è come si sia passati da una crescente “disattenzione” già sul finire del secolo scorso, ad una situazione in cui i “moniti” della Consulta sono stati spesso ignorati o del tutto disattesi. Fra parentesi è bene tuttavia specificare che i primi tempi non sono stati facili perché i partiti di governo (soprattutto la Democrazia Cristiana) temporeggiarono per anni prima di eleggere i giudici, temendo che la Consulta potesse ostacolare il loro programma politico.

Quando la Corte costituzionale divenne operativa nel 1956 sotto la presidenza di Enrico De Nicola, iniziò ad abrogare molte leggi del periodo fascista ancora in vigore ed il Parlamento considerò questo intervento come un’invasione di campo. La reazione del Parlamento alle prime sentenze sgradite fu spesso di chiusura, culminando talvolta in tentativi di riforma costituzionale per limitare i poteri, l’esatto contrario di un dialogo costruttivo. Una interazione vera e propria tra Corte costituzionale e Parlamento, allora rappresentato da partiti con una forte centralità, che costituivano il motore dell’attività istituzionale, si è sviluppata solo nei decenni successivi ed il dialogo, per colmare vuoti legislativi sui diritti fondamentali, ha assunto la forma di una vera e propria proficua collaborazione.

Questa leale collaborazione e un legame più stretto dei partiti con i principi della Costituzione ha prodotto o stimolato leggi fondamentali per garantire l’uguaglianza sostanziale e i diritti dei lavoratori, con i due capisaldi: la legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (Legge 833/1978) e lo Statuto dei Lavoratori (Legge 300/1970). La riforma sanitaria è stata considerata una conquista fondamentale perché ha superato il vecchio sistema delle “mutue”, garantendo per la prima volta a tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito o dalla professione, il diritto universale e gratuito alle cure.
Lo Statuto dei Lavoratori (Legge 300/1970) è stato fondamentale perché ha portato, come allora fu detto, “i principi della Costituzione dentro le fabbriche e gli uffici”, garantendo la libertà e la dignità dei lavoratori nei luoghi di lavoro, tutelando la privacy, vietando i controlli a distanza e le discriminazioni, e permettendo l’attività sindacale dentro le aziende. Quanto alle diverse tipologie di pronunce e alle raffinate tecniche decisorie, mi limiterò alla semplice definizione delle cosiddette “sentenze interpretative” e a quelle cosiddette “manipolative”.

Le sentenze interpretative sono fondate sulla circostanza che spesso una disposizione legislativa si presta ad essere interpretata in modi diversi e tra i diversi modi, la Corte indica l’interpretazione conforme alla Costituzione. Il giudice che ha sollevato il dubbio deve quindi adeguarsi a questa interpretazione, evitando di applicare la norma in modo incostituzionale. Queste decisioni, che indicano un’interpretazione “costituzionale” della legge, non vincolano formalmente i giudici diversi da quello che ha sollevato la questione: ad essi spetta applicare le leggi in piena autonomia. Normalmente, però, essi si adeguano alle interpretazioni indicate dalla Corte, in quanto necessarie per evitare che la legge assuma un significato incostituzionale.
Le sentenze manipolative (o “di accoglimento parziale”) sono decisioni con cui la Corte, per non cancellare la norma, interviene direttamente sul testo di una legge, modificandone o integrandone il contenuto per renderlo conforme alla Costituzione.

La Corte dichiara l’illegittimità della legge “nella parte in cui non prevede” qualcosa che invece dovrebbe esserci per rispettare la Costituzione.