Novità editoriale: Filippo Ritondale in Libreria con il romanzo “Pensa al colore del mare”

L’estate è in arrivo e porta con sé il nuovo romanzo di Filippo Ritondale, “Pensa al colore del mare”, edito da De Cultura. Lo scrittore campano, oggi residente a Velletri, dopo l’esordio con “Il lume e la lama” (Cairo) ha pubblicato un’altra opera davvero interessante e intensa. Protagonista è il personaggio di Marco Rispoli, di professione scrittore, il quale all’indomani della morte della moglie si chiede cosa sia l’amore e cerca una risposta a questa domanda anche quando Lilli, la sua giovane nipote, muove i primi passi nel mondo dei sentimenti adulti. Non smette di domandarselo in quelli che sente essere gli ultimi anni della sua vita, vissuti in simbiosi con la natura e in dialogo costante con le sagge parole dei libri. Sarà poi un incontro casuale a fargli conoscere dello stesso il suo rovescio: l’odio e il più tragico dolore. Ne abbiamo parlato proprio con l’autore per entrare più nel dettaglio del suo romanzo.
Filippo Ritondale, per lei una nuova esperienza letteraria con un romanzo intenso, forte e carico di emotività. A livello di scrittura, quando si accende la miccia della produzione?
Non c’è un momento preciso in cui nasce l’ispirazione. Ad esempio, nel mio primo romanzo “Il lume e la lama” l’idea di scriverlo viveva in me, solo accantonata, da sempre. Il lavoro, la quotidianità fatta di impegni e di relazioni, mi impedivano il giusto raccoglimento, fermo restando però l’intenzione di farlo. Il successivo pensionamento mi ha aiutato. Per questo secondo libro mi ha spinto il desiderio di cercare di dare contenuto al concetto dell’amore, riuscendo a definirlo compiutamente, una cosa che mi ha sempre tentato. Piano, piano, anche aiutato dai concetti e dai pensieri espressi dai tanti autori letti al riguardo, è nato giorno dopo giorno “Pensa al colore del mare”. Ma se mi si chiede se sono riuscito nello scopo che mi ero prefissato devo confessarti di no! Il sentimento dell’amore è un prisma dalle troppe infinite facce.

“Pensa al colore del mare” è un’esortazione o una constatazione?
Ho sempre amato il mare nelle sue tanto diverse manifestazioni. Mi è stato pertanto facile paragonarlo all’amore, anch’esso prisma dalle infinita sfaccettature e così, non riuscendo a definire quest’ultimo, dalla iniziale constatazione è nata la successiva esortazione che nel libro Marco Rispoli rivolge alla nipote Lilli allorquando anch’ella, alle prese con i primi turbamenti amorosi, si domanda malinconicamente: “nonno, ma cos’è l’amore”. “Pensa al colore del mare” resta perciò una esortazione che rivolgo volentieri a tutti coloro che per un attimo intenderanno, magari sotto un ombrellone, soffermarsi a riflettere.
Il rapporto tra Marco e Lilli è centrale nella storia: come ha costruito i pensieri e i sentimenti di due persone diverse per età e generazione?
Di solito all’autore di un romanzo si chiede sempre se vi sono aspetti autobiografici. Penso che tutti i romanzi, anche quelli con ambientazioni e protagonisti di assoluta fantasia, contengano sempre, anche non espressamente voluti, motivi autobiografici: nei concetti espressi, nei sentimenti dei protagonisti, in episodi di vita vissuta. Ho una nipotina che vive all’estero, dalla pelle ambrata e con un folto cespuglio di neri capelli, il padre come nel romanzo è di origini caraibiche (è ritratta di spalle nella copertina del libro). Orbene mi è stato facile immaginarla più grande e matura, instaurando con lei quei colloqui che, se Dio vorrà, mi piacerebbe avere tra una decina d’anni.
L’amore, nelle sue immense e variegate sfaccettature, può davvero salvare?
Intendiamoci innanzi tutto sul concetto “d’amore”. Nel mio caso non penso ad un amore “salvifico” di stampo religioso. Come si può rilevare leggendo il libro, condivido pienamente il convincimento espresso sin dalla antichità circa l’esistenza di due forze naturali: “Eros e Thanatos”, eternamente contrapposte. Eros dà la vita ed avvicina, Thanatos la distrugge ed allontana. Così inteso, l’amore può davvero salvare la vita di un essere umano.
C’è un’ispirazione alla realtà in questo testo?
Come accennato in precedenza, penso che ogni romanzo porti con sè tracce autobiografiche del suo autore. Nel mio caso, a parte il già accennato rapporto con mia nipote, mi hanno sicuramente ispirato nello scrivere l’amore per la mia casa, un vecchio casale nella campagna di Velletri, e il mare di Anzio.
Quanto è difficile, oggi, andare in profondità nei propri pensieri e nella propria anima in una contemporaneità che spesso antepone l’apparire all’essere?
Penso che la vita sia fatta di vari periodi esistenziali. Kohelet ci ammonisce dicendo che c’è un tempo per tutte le cose. Nella mia esperienza di vita c’è stato un tempo in cui ero troppo preso dalla professione, poi l’attenzione è stata rivolta al lavoro e alla famiglia che si andava formando. Devo ammettere che c’è stato anche un tempo in cui il desiderio di emergere professionalmente mi ha molto distratto da ciò che più intimamente conta. L’anzianità ha come rimesso le cose al loro giusto posto, ha portato con sè anche la saggezza che mi ha fatto comprendere cosa sia veramente importante nella vita, consentendomi di guardarmi dentro in profondità, riconoscendo la mia anima ed entrando in dialogo con essa. Ritengo pertanto, per rispondere alla domanda, che l’importante sia che questo dialogo prima o poi abbia inizio, perché solo così si potranno individuare “tutte le altre cose che un uomo ha paura di rivelare persino a se stesso”, come ci ricorda Dostoevskij. Altrimenti si lascerà questa esistenza senza sapere nulla di essa.
Perché leggere questo romanzo?
Credo che l’amore sia un sentimento che incuriosisce tutti a qualsiasi età. I ragazzi desiderano intimamente conoscerlo, anche se la giovane età può portarli a giocarci con esso, assumendo un aria scanzonata e di difesa nei suoi confronti. Il libro si rivolge anche a loro, per poi allargare il suo orizzonte coinvolgendo una più ampia platea di persone che come me si pongono domande. Questo libro non ha risposte, ma invita a gettare uno sguardo dentro se stessi e nelle nostre relazioni con gli altri
Ci sono autori o autrici alla quale si ispira e che le hanno lasciato qualcosa nella sua attività letteraria?
Certamente i classici russi, su tutti Tolstoj, ampiamente citato. Inoltre, da molti anni ormai sono un appassionato lettore e cultore della filosofia sufi. Mevlana Rumi e Shams ì Tabriz sono autori che mi hanno fatto compagnia per molto tempo con i loro scritti e che confesso mi hanno ispirato in questo romanzo tutte le volte che ho fatto cenno a dottrine filosofiche orientali.










