Fenomeno allarmante le querele che cercano di mettere il bavaglio all’informazione

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Le numerose querele bavaglio, che influiscono in modo determinante sulla retrocessione dell’Italia in posizioni preoccupanti nella classifica mondiale sulla libertà di stampa, sono considerate tra le più gravi e insidiose limitazioni dell’articolo 21 della Costituzione.

Queste azioni legali, definite temerarie, si basano su accuse di diffamazione infondate e vengono utilizzate non per tutelare un proprio diritto leso, ma per intimidire e silenziare chi informa, costringendolo a subire lunghi e costosi processi per difendersi.

L’obiettivo strategico è creare un effetto di censura preventiva, dissuadendo chi fa informazione a occuparsi di inchieste scomode, argomenti imbarazzanti o denunce pubbliche se non vuole correre il rischio di subire lunghi e costosi processi.

Queste denunce, con la minaccia di risarcimenti milionari, mirano a proteggere interessi politici o di parte, danneggiando gravemente il diritto dei cittadini a essere informati tramite i giornali di comportamenti indebiti o manovre opache e non trasparenti finalizzate a scopi personali.

Le “vittime” privilegiate delle querele bavaglio sono giornalisti d’inchiesta, reporter, blogger, scrittori; ma anche cittadini attivisti e difensori dei diritti umani. Ad accusare sono principalmente politici, imprenditori, amministratori o aziende dotate di grande potere economico.

Nel panorama italiano le accuse infondate non sono certamente una novità, basti ricordare il caso delle famose “dieci domande” che fece scalpore nel 2009 quando l’allora premier Silvio Berlusconi chiese un milione di euro di danni al giornale la Repubblica per l’articolo di Giuseppe D’avanzo in cui l’autore nelle dieci domande chiedeva spiegazioni circa le imbarazzanti frequentazioni del Cavaliere. Sostanzialmente chiedeva di fare chiarezza sulla sua vita privata e sui suoi comportamenti pubblici.

I quesiti vertevano sulla frequentazione di minorenni, sul coinvolgimento di prostitute e sull’eventuale scambio di favori o candidature in cambio di favori sessuali. Il procedimento si concluse nel 2016 con la pronuncia della Corte d’appello di Roma a favore del giornale.

C’è da considerare che in Italia negli ultimi anni il fenomeno ha subito una marcata accelerazione e stiamo assistendo a un ricorso sempre più pericoloso e allarmante a questa forma di “molestia legale” da parte di politici e funzionari pubblici di alto e altissimo livello.

Ultimamente, le denunce contro i giornalisti sembrano essere diventate una risposta quasi automatica non solo della classe politica. Caso recente la richiesta di risarcimento esagerata di 250 milioni di dollari avanzata dal gruppo Cipriani contro il Fatto Quotidiano con l’intenzione dichiarata di farlo chiudere.

In questi giorni fa molto discutere la sorprendente richiesta di otto mesi di carcere per diffamazione avanzata dai Pm di Genova nei confronti dell’inviato Antonino Monteleone e del collega Marco Occhipinti, per un’inchiesta sul caso della morte di David Rossi (responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena)

L’accusa ritiene che il servizio abbia diffamato l’ex sindaco di Siena, adombrando responsabilità sulla misteriosa morte dell’ex dirigente MPS, ma la condanna è considerata ingiusta e inaccettabile perché il carcere non dovrebbe mai essere una misura applicabile per un’inchiesta giornalistica.

La vicenda riguarda un caso misterioso ancora da chiarire di enorme interesse pubblico e l’accusa di diffamazione una sproporzionata limitazione della libertà di stampa, anche perché non sarebbe nemmeno supportata dall’indicazione specifica delle frasi ritenute diffamatorie.

L’Efj (la Federazione dei giornalisti europei) ha più volte acceso i riflettori sul caso delle querele bavaglio in Italia, che ha il record europeo di azioni legali temerarie contro i giornalisti, pari ad un quarto di tutte quelle presentate nell’Unione Europea.

Dal primo gennaio 2022 al 31 agosto 2023 in Italia si sono registrati 47 casi di Slapp (acronimo di azioni legali usate allo scopo di silenziare le voci critiche), pari al 25,5% del totale europeo; seguita dalla Spagna con il 17% del totale e poi dalla Grecia con il 12,8%, Francia e Bulgaria con il 10% ciascuna.

Magra consolazione può essere il fatto che non siamo l’unico Stato membro dell’Unione in cui si ricorre all’uso improprio del sistema giudiziario per mettere a tacere le voci scomode. L’Unione Europea ha però adottato la Direttiva (UE 2024/1069) anti-SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation), nata proprio per proteggere i giornalisti, gli operatori dell’informazione e gli attivisti dalle querele temerarie.

Tale direttiva impone agli Stati membri di legiferare prevedendo sanzioni per chi usa la giustizia come arma di intimidazione, l’archiviazione rapida delle cause palesemente infondate, il risarcimento delle spese legali e dei danni a carico di chi promuove cause abusivamente.

In Italia, il Parlamento ha approvato una legge di delega (Legge n. 36/2026) per recepire la suddetta Direttiva, scaduta il 7 maggio 2026, affidando all’esecutivo il mandato di adottare decreti legislativi per l’attuazione. L’obbligo di regolamentazione, per i limiti delle competenze UE, riguarda le sole controversie di natura “transfrontaliera” e si applica ai soli casi civili. Resterebbero escluse la maggior parte delle querele bavaglio nazionali che sono quasi la totalità (Per la precisione, i casi nazionali rappresentano il 91,5%).

Per questo la Direttiva è affiancata dalla Raccomandazione della Commissione (UE 2022/758) che invita gli Stati membri a dotarsi di leggi nazionali per contrastare le azioni legali abusive nei procedimenti nazionali, non limitandosi solo a quelli transfrontalieri.

La raccomandazione indica i punti chiave: prevedere l’archiviazione anticipata, consentendo ai giudici di respingere le cause palesemente infondate o abusive in una fase iniziale; deterrenza e sanzioni con condanne pecuniarie per chi promuove querele temerarie; risarcimento dei danni garantendo alle vittime il pieno rimborso di tutte le spese legali e dei danni subiti.

Serve una legge che regolamenti un fenomeno ormai allarmante per diffusione e gravità. La sinistra nulla ha fatto quando poteva e certo non si può pretendere che lo faccia questo governo, basti pensare che querele per diffamazione sono state attivate anche da parlamentari di questa maggioranza.

Da ultimo anche Nordio ha avviato una causa civile con richiesta di risarcimento danni nei confronti di Mediaset e della giornalista Bianca Berlinguer, per il fatto che durante una puntata del programma da lei condotto, il giornalista Sigfrido Ranucci aveva menzionato il Guardasigilli in merito al noto “caso Minetti”.

 Resta la speranza che si impegnino a fare qualcosa le opposizioni che si candidano ad essere “governo alternativo”, non manca la spinta e l’ostinazione di organizzazioni non governative e della società civile che si sono mobilitate, ma i dubbi restano perché sembra essere diventato un interesse collettivo di politici, funzionari pubblici e avvocati di grandi aziende o imprese, mantenere questa possibilità di condizionamento psicologico per silenziare le critiche scomode.